Mer. Feb 1st, 2023

TAIWAN

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La seguente pagina raccoglie le analisi scritte dai ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo per il focus relativo a Taiwan.

L’argomento Taiwan si configura ai giorni nostri come particolarmente caldo, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti geopolitici, geostrategici e le relative implicazioni economiche. Ma prima ancora di configurarsi come questione internazionale – anzitutto a causa delle ripetute provocazioni e strumentalizzazioni operate da parte statunitense – quest’isola costituisce principalmente un nodo irrisolto nella storia recente dell’unica Cina, una sorta di vulnus protrattosi per oltre sette decenni all’indomani della vittoria delle forze comuniste di Mao Zedong nella guerra civile cinese della prima metà del secolo scorso. In sostanza un residuo remoto ed insoluto – certo piccolo in termini territoriali ma non trascurabile in termini patriottici – rispetto alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nell’ottobre del 1949.

Al fine di capire maggiormente il “caso Taiwan” sempre più dibattuto in questo periodo, risulta essenziale e doveroso compiere un lungo passo indietro nei secoli, e ripercorrere brevemente le principali tappe che quest’isola ha compiuto all’interno della storia dell’unica e grande Cina.

I primi contatti dei cinesi con le popolazioni aborigene taiwanesi può ascriversi al 3° secolo d.C., allorquando gli emissari della dinastia Wu Orientale (o Sun Wu) durante la cosiddetta epoca dei Tre Regni, visitarono quest’isola che denominarono come Yizhou. Allora infatti la Cina viveva una vera e propria tripartizione del proprio territorio: il periodo dei Tre Regni si protrasse dal 220 al 280 d.C. e si assistette ad una divisione della Cina tra gli stati dinastici di Cao Wei, Shu Han e Wu Orientale. Va inoltre segnalato che il regno di breve durata Yan insediato nella penisola di Liaodong è solitamente considerato un “Quarto regno”...

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Dopo il ’45, secondo quanto prevedevano i termini della resa incondizionata giapponese dettata dagli Alleati, le truppe nipponiche avrebbero dovuto arrendersi alle truppe del Kuomintang (KMT) ma non al PCC, che era presente in alcune delle aree occupate. In Manciuria, invece, dove il KMT non aveva forze armate attive, i giapponesi si arresero all’Unione Sovietica. Per quanto Chiang Kai-shek ammonisse i giapponesi di arrendersi solo alle truppe nazionaliste, in realtà i comunisti misero direttamente i giapponesi in condizione di arrendersi, suscitando peraltro la preoccupazione statunitense da parte del Wedemeyer, che intuì la posizione di superiorità che stavano acquisendo gli uomini di Mao. Il primo negoziato di pace del dopoguerra, a cui parteciparono sia Chiang Kai-shek che Mao Zedong, si tenne a Chongqing dal 28 agosto al 10 ottobre 1945. Chiang partecipò alla conferenza con un vantaggio teorico, in quanto aveva recentemente firmato un trattato amichevole con l’Unione Sovietica, mentre i comunisti stavano ancora costringendo i giapponesi ad arrendersi in diverse aree. A conclusione del vertice, entrambe le parti sottolinearono astrattamente l’importanza di una ricostruzione pacifica, ma senza dare seguito ad azioni concrete. Infatti, le ostilità tra le due parti continuarono anche mentre erano in corso negoziati di pace, fino al raggiungimento dell’accordo nel gennaio 1946. Tuttavia, l’evoluzione nel nord della Cina avrebbe parzialmente cambiato le cose. Infatti, proprio agli sgoccioli del conflitto mondiale in Asia, i sovietici lanciarono una poderosa operazione offensiva in Manciuria contro l’esercito giapponese del Kwantung e lungo il confine tra Cina e Mongolia.
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Nel 1979, sotto l'Amministrazione Carter, vennero ufficialmente instaurate delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. L’atto si poneva come il compimento di un percorso iniziato nel 1972 con la celebre visita di Richard Nixon a Pechino. La mossa seguente, da parte di Washington, fu la cessazione del riconoscimento di Taiwan.

Il comunicato congiunto Cina-USA sull’instaurazione delle relazioni diplomatiche, pubblicato nel dicembre 1978, afferma: “Il Governo degli Stati Uniti d’America riconosce la posizione cinese secondo cui la Cina è una sola e Taiwan fa parte della Cina”. Afferma inoltre: “Gli Stati Uniti d’America riconoscono il Governo della Repubblica Popolare Cinese come l’unico Governo legale della Cina. In questo contesto, il popolo degli Stati Uniti manterrà relazioni culturali, commerciali e altre relazioni non ufficiali con il popolo di Taiwan”.

Tuttavia, allo stesso tempo, gli Stati Uniti si impegnarono tramite il TRA – Taiwan Relations Act a difendere la sovranità territoriale dell'isola attraverso la vendita di armamenti e la fornitura di sistemi di difesa (consentendo agli USA di mantenere delle posizioni strategiche nella regione). Di fatto, attraverso scorciatoie semantiche, gli Stati Uniti stanno recentemente sostenendo che con gli accordi del 1979 non hanno mai riconosciuto il principio della “Cina unica” richiesto da Pechino. Gli USA avrebbero cioè semplicemente preso atto della posizione cinese, ma non avrebbero mai dichiarato che la RPC è l'unica Cina. Cosa che secondo il PCC, al contrario, sarebbe implicita nell'accordo. A ciò si aggiunga che esiste una sorta di tacita intesa sull'esistenza di una “Cina Unica” tra PCC e Kuomintang risalente ai primi anni '90 e nota come 1992 Consensus...

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Il 16 ottobre 2022, nella relazione tenuta al XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dal titolo Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e unirsi per costruire un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti, Xi Jinping non poteva non riservare qualche passaggio del suo intervento alla “questione Taiwan”; tema, questo, tornato con sempre maggiore insistenza e frequenza nel discorso politico internazionale a partire dalla sconsiderata e inopportuna decisione della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitensi, la democratica Nancy Pelosi, di visitare l’isola lo scorso mese di agosto: decisione che a Pechino hanno giudicato come un’inopportuna quanto non necessaria ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano quale è la Cina. Non è un caso, quindi, se in apertura della sua relazione ai delegati del Partito Comunista, il Presidente abbia sostenuto che “in risposta alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e alle grossolane provocazioni di ingerenze esterne negli affari di Taiwan, abbiamo risolutamente combattuto contro il separatismo e contrastato le interferenze, dimostrando la nostra determinazione e capacità di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e di opporci alla “indipendenza di Taiwan”. Abbiamo rafforzato la nostra iniziativa strategica per la completa riunificazione della Cina e consolidato l’impegno per il principio di “una sola Cina” all’interno della Comunità Internazionale. Di fronte a cambiamenti drastici nel panorama internazionale, in particolare ai tentativi esterni di ricattare, contenere, bloccare ed esercitare la massima pressione sulla Cina, abbiamo messo al primo posto i nostri interessi nazionali, ci siamo concentrati sulle preoccupazioni politiche interne e abbiamo mantenuto una ferma determinazione strategica. Abbiamo mostrato uno spirito combattivo e una ferma determinazione a non cedere mai al potere coercitivo. Durante questi sforzi, abbiamo salvaguardato la dignità e gli interessi fondamentali della Cina, e ci siamo mantenuti ben posizionati per perseguire lo sviluppo e garantire la sicurezza”.

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