Mar. Dic 6th, 2022

IL VENTIDUESIMO VERTICE SCO: SAMARCANDA E’ LA NUOVA YALTA?

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di Veronica Vuotto

Lo scorso 15 e il 16 settembre, l’Uzbekistan ha ospitato il ventiduesimo vertice annuale che riunisce i Capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Il Summit ha avuto luogo a Samarcanda, l’antica capitale dell’impero Tamerlano, una delle città più importanti della regione euroasiatica, sia per essere una delle più antiche città al mondo, conosciuta per i suoi famosi mausolei e le incantevoli moschee, sia per la sua crescita avvenuta grazie alla posizione lungo la Via della seta, la principale via commerciale di terra tra Cina ed Europa.

Un tempo parte del Primo Impero Persiano,in queste ultime settimane Samarcanda è stata al centro dell’attenzione dell’intera comunità internazionale per via del vertice dei Capi di Stato dei Paesi dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, eventi che ha attratto molta curiosità e, al tempo stesso, dubbi e timori, soprattutto agli occhi dell’Occidente.

La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è un’organizzazione internazionale fondata nel 1996 da Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Durante i 20 anni trascorsi dal suo primo incontro dei leader di questi cinque paesi nel 1996, l’organo si è espanso sempre più sullo scacchiere internazionale. Le lingue ufficiali della SCO sono il russo e il cinese e l’organizzazione ha due organi permanenti, uno dei quali è il Segretariato Generale con sede a Pechino e l’altro è il Comitato Esecutivo della Struttura Regionale Antiterrorismo situato a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.

Sin dalla sua fondazione – all’epoca nata e conosciuta come “Shanghai Five”, in Italia “Gruppo di Shanghai” comprendente CinaRussiaKazakistanKirghizistanTagikistan – l’organizzazione si è occupata di diverse tematiche, evolvendosi in concomitanza e di pari passo con l’evoluzione delle relazioni internazionali nell’epoca del post-Guerra Fredda.

Se in un primo momento la cooperazione tra i cinque Stati era volta principalmente al rafforzamento della fiducia reciproca e del disarmo tra i Paesi vicini, con il passare degli anni, i temi maggiormente abbracciati sono diventati quelli relativi allo sviluppo e alla pace, non tralasciando, comunque, le questioni relative al rafforzamento delle relazioni di buon vicinato, di fiducia reciproca, amicizia e cooperazione tra gli Stati membri.

L’inizio del meccanismo Shanghai Five si può fissare nel momento in cui è stata posta la firma su due trattati fondamentali: il Treaty on Deepening Military Trust in Border Regions, e Agreement on reduction of military forces in border regions, il cui scopo era quello di promuovere la cooperazione tra gli Stati membri e ridurre gli schieramenti ai confini militari individuali di ogni Stato1.

A seguito di ciò, queste riunioni annuali sono diventate una pratica standard, prendendo luogo alternativamente in ciascuno dei cinque Paesi: tra il 1998 e il 2000, i vertici del formato “Shanghai Five” si sono tenuti ad Almaty, Bishkek e Dushanbe (durante quest’ultimo incontro, il presidente dell’Uzbekistan Islom Karimov è stato invitato dal Tagikistan come ospite).

Già dai primi anni, i risultati sono stati ben visibili. Basti pensare che ben prima dell’11 settembre, il gruppo Shanghai Five si era occupato, tra le altre cose, di problematiche quali il terrorismo, l’estremismo e il separatismo, con il fine di garantire la stabilità e la sicurezza per i Paesi membri e vicini. Facendo ciò, il gruppo ha aumentato la sua visibilità anche sullo scenario internazionale, divenendo una forza regionale fondamentale, promotrice della pace e dello sviluppo in tutto il mondo.

Con l’avvento del 21esimo secolo e della sempre più tentacolare globalizzazione economica, fu deciso di dare una spinta maggiore all’organizzazione accrescendo la base già solida della cooperazione fra i cinque Stati fondatori cui nel 2001 si era unito l’Uzbekistan, divenuto membro effettivo dell’organizzazione.

In occasione del quinto anniversario della nascita dei Shanghai Five, durante il vertice tenutosi a Shanghai nel giugno del 2001, i Capi di Stato dei sei Paesi hanno firmato la Declaration on Establishment of the Shanghai Cooperation Organisation, con la quale ufficialmente nasceva la SCO.

La Carta dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è stata ratificata il 19 settembre 2003, dopo la sua firma a San Pietroburgo, in Russia, nel giugno 2002, durante una riunione del Consiglio dei Capi di Stato.

Si tratta di un documento legale fondamentale che stabilisce gli obiettivi dell’organizzazione, i principi guida, la struttura organizzativa e le funzioni chiave. I principi guida si fondano sui valori costituenti il cosiddetto “spirito di Shanghai”: fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza, consultazione, rispetto per le diverse civiltà e ricerca di uno sviluppo comune. Si tratti di valori che rispettano i principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite. A tal proposito, la SCO ha ricevuto lo status di osservatore all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2004.

Da allora, la portata geografica e geopolitica dell’organizzazione è cresciuta e, nello stesso anno, anche la Mongolia è diventata uno stato osservatore.

Nella riunione dell’Organizzazione del 2005, i Presidenti hanno deciso di concedere lo status di Paese osservatore anche a India, Iran e Pakistan, mentre nel 2009, lo Sri Lanka e la Bielorussia sono diventati partner di dialogo. Lo stesso status è stato ottenuto dalla Turchia nel 2012 mentre, nello stesso anno, l’Afghanistan ottenne il riconoscimento di stato osservatore.

Negli anni successivi, India e Pakistan hanno presentato la domanda di adesione a pieno titolo come membri della SCO, il cui processo di verifica è iniziato nel 2015, mentre l’adesione come membri effettivi viene ufficializzata due anni più tardi, nel 2017, durante il Summit ad Astana.

Azerbaigian, Armenia, Cambogia e Nepal2 sono entrati a far parte dell’organizzazione come partner di dialogo, mentre Iran e Afghanistan sono membri a pieno titolo e la Bielorussia è diventato uno stato osservatore.

Vediamo dunque come tutti gli Stati partecipanti, inclusi gli osservatori, coprono ormai il 61% del continente eurasiatico, rendendo la SCO la più grande organizzazione regionale del mondo sia in termini di portata territoriale che di popolazione. La partecipazione di Paesi del calibro di India, Pakistan e Iran ha certamente innalzato il livello del peso politico dell’organizzazione facendo sì che in questo consesso trovassero voce alcune tra le questioni più importanti e spinose relative al contesto eurasiatico e mediorentiale.

Non bisogna, inoltre, sottovalutare la presenza di ben quattro potenze nucleari le quali danno una rilevante importanza alle questioni relative alla sicurezza e la stabilità, al fine di prevenire e combattere le minacce che incombono, terrorismo ma non solo.

Sebbene molti abbiano definito, nel corso degli anni, questa organizzazione come la “NATO dell’Est” (in particolar modo dopo la decisione di far entrare l’Iran come membro effettivo nel 2021), la SCO ha sempre ribadito, sin dalla pubblicazione della sua Carta, l’intenzione di non voler competere con potenze o altre organizzazioni internazionali, quali appunto la NATO, proprio in virtù del fatto che la SCO non deve essere intesa e non si considera come un’organizzazione con finalità militari.

Uno dei focus principali, infatti, della SCO è lo sviluppo e il conseguente raggiungimento di un certo livello di prosperità e di pace.

Essendo la Cina al centro di questo organo, è inevitabile accennare all’importanza che, ancora una volta, la Belt and Road Initiative riveste in questo contesto. Quest’ultima, infatti, è la chiara dimostrazione della vicinanza e della reciproca connettività che si è venuta a creare tra la Cina e tutti gli altri Paesi membri della SCO. Tale risultato è stato ribadito nel Summit del giugno 2018 tenutosi a Qingdao, nella provincia di Shandong, durante il quale, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha definito l’incontro come il punto di partenza dello “spirito di Shanghai” ai fini della cooperazione regionale; uno spirito che avrebbe permesso di connette l’Asia e l’Eurasia nel contesto dei principi e dei valori della SCO e dei vantaggi offerti dalla BRI.

Durante il vertice di Qingdao, infatti, Xi ha annunciato la creazione della China-SCO Local Economic and Trade Cooperation Demonstration Area, con sede a Jiaozhou, una città-contea amministrata dalla prefettura di Qingdao, il cui scopo dichiarato è di rafforzare il suo ruolo di hub logistico regionale al servizio della SCO e della BRI, ciò a dimostrazione dell’importanza attribuita al commercio e, più in generale, alle relazioni economiche reciproche nonché all’espansione delle opportunità di cooperazione nei settori dei trasporti, e-commerce, istruzione, turismo, logistica e innovazione tecnologica3.

Tra i successi che si possono accreditare alla SCO Demonstration Zone si può citare l’apertura di 20 rotte ferroviarie per il trasporto di merci, comprese sei rotte internazionali verso l’Asia centrale, l’Europa, la Repubblica di Corea, la Mongolia, la Russia, i paesi dell’ASEAN e la Bielorussia. La ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan, ad esempio, mira ad aumentare significativamente il traffico merci tra questi Paesi4.

Con il recente Summit tenutosi a Samarcanda, il Presidente cinese ha voluto sottolineare il ruolo fondamentale della SCO soprattutto in un momento storico nel quale la BRI (così come in realtà tutta la Cina) necessita di essere riabilitata dopo un periodo che ha visto alti e bassi, e fortune alterne, in parte dovuti dalla pandemia di Covid-19, dai numerosi lockdown, dal rallentamento della crescita economica e dalla questione Taiwan e dall’ostruzionismo delle potenze occidentali che intendono rallentare quanto più possibile lo sviluppo della Cina e delle sue relazioni pacifiche con i Paesi vicini. Il ventiduesimo vertice della SCO ha tentato proprio di rinsaldare e consolidare le fondamenta della geopolitica cinese, ponendo un’enfasi su temi importanti e di stringente attualt, quali i rapporti con Mosca, la guerra in Ucraina e le relazioni con i Paesi centroasiatici.

Tutti temi di assoluta centralità, cari non soltanto nelle stanze dei bottoni di Pechino, ma, bensì, a tutti i membri partecipanti al summit di Samarcanda.

Non bisogna dimenticare che il Summit ha visto riunire insieme leader come Xi Jinping, Putin, Erdoğan e Raisi, leader dell’Iran, divenuto membro della SCO a pieno titolo proprio durante i lavori di questo vertice.

La Cina e altri membri della SCO, inoltre, hanno portato avanti il ​​processo per l’adesione della Bielorussia e concesso a Egitto, Arabia Saudita e Qatar lo status di partner di dialogo della SCO.

E’ stato poi raggiunto un accordo sulla nomina di Bahrain, Maldive, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, e Myanmar come nuovi partner di dialogo.

Per Putin ed Erdoğan è stata l’occasione per mettere sul tavolo, ad esempio, per Putin e , l’accordo sull’esportazione di grano nel Mar Nero, della situazione alla centrale di Zaporizhzhya in Ucraina e dei conflitti siriano e in Libia. Putin e Raisi hanno, invece, parlato della rinnovata tensione tra la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica di Armenia, che coinvolge direttamente paesi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

Da notare che soltanto il Presidente dell’Azerbaigian (paese osservatore), Ilham Aliyev, è stato invitato al vertice, mentre il Primo ministro dell’Armenia (anch’esso Paese osservatore), Nikol Pashinyan, invitato, ha deciso di non partecipare al vertice in seguito al riaccendersi delle tensioni mai sopite in Nagorno Karabakh.

L’ingresso dell’Iran nella SCO, ufficializzato con la firma del memorandum il 15 settembre a Samarcanda, segna un cambio di scena per tutta la regione e, soprattutto, in relazione al costante confronto con l’Occidente che rischiando accendersi nuovamente e all’improvviso. Come ben sappiamo, non è solo la Russia ad essere vittima delle sanzioni occidentali: il fallimento del dialogo con l’Occidente per quanto riguarda il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA)5, l’accordo sul nucleare iraniano, ha fatto sì che l’Iran di Raisi iniziasse a guardare sempre più verso est per trovare piena legittimazione al suo status di potenza regionale, capace di stringere legami più stretti con le regioni dell’Asia Centrale e, di conseguenza, uscire da quell’isolamento regionale in cui da anni, ormai, vive.

Ricordiamo, a tal proposito, che l’economia iraniana è stata duramente colpita a partire dal maggio 2018, quando l’amministrazione statunitense, guidata da Trump, decise di abbandonare l’accordo sul nucleare. A seguito di questa decisione, ben presto cominciò il ripristino delle sanzioni statunitensi nei confronti di Teneran, le quali prendevano principalmente di mira le banche, il petrolio e diverse personalità di spicco iraniane, anticipando, di fatto, quanto fatto ai danni Mosca.

L’ingresso del Paese nella SCO fa sì che l’Iran, a detta del Ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian, entri “in una nuova fase di varie cooperazioni economiche, commerciali, di transito ed energetiche”.

Questo evento apporterà senz’altro benefici sia a Teheran che a tutti i membri dell’organizzazione stessa: una cooperazione dell’Iran con gli Stati vicini certamente potrebbe esserle di grande aiuto per risollevarsi dallo stallo economico e, di conseguenza, anche sul fronte politico. Inoltre, fondamentale è anche la cooperazione con la Russia e la Cina; basti pensare al fatto che Cina e Iran hanno sviluppato nel corso degli anni un legame forte e ad ampio raggio, concentrandosi sulle necessità di fabbisogno energetico della Cina e sulle risorse a disposizione dell’Iran, oltre che a significative relazioni economiche in altri campi come vendita di armi, cooperazione nel settore della difesa e bilanciamento geostrategico con gli Stati Uniti.

Siamo dunque davanti all’ennesimo esempio di cooperazione win-win tipica della postura e dell’azione internazionale tenuta da Pechino, che favorisce, in questo caso, gli interessi di tutti i Paesi membri della SCO. Adesso l’Organizzazione dispone di tutte le pedine sul terreno e l’accordo tra tutte le parti in causa per affrontare al meglio le più importanti questioni regionali.

Da non dimenticare, inoltre, il fatto che la cooperazione con l’Iran è cruciale anche in termini militari: in importanti contesti geopolitici come quelli che riguardano la Siria e l’Afghanistan, Teheran è un attore chiave.

In termini di cooperazione, anche le relazioni russo-cinesi sono emerse in questo vertice: l’attuale contesto geopolitico vede la Cina mantenere una posizione ancora piuttosto ambigua rispetto alla guerra ucraina, con Pechino che non appoggia l’invasione russa, sebbene comunque consideri la presenza della Nato un problema. Nonostante la firma della “partnership senza limiti” tra Xi e Putin, Mosca si trova obbligata a fare rifornimento di droni iraniani e di armi nordcoreane, apparendo, così, agli occhi dell’Occidente come indebolita e abbandonata anche se, alla fine dei conti, Mosca rischia di diventare sempre più subordinato alla Cina, emerso come il vero grande leader dell’organizzazione.

In questo contesto di cooperazione regionale si inseriscono anche l’India e il Pakistan: Modi, infatti, teme la Cina, dialoga con la Russia la quale, a sua volta, considera l’India un Paese capace di svolgere la funzione di possibile bilanciamento all’avanzata cinese. Cina e Pakistan collaborano alla creazione di un corridoio terrestre che colleghi il Dragone all’Oceano Indiano, bypassando lo Stretto di Malacca e facendo temere a Nuova Delhi un rafforzamento, soprattutto in termini militari, di Islamabad.

Lo sviluppo della SCO e la sua sempre più pesante presenza sullo scenario internazionale, sembrano voler dar vita ad un nuovo contesto basato sul multilateralismo, pronto a sfidare “il vecchio ordine” occidentale, dinamica che preoccupa, e non poco, l’Occidente.

Secondo l’opinione pubblica occidentale, infatti, la SCO si troverebbe a competere contro l’Occidente nella creazione di un “fronte anti-occidentale”, sospetti derivanti, probabilmente, sia dal riconoscimento dell’ampia portata della SCO – la quale da sola copre quasi un quarto del PIL mondiale – sia perché tutti i membri dell’organizzazione sono Paesi non occidentali (alcuni dei quali attualmente soggetti alle sanzioni dell’Occidente) che guardano alla futura riorganizzazione del mondo da un’altra prospettiva, opposta all’unipolarismo egemone statunitense che ha caratterizzato gli anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

In un articolo del Global Times, Xi Jinping ha chiarito meglio lo scopo di tale vertice: il contrasto all’accerchiamento della Cina nel continente eurasiatico e nell’Indo-Pacifico operato da Washington. Con un chiaro riferimento allo “spirito di Shanghai”, il Presidente cinese ha sottolineato il suo scarso interesse per gli “approcci di blocco”, sia ideologici che strategici.

Ciò che emerge da questo vertice tenutosi nella capitale uzbeka è che la SCO si presenta al mondo come una forza coesa, che rappresenta stabilità e sicurezza agli occhi dei suoi membri e, di conseguenza, indebolisce la credibilità della Nato e di tutto l’Occidente. Il vertice di Samarcanda è emerso come una nuova pietra miliare nell’organizzazione dello spazio eurasiatico – sebbene non sappiamo ancora se si possa parlare di una sorta di nuova Yalta. Quello che è certo è che, nonostante l’avanzata di questo blocco di potenze regionale, bisogna comunque stare attenti a tenere salde le relazioni tra quegli attori che – seppur parte della medesima coalizione – non hanno sempre avuto rapporti amichevoli: è il caso dell’India e del Pakistan, ad esempio, così come delle controversie tra Baku e Yerevan o ancora i problemi di confine tra il Tagikistan e il Kirghizistan.

In vista dell’imminente XX Congresso del PCC, Xi Jinping non può permettersi problemi che metterebbero a rischio la sua vittoria il prossimo ottobre. A questo giova il fatto che la SCO non si presenti al mondo come un blocco militare o politico, bensì come un’organizzazione di incontro e dialogo, incentrato su degli obiettivi ben precisi in termini di sviluppo economico e commerciale che beneficiano tutti i Paesi che ne fanno parte o intendano farlo nel prossimo futuro.

NOTE AL TESTO

1 Dizboni, Ali G., et al., Iran And The Shanghai Cooperation Organisation: Counter-hegemony as common purpose, World Affairs: The Journal of International Issues, vol. 14, no. 2, 2010, pp. 150

2 In un’intervista rilasciata all’agenzia russa RIA Novosti, l’ambasciatore nepalese spera che Kathmandu possa diventare membro a tutti gli effetti della SCO entro il prossimo Summit del 2023.

3 Erkinbek Turgunov, Shanghai Cooperation Organization: History and Role in Regional Security, Weekly e-bulletin, 03-09/01/2022, n.336

4 ibidem

5 Si tratta di un accordo internazionale sull’energia nucleare in Iran, siglato a Vienna il 14 luglio 2015 ed entrato in vigore nel 2016, tra l’Iran, i cinque membri permanenti del CdS delle NU più la Germania, e l’UE.

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