Lun. Dic 6th, 2021

Prof. Lorenzo Maria Pacini: “Il crollo del sistema universitario, sta portando ad un risveglio delle coscienze, preludio di una rivoluzione culturale senza precedenti”

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Intervista a cura di Marco Ghisetti

Gentile prof. Pacini, lei è il più giovane professore universitario italiano, posizione che ha assunta subito dopo la laurea magistrale.
Ci può dire in che modo è approdato alla cattedra universitaria nonostante la sua giovane età?

Ringrazio anzitutto per l’intervista e saluto gli amici del CeSEM. La mia storia ha una qualcosa di unico nel suo genere, lo debbo riconoscere. Tutto ha inizio quando ho deciso di svolgere la mia tesi di laurea magistrale in Filosofia Politica sul filosofo e sociologo russo Aleksandr Dugin, considerato il “filosofo più pericoloso al mondo” come scrisse anni fa un noto giornale americano. La mia scelta fu indirizzata dal fatto che Dugin, di cui già oltre al nome conoscevo alcuni testi pubblicati in Italia da AGA Editrice di Milano, è il primo filosofo a scrivere una vera e propria dottrina politica dopo parecchio tempo. La sua Quarta Teoria Politica, di cui esiste l’omonimo testo, mi ha appassionato. Per lungo tempo da studente mi ero dedicato allo studio delle idee ed ideologie politiche, interrogandomi su come superare ed andare veramente oltre tutto ciò che dal passato continuava a determinare il nostro presente filosofico e politico e, finalmente, lì trovai una risposta. 

Volli allora proporre al mio docente di riferimento della materia questo argomento: un’indagine degli elementi di platonismo politico riscontrabili nella Quarta Teoria Politica di Dugin. Le cose, però, non andarono proprio bene, e fui vittima di un forte attacco da parte di alcuni miei docenti, che mi censurarono la tesi proposta, con accuse variopinte e profondamente ideologizzate; ne venne fuori un botta e risposta telematico che coinvolse anche la stampa nazionale, mi dovetti “armare” delle leggi e delle norme vigenti nel mondo dell’università e di quanto afferma, circa la libertà di pensiero e d’espressione, la stessa Costituzione del nostro Paese; dopo alcune settimane, varie interviste e qualche articolo qua e là, ottenni l’inaspettata vittoria, per cui l’argomento della tesi veniva approvato, ricevevo un docente relatore e potevo, finalmente, cominciare il lavoro. Con una certa sincerità, posso dire che il professore incaricato fu ottimo nel coordinare il lavoro ed anche onesto nel confronto. La mia tesi ebbe grande successo, la discussione fu seguita da tantissime persone anche dall’estero (e dallo stesso Dugin) e con una certa soddisfazione potei fregiarmi di essere stato il primo al mondo a fare una tesi su Dugin. 

Ciò che però in cuor mio restava chiaro era che il mio sogno di diventare professore, che coltivavo già da diversi anni di pari passo con l’attività giornalistica, lo avrei dovuto riporre nel cassetto, perché avevo osato sfidare apertamente il cosiddetto “sistema” accademico, le cui dinamiche interne e i cui giochi di potere mi avrebbero senza dubbio estromesso vita natural durante da ogni possibilità di carriera. E invece… avvenne l’impossibile. Pochi giorni dopo venni contattato dall’ufficio didattico dell’ateneo UniDolomiti di Belluno, che mi proponeva di cominciare ad insegnare a partire dalla settimana successiva. Non riuscivo a crederci, mi sembrava quasi una presa in giro. L’indomani mattina mi venne recapitato per email il contratto e compresi che si stava realizzando un qualcosa che mai avrei pensato possibile.

Quali sono i programmi universitari a cui ha lavorato nell’ultimo anno accademico, quali i temi e i progetti da lei promossi?

Il mio ingresso nel mondo accademico è stato subito di forte impatto. Dall’immediato ingresso insegnando Sociologia dei processi culturali e comunicativi, applicata al marketing in Organizzazione e marketing per la comunicazione d’impresa, mi sono ritrova a collaborare alla docenza di altre materie, venendo coinvolto con entusiasmo dai colleghi. UniDolomiti ha portato avanti anche molti eventi, conferenze, webinar, presentazioni, per le quali le mie competenze giornalistiche si sono rivelate utili e che hanno permesso di creare una forte sinergia fra più realtà. In un certo senso, e lo dico con un pizzico di orgoglio e soddisfazione, UniDolomiti si sta ponendo come un polo di cultura libera, di alto livello e in controtendenza alla narrazione del politicamente corretto che vige in Italia. Per questo nuovo anno mi ritroverò ad insegnare materie come Filosofia politica, con un corso – il primo al mondo – dedicato alla Quarta Teoria Politica di Dugin; Cratesiologia, ovvero le tecniche di manipolazione e propaganda delle masse, materia attualissima; Sociologia della devianza, che ho sempre amato e che per me sarà l’occasione per rendere omaggio ai grandi maestri che ho avuto in questa materia; qualche lezione anche in Filosofia del diritto, affiancandomi ai corsi di un caro collega; la già presenta Sociologia dei processi culturali e comunicativi. Mi rendo conto che la interdisciplinarietà del mio profilo lavorativo fa parte della mia giovane età, ma vedo in ciò un grande vantaggio, perché ho avuto modo di creare con gli studenti un’empatia tale che ha permesso di realizzare al meglio i corsi e che ha portato anche grandi soddisfazione nel momento degli esami. Il mio interesse è trasmettere loro una testimonianza di vita, insegnargli ad affrontare la vita, a tirare fuori il meglio di sé, a studiare con passione certi che ciò gli servirà per realizzarsi e per cambiare il mondo. Lo sento come missione, perché per me l’essere professore è questo. In elaborazione ci sono anche altri progetti: un consorzio inter-universitario, per realizzare nuovi corsi ed estendere la rete accademica in ottica di trasversalità, qualità e riuscita degli obiettivi formativi, nonché per far vedere che un’altra università, avulsa dalle logiche del sistema, è possibile. Sto curando questi progetti personalmente e sono molto soddisfatto dei risultati ottenuti. 

Dopo il crollo del comunismo storico novecentesco alcuni insigni ricercatori e professori italiani lamentarono l’omologazione della produzione intellettuale che si stava registrando in Italia e in Europa. Carlo Maria Santoro denunciò  l’atteggiamento di “rifugio nelle certezze globaliste” e di “occultamento dei temi scomodi” delle università, Costanzo Preve denunciò il “provincialismo imperiale” del “clero accademico e giornalistico”; anche Gianfranco La Grassa e Domenico Losurdo scrissero parole di fuoco a riguardo. Ritiene che il mondo accademico ed intellettuale italiano, e in senso lato anche quello europeo, abbia effettivamente sofferto quanto denunciato dai suddetti autori?  Quali sarebbero le certezze globaliste e i temi scomodi? 

Sono entrato nel mondo accademico in un momento delicatissimo della Storia. Non ho però mai visto ciò come uno svantaggio ma, anzi, come l’opportunità per fare la mia parte nel cambiamento. Ho constatato che effettivamente esiste un clero accademico, come diceva il compianto Preve, in molte università, o meglio nell’Accademia intera, più o meno diffusamente. Si tratta di una forma mentis, più che di una casta sociale strutturata, perché è altrettanto vero che ci sono tantissimi colleghe e colleghi che sono dei grandi insegnanti, di vita oltre che di svariate discipline, e che rappresentano davvero l’intellighenzia italiana e compiono un grande lavoro con i propri studenti, con la ricerca e le istituzioni. 

Tuttavia, c’è, o perlomeno fino ad oggi c’è stata, la convinzione di far parte di una categoria di persone superiori e quasi intoccabili, da venerare più che da imitare, il che ha portato alla costruzione di un immaginario collettivo perverso circa la figura del professore universitario, da un lato, e dall’altro un altrettanto distorta concezione dell’insegnamento e della vita degli studenti, nonché del proprio peso sociale. Sì, i professori delle università sono l’Accademia, sì, le università sono i luoghi dove si produce cultura, più di ogni altro posto. Per tale ragione nel corso dei decenni in Italia, ma ovviamente non solo qui, si è assistito ad una forte ingerenza delle ideologie e delle macro e micro strutture politiche. Molti atenei sono diventati roccaforti di partito, fucine di tesserati e voti, e molte cattedre sono stati innalzato ad un sacro intoccabile tanto è il loro potere e l’alone di (vana)gloria che attorno ad esse si concentrava. 

Di certezze ce ne sono tante, forse troppe, sono state coltivate, instillate, custodite gelosamente. su tanti temi lo spirito critico è morto. Certi corsi sono stati riempiti di tabù, di parole proibite, di argomenti scomodi e vietati, di nomi e cognomi inseriti in liste nere di proscrizione, si è creato in molti posti un clima di sospetto. Abbiamo predicato per anni la democrazia, la libertà, i diritti, le lotte per ogni genere di minoranze, la multiculturalità, il globalismo, il progresso, per poi ritrovarci di fatto a cristallizzare concetti ri-definiti dalle ideologie dominanti di turno, erigendo dogmi e sacerdoti custodi di questo culto dell’intellettualità istituzionalizzata. Non si è mantenuta la libertà di mettere in dubbio, che gli antichi insegnavano essere il principio della sapienza, fondamentalmente per la paura di dovere cambiare qualcosa veramente e doversi assumere la responsabilità di tale cambiamento. 

Credo, però, che siamo giunti ad una svolta. Il crollo del sistema universitario, a partire dal Ministero fino a giungere all’ultimo degli uffici, dovuto alle decisioni governative di imposizioni ideologiche, discriminatorie e vessatorie, sta portando molti ad una profonda critica e al desiderio di realizzare qualcosa di nuovo e alternativo, libero dalle logiche stantie e castranti di un apparato burocratico marcescente ed omologante. Fra i professori – e il personale amministrativo che non dobbiamo mai dimenticare perché è quello che fa vivere concretamente le università – sta prendendo piede una nuova coscienza, o meglio un risveglio delle coscienze, che è preludio di una rivoluzione culturale senza precedenti. Facendo una lettura escatologica, mi viene da dire che la transizione globale in atto, questo enorme passaggio evolutivo,  la si vive o da spettatori che si fanno trascinare dalla massa, o da protagonisti che scrivono la Storia.

In Russia, invece, con il crollo dell’Unione Sovietica fiorirono una enormità di studi e ricchi dibattiti circa la posizione internazionale che la neonata Russia doveva ritagliarsi, riflessione che nei fatti ha rifiutato l’omologazione culturale che si andava imponendo in Europa. Uno dei protagonisti di questo formicolio culturale fu Aleksandr Dugin, il quale promosse la creazione di una “quarta teoria politica” che si distanziasse dagli schemi concettuali novecenteschi e che si costituisse come “cantiere aperto” in grado di esercitare una funzione euristica che rompesse con l’omologazione culturale liberale e provincial-imperiale. In che modo Dugin e la quarta teoria politica hanno inciso sulla creazione dell’odierna Russia, e in che modo tali riflessioni hanno differenziato la Russia rispetto all’Europa occidentale? 

Si tratta di una risposta non breve e per niente facile, ma cercherò di rendere l’idea. La Russia ha vissuto una sorta di “ibernazione” culturale durante tutto il Novecento, dovutamente al regime sovietico e al mondo in cui la cultura estera veniva filtrata. Dugin è stato uno dei pochi, e forse il primo accademico impegnato, ad attraversare i confini e a portare la cultura occidentale in Russia. Confini, sia chiaro, non soltanto geografici, ma anzitutto culturali, perché per un russo confrontarsi con un insieme multiforme di tradizioni non dev’essere stato affatto facile, da quella Russia che per lungo tempo era rimasta, già prima del Comunismo, isolata per varie ragioni. Così facendo, Dugin si guadagnò nel mondo accademico russo il suo spazio a pieno titolo e si può tranquillamente dire che è stato determinante per lo sviluppo di tutta la Russia post-sovietica, in particolare nella configurazione di una rinnovata riflessione filosofica, in particolare politica, e sociologica. Nutrire la cultura accademica russa con tradizioni e concetti occidentali è stato fondamentalmente per aprire la Russia al mondo, in quel periodo che furono gli anni ‘90 in cui la globalizzazione prendeva piede e la bipolarità geopolitica già cominciava a vacillare. Dugin ha dato vita ad una vera e propria scuola di pensiero grazie alla sua Teoria, ma non solo, perché il suo impegno di militanza politica, cessato all’inizio del secolo, ha contribuito a formare nuovi uomini per la politica. La Quarta Teoria Politica è preceduta e seguita da altre elaborazioni, come ad esempio l’eurasiatismo di matrice russa, l’etnosociologia, il dialogo con la Tradizione spirituale, ed in particolare l’apertura a nuove idee.

Ritiene che la riflessione duginiana possa giocare un ruolo positivo anche in Italia e in Europa? In che modo?

Dugin è un filosofo, un pensatore, un iniziatore in un certo senso, ha dato vita a qualcosa di nuovo. Questo è il primo aiuto. Invito sempre chiunque voglia approcciarsi a lui, o anche chi lo critica, a leggere le sue opere per capire di che cosa si tratta. C’è un afflato che porta oltre, al di là di ciò che abbiamo concepito e compreso fino ad oggi. L’Italia ha bisogno di un grande risveglio e Dugin è, a mio parere, uno dei pochi pensatori che è capace di ispirarlo. Chiunque lo legge se ne rende conto, fra odi et amo

Siamo il Paese con più genialità che il mondo e la Storia abbiano mai conosciuto, dobbiamo riconoscerlo, e come tali siamo stati violentati da anni e anni di devastazione della cultura, passando proprio anche attraverso l’istruzione di ogni ordine e grado, perché ben sapeva, chi ci governava, che l’Italia poteva diventare la prima nazione del mondo non tanto per ricchezza economica o militare, come siamo ahimé abituati a calcolare, ma intellettuale, culturale, animica. Se oggi siamo stritolati in una morsa di degrado politico senza precedenti, di economia in stato comatoso terminale, di leviatano tecno-sanitario, è perché lo abbiamo permesso, ci siamo lasciati fregare delegando la responsabilità della nostra felicità individuale e collettiva a dei personaggi di infimo valore. Per questa ragione, la crisi da noi è più drammatica, perché dobbiamo risvegliarci, aprire gli occhi, rivoluzionare ogni cosa. Per fare questo, è importante una formazione nuova, e Dugin offre ottime lezioni a riguardo.

Nei suoi studi lei, come Dugin, promuove una riflessione che spazia dalla filosofia alla politica, metapolitica e persino alla geopolitica e sociologia. In che modo e perché la riflessione intellettuale deve essere radicale ed indagare così tanti campi del sapere? 

Uno dei drammi più micidiali della cultura accademica italiana è l’iper-specializzazione. Siamo stati abituati a studiare in maniera sempre più specifica e settoriale, che abbiamo dimenticato l’esigenza di integrare e cooperare con altri saperi. In questo senso sono profondamente rinascimentale: non è possibile che un vero intellettuale sia formato solo su una materia, ma il trivio e il quadrivio delle scienze necessitano di essere riscoperte. Si tratta di un bisogno che nasce dal contesto che stiamo vivendo e che, come dicevo prima, ci chiama imperativamente ad una scelta radicale. La radicalità è l’unico paradigma persistente in questo tempo. Restare in piedi fra le rovine il coraggioso impegno della quotidianità. Un individuo, cioè in-dividuo, non diviso, si scopre tale solo nel momento in cui conosce se stesso e compie una scelta radicale di vivere in maniera autentica la propria vita. Allora, e solo allora, la dimensione sociale acquista un significato e viene vivificata, il popolo diviene una comunità, si scopre un destino comune che permette di riconoscersi come organicamente facenti parte del medesimo corpo sociale, che lo si chiami polis, Stato o Impero, e la comunità allora diviene generatrice a sua volta di individui che pienamente si realizzano e contribuiscono al compimento dei fini ultimi della società intera. 

Il guaio di aver puntato su educazioni settorializzate ed estremamente specifiche è che si è persa la capacità di unificare e di comprendere se stessi e la vita. Sia chiaro che non è sbagliato in sé essere specializzati in qualcosa, ma un conto è giungere a quella specificità con un cammino ed un bagaglio che permettano l’integrazione e la comprensione interdisciplinare, ad ampio orizzonte, un’altra è essere in grado di capire quella singola cosa e quella soltanto. Per arrivare a ciò ci sono volute riforme su riforme, distruggendo la scuola italiana e forzando le università. 

Per uscire da ciò è necessario ri-pensare l’educazione a partire dal modo in cui la definiamo e ciò è possibile solo integrando ed abbracciando più saperi. “Sapere è potere”, ci insegnavano a scuola, no? Allora perché delegare il nostro potere a qualcun’altro affinché decida per noi ogni cosa? Perché, come avviene nella politica, ci siamo lasciati governare da gente ignorante e incompetente, facendo trionfare la mediocrità, il servilismo e la corruzione? Ricordiamoci che l’educazione è strumento potente, perché forma le persone, forma i cittadini: cambiare l’educazione significa cambiare una nazione, e questo chi ci governa lo sa molto bene. 

Dobbiamo riappropriarci della bellezza del sapere. Avere tanti interessi e coltivare la conoscenza su più fronti non è banalizzazione, è ricchezza, vuol dire avere ampie vedute, capire il mondo da più punti di vista, mettere insieme idee, accogliere, collaborare. Io, ad esempio, mi sono formato prima in teologia, poi in bioetica, quindi in filosofia passando dalla estetica alla politica, sto proseguendo con la psicologia e vorrei approdare alla sociologia quanto prima, prendendo i titoli anche in quella materia; nel tempo libero mi piace leggere di fisica quantistica e di chimica organica, studiare le lingue e praticare la musica e lo sport. Se dovessi concentrarmi su un singolo argomento per settimane, mesi o anni, impazzirei. Dugin, che ha una formazione estremamente ampia e studia approfonditamente molte discipline, mi è stato subito connaturato in questo senso. Credo molto nell’esigenza di questa ricchezza interiore che diviene fecondo esempio per gli studenti e per tutti coloro che incontriamo. 

Quali sono le iniziative culturali che ha in serbo per il futuro? 

Tante, come sempre, difficile farne un elenco. Di sicuro la concentrazione del mio impegno volge, in questa fase delicata, nella direzione di un aiuto concreto alla società, alle persone. Da anni mi occupo di formazione-informazione tramite il mio giornale online, Idee&Azione, organizzando anche numerosissimi eventi in presenza e per via telematica, perché credo nell’importanza di fare buona cultura e di diffonderla. Mi sono sempre speso affinché le persone sapessero, pensassero, scoprissero la propria libertà e realizzassero i propri sogni. Continuo a fare la mia parte promuovendo ancora buona cultura, formazione di alto livello e sostegno ai bisognosi. Stare vicino alla gente lo sento come un compito che in questi mesi decisivi si fa sempre più essenziale, motivo per cui ho deciso di espormi ancora di più e di rendermi disponibile per aiutare su più fronti. Certo, il tempo è quello che è e la fatica in certi momenti si fa sentire anche fisicamente, ma non ho dubbi sulla bontà che questo sacrificio porta con sé e con il valore dei frutti che nasceranno dai semi che, spero umilmente, sto cercando di seminare.

Mi piacerebbe dare spazio a progetti artistici, perché l’arte è la grande assente nello scenario culturale di quest’ultimo periodo; vorrei organizzare altri grandi convegni in cui invitare sia i grandi intellettuali che i semplici della quotidianità, i quali, ne sono convinto, spesso capiscono e incarnano le grandi rivoluzioni filosofico-politiche molto prima e molto meglio di noi pensatori; mi sto prodigando attivamente per la costituzione di una nuova università, libera e alternativa, che sia veramente tale, che riporti all’Uno, come dice il termine stesso, e che promuova le tante cose di cui abbiamo già parlato e molte altre ancora. 

L’entusiasmo c’è, le idee pure, e finché ci saranno le energie non smetterò di fare la mia parte. Sono profondamente convinto che siamo noi a dover essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Da professore universitario, cosa consiglierebbe a giovani e meno giovani ricercatori che vogliono rompere con ciò che Santoro definì l’occultamento dei temi scomodi che caratterizza la riflessione intellettuale dominante in Italia e in Europa? 

Userò un’espressione per alcuni forse scandalosa: siate eretici. Esplorate. Sperimentate. Fregatevene delle convenzioni, dei programmi, delle consuetudini. Uscite dagli schemi. Pensate altrimenti. Abbiate il coraggio di ascoltare e seguire il cuore. Combattete per i vostri sogni. Chi l’ha detto che pensare, farsi una cultura, diventare un intellettuale non possa essere un sogno da realizzare? Se vogliamo fare qualcosa di nuovo, creare un mondo diverso, entrare nella nuova era, dobbiamo crederci, fare, pensare tutto in maniera nuova. Se qualcuno vi accuserà di non essere entro gli schemi, bene: sarà la conferma che siete sulla strada giusta.