Dom. Set 26th, 2021

Da un libro una riflessione| “Giorgio Bianchi: Teatri di Guerra Contemporanei”

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di Patrizio Antonini

Giorgio Bianchi – Teatri di Guerra Contemporanei
Mimesis 2021

Quando un fotografo conduce un lavoro di documentazione a lungo termine in un territorio non si limita ad accumulare immagini in un hard disk, ma diventa in qualche modo parte integrante del tessuto sociale di quel luogo. L’accesso privilegiato nell’intimità delle vite dei protagonisti fa sì che il suo punto di vista diventi sovrapponibile, o quantomeno complementare, a quello dei personaggi delle sue storie. In quest’ottica, la testimonianza del fotografo non si limita a fungere da didascalia alle immagini, ma diviene anch’essa parte del racconto. Teatri di guerra contemporanei, oltre a raccogliere alcune delle più significative immagini realizzate da Giorgio Bianchi in Siria e Ucraina, è il racconto dei conflitti avvenuti in quei luoghi e delle loro conseguenze sulle popolazioni attraverso gli occhi di un testimone che li ha vissuti in prima persona assieme ai protagonisti delle sue storie.

1. Il Teatro

Esistono motivi, per molti banali e scontati, eppure così sfuggenti al lettore e al giornalista dei media massivi, che rendono il controllo della Crimea inquadrabile nelle logiche di espansione e di vantaggio tellurico e talassocratico d’una potenza che sono parte di strategie secolari. Ancor più sfuggenti, agli stessi soggetti, seppur, come detto, “banali” per altri, sono quei motivi che hanno poi risucchiato le ragioni del conflitto della Crimea nell’imbuto del Donbass, scenario che Giorgio Bianchi ha documentato in una maniera che potremmo definire unica, con la sua pubblicazione Teatri di Guerra Contemporanei (Mimesis, 2021). Le ragioni di principio possono essere certamente inserite già in un contesto di fine ‘800 e nelle parole di colui che per molti è il padre di quella scienza chiamata Geopolitica, Halford Mackinder:

Chi controlla l’Europa orientale comanda l’Heartland, chi comanda l’Heartland comanda il world island, chi comanda il World Island comanda il mondo” [1] (Halford Mackinder)

Le parole di Mackinder esprimono, tra le altre cose, il sottotesto riguardante un bisogno del Regno Unito di uscire da una spinta egemonica mondiale indebolita nelle fasi vittoriane, in un periodo poco postumo a quello che vedeva in alcuni stati nazionali uno slancio vigoroso; come quello degli Stati Uniti di Abramo Lincoln e il suo sistema economico che, trovava una sinergia sull’argomento dell’abolizione dello schiavismo con La Russia dello Zar Alessandro II che programmava al contempo il suo sviluppo ferroviario. (1)

Temuta era anche la Germania in un periodo di massima audacia ed in generale uno sviluppo autonomo e protezionistico degli stati nazionali definiti già al tempo “egoisti e autocratici”, (2) che non poco preoccupavano una parte dell’Inghilterra. Quella parte, intendiamo, più incline all’abbandono delle logiche elitarie nazionali e tradizionaliste di stampo vittoriano e più propensa invece ad instaurare strategie “contro-elitarie” progressiste, sovrannazionali e globali che si sarebbero espresse, lungo il ‘900, a forme ammodernate e camuffate di imperialismo. Solo in parte questo discorso è ereditato da quello volto ad esaminare i tanti “teatri di guerra” – a volerla dire con il titolo del reportage di Giorgio Bianchi – che nella storia hanno attraversato la Crimea e che, nel voler sbrigativamente identificarne una svilente salienza, potremmo ripercorrere dal dominio degli Antichi Greci, e poi Sciti, Romani, Goti, Unni, Rus’ di Kiev, Bizantini, Veneziani, Genovesi, Mongoli, Ottomani, Russi e Ucraini. ¹

Ogni studioso di storia e di geopolitica è, o dovrebbe essere a conoscenza di quanto gli eventi storici creino fenomeni e vettori che non si estinguono affatto facilmente, mantenendo altresì incidenze tangibili sul futuro. Tuttavia, senza perderci a lungo in riflessioni eccessivamente addietrate in “proto-cause” è senza dubbio rintracciabile una sorgente causale effettiva nel corso del ‘700 nei fatti che hanno caratterizzato la Crimea, dove la Russia sottraeva la Crimea stessa alle grinfie ottomane; dacchè se è vero che, come sosteneva l’inventore della Geopolitica Mackinder, “chi comanda l’Europa orientale comanda l’Heartland”, è altrettanto vero che chi controlla la Crimea controlla il Mar Nero, creando dei presupposti che in maniera desueta ma simbolica, potremmo identificare nella “ragione atavica” di tendersi verso “Costantinopoli” e di spingersi sul mediterraneo.

Sarebbe tuttavia erroneo analizzare gli argomenti del Bianchi soltanto tenendo a riferimento le logiche storiche della geopolitica e dello scontro tra blocchi di potere, poichè la vitalità delle questioni di Crimea, risucchiata nella spirale distruttiva ed esiziale del conflitto del Donbass ha assunto forme e sostanze che vanno oltre; interessano, dunque, le pretese del mondo atlantico verso quello russo e che fanno parte di una “sceneggiatura internazionale” che racconta non solo interessi di imperi rinnovati ma anche quello d’un giornalismo cinematografico e sinergico ed embedded al mondo militare occidentale mosso da ormai malcelati propositi imperialisti. Uno degli straordinari meriti del Bianchi, tra i tanti, è quello di aver chiarito questi aspetti e già con una delle primissime frasi, tali desultorie temperie che sono imperversate come una bufera rovente vengono ben sintetizzate:

[…] Sembrava Mad Max ambientato nella foresta di Teutoburgo“[2] (Giorgio Bianchi)²

Vi è ben poco di casuale infatti nel fatto che Teatri di Guerra Contemporanei trovi ovviamente la sua radice iniziale nei fatti del 2014 e di quella che il fotoreporter e documentarista romano definisce in titolo “La Mia Maidan”. Ad una istintiva domanda sul perchè sia “Sua” e non di tutti, mettendo ovviamente da parte il fatto che l’autore si trovava in prima persona sulla scena, si risponde con la conclusione più spietata. Vale a dire che una Jevromaidan vista al suo reale e fisico svolgimento è stata diversa da quella che, gli “sceneggiatori globali”, hanno narrato su consiglio d’un opera prima suggerita da agenzie e osservatori che non dispongono di inviati diretti, e che magari parlano di Siria da una stanza a Birmingham, o di Bielorussia dalla Polonia, o che trasmettono, perchè no, filmati terroristici dal Medio oriente ma confezionati da un regista britannico. Questo forse spiega il perchè, un rappresentante di Amnesty International a Milano si possa stupire del fatto che dei manifestanti “somiglino così tanto a dei soldati”, e Giorgio Bianchi, che tanti di quelli ne ha visti, non ha avuto difficoltà a spiegarglielo. [3]

Ci sono tuttavia quelle trame che non vengono raccontate e che soltanto un reportage fotografico autentico può restituire ad un lettore che, quand’anche informato, non può immaginare certo i drammi delle vite modificate, come quella di un ragazzo che, ben poco ha a che fare con il conflitto, eppure è a causa di esso che perde le sue mani. O di una ballerina, la cui vita è una complessa danza sul sentiero che serpeggia stretto tra le trincee e la ricerca di una normalità nella passione per la sua disciplina, delle persone che tentano di ricostruire la normalità quotidiana pur dovendo ricominciare dopo ogni “apocalisse a settimana” ; quella del vivere sotto i bombardamenti, o di quelle case spogliate della loro vitalità, ove i ricordi sono residui incrostati in una fantomatica alea di solitudine e di abbandono, che racconta di una “normalità” che fu e che ora non è più.

Forse queste trame, non vengono raccontate perchè non fanno parte del Teatro, essendo anzi nascoste sotto quest’ultimo, nè fanno parte della Guerra e della Politica, pur essendo causate da quest’ultime. Il Bianchi ci ha insegnato che esse stanno esattamente in mezzo tra (i) Teatri (Cronaca e quindi Media) e (la) Guerra (Storia e quindi Politica). In una terra di nessuno che scorre in mezzo, tra gli sceneggiati drammatici come quello di Julija Volodymyrivna Tymošenko dal cui successo sono tratti i remake di Sviatlana Tsikhanouskaya e Anrej Navalny in Bielorussia, e i colossal storici dal bicipite gonfio, dei carri armati, elicotteri e droni. Una terra di nessuno dove egli si è spinto all’indagine, che viene in genere sostituita da un copione adatto a stare, per l’appunto, nel mezzo, quello nella cronaca quotidiana che scorre tra frivolezze e argomentazioni mai profonde e semiserie. Si potrebbe sintetizzare che in quella terra di nessuno si trovano i racconti della ballerina Alina, delle lacrime dell’interprete Yelena e quello di Andrej e della sua fidanzata, rimastagli accanto anche dopo la mutilazione. Per concludere, in quello spazio in mezzo vi si trova nè più nè meno che la verità, quella del popolo.

Esistono tuttavia vari modi di concepire la scena d’un fatto cronistico e storico. Il proscenio della Geopolitica di Mackinder ha certamente ragion d’essere menzionato in questo teatro di guerra, ancor più quello della lunga storia della Crimea dalle sue radici; afferrate sin dal seme degli Antichi Greci. Ma più d’ogni altro, è quello delle “sceneggiature” del teatro dell’immaginario globale, sul soggetto della hybris occidentrale, portatrice di una trama da colossal di “democrazia e diritti”, tratta dall’opera prima di Gene Sharp, sul quale, dallo spettatore più attento il commento post spettacolo sarà inevitabile: Ab uno dice Omnis.

Poichè alcuni di noi sanno che è un film ormai già visto, nei tanti prequel e sequel, e lo sa bene Giorgio Bianchi nella “sua” Maidan. Perchè certi palcoscenici alla fine sono “Fragili”, dacchè legati ad una illuminazione condizionata dagli interruttori nei laboratori del potere, e quando qualcuno li preme si accendono le luci d’uno spettacolo che ama “cambiare genere”. Sono luci della ribalta utili, per l’appunto, a “ribaltare”, e a operare un “reset” che raccontato dai “bravi registi” dell’informazione occidentale parla sempre di quanto è migliore la normalità nuova che da capo ricomincia su quella vecchia ormai rivoluzionata. Eppure molti, troppi, rimangono in mezzo, in un purgatorio che subisce gli effetti di economie distrutte e di un sistema di istruzione che muove passi pesanti e mai puntuali, schiacciando come un tappeto, lungo le generazioni e generazioni, le vite e le ambizioni giovanili incompiute con l’indelicatezza d’un pachiderma rallentato :

Fragile è Ciò che si vede. Fragile è ciò che ci si aspetta. Fragili sono stati gli accordi di Minsk, artefici di una pace fittizia. Fragile è la normalità a cui ambiscono gli uomini comuni […] L’assurdo è diventato il quotidiano, cancellando di colpo ogni equilibrio costruito nel tempo e calcolato come fosse scontato. […] L’Ucraina è una tragedia enorme e un allarme per tutti gli uomini, abituati a credere che la pace, il benessere e la convivenza siano per sempre“. [4] (Giorgio Bianchi)

Parole il cui significato sfugge a chi crede che, una “nuova normalità” dopo un’emergenza possa portare a qualcosa di superiore all’interno di una civiltà democratica, anche se qualcuno, di nome Victoria Nunland, tra i tanti, definiva questo concetto come “Futuro che l’Ucraina merita” già prima di Jevromaidan; strani modi , quelli dell’occidente, di “Salvare le estati, le pasque, i natali e il domani” di un popolo.

2. La Guerra

Per parlare del “Teatro” e di ciò che sta in mezzo nella transizione generazionale è stato necessario menzionare ovviamente la Crimea e ad un accenno della sua storia, ma anche all’allestimento del sopracitato “padre della geopolitica”; Halford Mackinder e del suo concetto di Heartland. Ma per parlare della “Guerra”, è senza dubbio ancor più utile menzionare Nicholas J. Spykman e del suo concetto di Rimland, nonchè dell’incentramento della sua filosofia del “Contenimento” in relazione ai rapporti di forza: vera e reale sostanza della politica estera.

Gli stati sono sempre impegnati a frenare la forza di qualche altro stato. La verità è che gli Stati sono interessati solo a un equilibrio che sia a loro favore. Non un equilibrio, ma un margine generoso è il loro obiettivo. Non c’è vera sicurezza nell’essere forti quanto un potenziale nemico; c’è sicurezza solo nell’essere un po’ più forti. Non c’è possibilità di azione se la propria forza è completamente controllata; c’è una possibilità per una politica estera positiva solo se c’è un margine di forza che può essere usato liberamente. Qualunque sia la teoria e la razionalizzazione, l’obiettivo pratico è il costante miglioramento della posizione di potere relativo dello stato. L’equilibrio desiderato è quello che neutralizza gli altri stati, lasciando lo stato d’origine libero di essere la forza e la voce decisiva.” [5] (Nicholas J. Spykman)

In Crimea, la popolazione russa crebbe sino al 70% negli anni ’60 dal 30% di fine ‘800. Tenendo a mente ciò che avvenne con Krushev nel 1953, vale a dire l’accorpamento della Crimea all’Ucraina, essa entrò nell’unione sovietica nel 1922 separatamente dalla stessa Ucraina. Nel 1991 la Crimea si trasformò da Oblast a Repubblica Socialista Sovietica Autonoma con sede a Sinferopol. L’espansione della NATO verso est è certamente riconducibile ad un contenimento pressivo e aggressivo che approfondisce le metodiche nelle corde di Nicholas J. Speakman rendendo più capillare, anche se certamente imparentata, la concezione più vetusta basata sull’Heartland che Mackinder aveva elaborato nell’ipotizzare una Geopolitica su radice storica. Potremmo quindi dire che la filosofia dell’Heartland e quella del Rimland siano opposte ma uguali, l’una lo specchio dell’altra. Innegabile tuttavia è il fatto che Mackinder diede corpo ai suoi concetti con lo sviluppo ferroviario russo, che egli identificava come fatto cruciale del cambio delle politiche geografiche continentali (e quindi delle “Geopolitiche”) e che rendeva non più attuali le parole del corsaro Sir Walter Raleigh, che sin dal ‘600 a quel momento avevano validità:

Chi possiede il mare, possiede il commercio mondiale; chi possiede il commercio, possiede la ricchezza; chi possiede la ricchezza del mondo possiede il mondo stesso” (Sir Walter Raleigh) ³

Non trascurabile è il fatto che Danimarca e Islanda, paesi fondatori NATO hanno operato, insieme al Regno Unito, una chiusura della potenza marina di San Pietroburgo dei mari del Nord con la diretta conseguenza di spostare sulla Crimea la sensibilità per il contenimento, traducibile in “Aggressione pressiva e contenitiva” a danno della Russia. Yeltsin, non a caso, provò a trattare un rientro della Crimea in Russia. Nel 1993 Sebastopoli fu designata dalla Duma di stato come territorio russo, cosa che ha permesso di mantenere un corridoio marittimo occidentale alla Russia e quindi tenere le sue navi nel porto di Sebastopoli. La risposta dell’annessione della Crimea fu espressa dalla Russia a seguito del Summit di Bucarest nel 2008 dove Georgia e Ucraina, oltre a lambire l’ingresso NATO, furono incoraggiate ad aderire nell’Unione Europea. Le trattative ebbero un’inversione di tendenza con Viktor Janukovyč che accettando un finanziamento proposto da Mosca equivalente a 15 miliardi di dollari comportò una stagnazione dei rapporti con Bruxelles, spostandosi con decisione verso Putin, cosa che poi trovò l’ostacolo con Jevromaidan, una sollevazione che fu utilizzata per rimuovere da Kiev tutti i soggetti filorussi, privilegiando, per tutta risposta, la russofobia, compresa quella dell’estrema destra ucraina di Pravij Sektor, una russofobia che ben poco invidia il maccartismo e che di certo ricorda la Putinfobia di cui ci parlava il compianto Giulietto Chiesa. Ma ancor più ricorda quell’invocazione ad un “Fascismo Illuminato e Liberale” che Herbert G. Wells, noto scrittore di Fantascienza, pronunziò ad Oxford.

L’estrema polarizzazione del popolo ucraino ha certamente comportato lo spostamento del conflitto sul Donbass, e nello specifico delle regioni con maggioranza filorussa, Lukansk e Donetsk, maggiori ereditarie delle tensioni di Crimea. In quel periodo, quello del rovesciamento dello Janukovyč , si intende, Giorgio Bianchi, a cavallo tra 2013 e 2014 era, come abbiamo detto, già sul campo. Se per commentare il Teatro lo stesso Bianchi ha sentito l’esigenza di narrare quelle storie che, come si diceva prima, sono “in mezzo” e nella “Terra di Nessuno”, per raccontare “La Guerra” egli ha dovuto indagare non solo in mezzo, ma anche “nell’oltre”, non esclusi quello del futuro e del passato: un oltre che vede il Donbass al passato come; “La Somme del ventunesimo secolo”, e al futuro come le distopie di Cormac McCarhty.

…La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. […] Spegne la luce e scompare. Guardati intorno. “Mai” è un sacco di tempo” [6] (Cormac McCarthy)

Tra la visione anteriore de “La Somme” e la proiezione posteriore de “La Strada” del McCarthy, si trova la parte più surreale delle due, eppure la più vera, quella che mette in relazione al presente le due allucinazioni, ed è la stagnazione immobile del presente di una città fantasma come quella del villaggio di Spartak, funzionalenel capire quanto i ritmi spezzati della quotidianità possano essere irreparabili per un paese immerso in un conflitto ad oltranza.

E’ inutile descrivere questo posto, bisogna andarci per capirlo. Per farvi un’idea recuperate la strada di Cormac McCarthy […] L’ideale sarebbe girarne le pagine passeggiando per le strade del Donbass…” [7](Giorgio Bianchi)

Nel villaggio di Spartak, non lontano dalle postazioni dei militari di Kiev e dalla città di Donetsk, viveva Marina, ragazza che alloggiava con la madre in un bunker sotterraneo. La ragazza, spiega Giorgio Bianchi, ogni giorno doveva recarsi al villaggio di Yakolevkaper andare a scuola.

Una Mattina decisi che avrei documentato il tragitto che tutti i giorni Marina faceva per andare a scuola […] la temperatura attorno a – 15. Per raggiungere la fermata del bus bisognava fare un tragitto a piedi attraverso le vie deserte del paese, oltrepassare un boschetto e attraversare la tangenziale desolata, il tutto rigorosamente al buio per non finire nel mrino dei cecchini ucraini appostati nella zona…” [8](Giorgio Bianchi)

Come il documento pubblicato da Giorgio Bianchi si è spinto oltre, nei drammi personali del popolo, ha osato spingersi anche nell’oltre sottostante, in quel luogo dove, a detta dello stesso fotoreporter, il “Coefficente di Difficoltà è di 10/10” a causa della claustrofobia dei luoghi e l’assenza di luce. Più a fondo anche dei bunker di Marina e sua madre, in un luogo dove l’Antracite “non è semplicemente un colore”, ovvero le miniere.

Anche qui si trova una generosità di storie e sentimenti, sulle quali approntarne una sintesi e scegliere le dovute citazioni comporterebbe solo un irreparabile svilimento della preziosa opera del Bianchi, che, effettivamente, è andato oltre non solo in senso stretto, ma anche oltre la stessa opera, costiuendo insieme al collaboratore Federico Schiavi l’iniziativa Blind Pit, una campagna di raccolta fondi per documentare la condizione di Sasha, minatore non vedente che l’autore ha incontrato durante le esplorazioni nelle miniere. Sasha ha potuto svolgere un’operazione chirurgica per risolvere la sua situazione non ancora irreversibile, e questo anche grazie all’interessamento e all’azione concreta del Bianchi e dello Schiavi, suo collaboratore nelle inerenze di Blind Pit.

Potremmo dire in ogni caso che Giorgio Bianchi ci ha spiegato come nessun altro aveva fatto prima, cosa l’occidente è stato disposto a fare per esorcizzare le paure di Zbigniew Brzezinski.

“La questione cruciale qui, che potrebbe culminare in modo drammatico nel corso del 1994, è la futura stabilità e indipendenza dell’Ucraina. […] I politici americani devono affrontare il fatto che l’Ucraina è sull’orlo del disastro: l’economia è in caduta libera, mentre la Crimea è sull’orlo di un’esplosione etnica favorita dalla Russia. Entrambe le crisi potrebbero essere sfruttate per promuovere la rottura o la reintegrazione dell’Ucraina in un quadro più ampio dominato da Mosca. È urgente ed essenziale che gli Stati Uniti convincano il governo ucraino, attraverso la promessa di una sostanziale assistenza economica, ad adottare riforme economiche a lungo ritardate e assolutamente necessarie. Allo stesso tempo, dovrebbero essere disponibili assicurazioni politiche americane per l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina” ( Zbigniew Brzezinski)[9]

3.Ancora Teatri di Guerra

Se nei punti precedenti potevano bastare le radicazioni geopolitiche a trazione anteriore nelle logiche di Mackinder e di Spykman, certamente per affrontare la transizione e l’arrivo definitivo a questo terzo punto, il nome di Brezinski, autore di logiche egemoniche ancor più ambigue e asimmetriche dei precedenti due precursori, trovano maggior motivo d’una citazione. In Siria si è espressa in effetti una partita all’interno della Grande Scacchiera, con due giocatori definitivi. [10]

In Siria, la discrasia su ciò che il Teatro ha sollevato alle percezioni, e ciò che la Guerra ha portato all’effettiva realtà è forse addirittura più acuta che non nel Donbass. Entrambi tuttavia condividono certamente lo status di tabù per i media occidentali. Siria e Donbass rientrano in quel gruppo di argomenti indivulgabili poichè affrontarli, quand’anche documentati, significa automaticamente essere bollati e squalificati. Ciò che viene raccontata come “guerra civile”, ci spiega il Bianchi, è nella realtà de facto l’opposto della guerra civile, in quanto influenzata direttamente da temperie esogene, che corrispondono a soggetti che contrappongono direttamente alla milizia governativa e gli alleati russi e iraniani legittimamente in campo, forze militari e terroristiche, nutrite da Turchia, Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele, Francia e Regno Unito; e la lista non finisce qui. Assolutamente paradigmatica è la fantasiosa sofisticazione dei “ribelli moderati”, così come i numerosi racconti sui Curdi, aggiungeremmo noi. Non si vuol certo sminuire le sofferenze di molti appartenenti a questo popolo ma non si può negare che taluni, siano sovente usati come spina nel fianco della legittima sovranità della Siria. Si ha come l’impressione, talvolta, che vi sia interesse a fare dei Curdi una sorta di bolla giuridicamente e mediaticamente protetta non dissimile da Israele, con conseguenti effetti negativi per l’incolpevole popolo siriano. Sarebbe altresì iniquo mancare di aggiungere che i Curdi, popolo irreparabilmente alla mercè “dell’impero euro-atlantico”, sono certamente costretti a dover adempiere qualsiasi richiesta compresa quella di creare difficoltà alla Siria, non escluse quelle nell’ambito energetico e del controllo delle risorse petrolifere.

Tornando tuttavia al reportage, si può osservare come Giorgio Bianchi, per mezzo d’un ammirevole racconto sui drammi umani di singoli individui del popolo, abbia saputo allegarvi e raccontarvi al tempo stesso anche preziosi quadri di come si sono svolti i fatti in Siria, non mancando di sottolineare come, una bolla isolante mediatica unitamente al regime delle sanzioni, abbia tenuto il popolo siriano lontano dalla comprensione di ogni lettore e libero pensatore occidentale, e in uno stato simile“all’assedio medievale” [11]: affermazione a dir poco interessante del fotoreporter, che apre numerose riflessioni.

Il segmento siriano che il Bianchi affronta nella seconda parte del reportage comunica una sensazione di un “linguaggio che sembra straripare”, vale a dire, si ha l’impressione che l’autore abbia deciso di operare una sintesi laddove avrebbe voluto invece dilungarsi. Il tratto visionario e poetico del Donbass cede ad una penna più “nervosa” e ad una certa sensazione di rabbia, dovuta anche alla sovrabbondanza di cose da dire, ma non per questo meno valida e interessante, al contrario essa risulta in realtà un completamento perfetto al reportage fotografico. Si può infatti notare che in entrambi i capitoli il fotoreporter sia piuttosto toccato emotivamente, in quello del Donbass tuttavia le molte ansie e paure sono in parte lenite da un lascito superiore di speranza ancora vivo che, tra le molte cose, si è espresso oltre il libro, continuando nel volto del buon Sasha e nell’iniziativa di Blind Pit, ma anche nei ricordi che hanno offerto episodi di vita indipendenti e che alleviano quel gorgo che, come afferma lo stesso Giorgio, spesso strozza le parole in gola provocando insoddisfazione . Si ha invece un contraccolpo emotivo differente nella sezione riguardante la Siria, forse più densa di quella sensazione della “foto non scattata”, concetto cardine della filosofia alla base dell’opera di Giorgio Bianchi, riassumibile nel sovracitato concetto dello strozzarsi dei racconti in gola o ancor più nella reticenza del professore di musica che offre la migliore delle storie proprio col suo silenzio. Cosa che, per tutto paradosso, è l’unico momento di respiro della parentesi siriana nel reportage. Una volta che il Bianchi realizza che una storia rimasta taciuta può essere ugualmente preziosa ai suoi ricordi, anche il lettore, vi assicuro, tirerà un respiro dopo una lunga apnea.

Anche in quest’ultima sezione il reportage affronta il tema di scenari e vite duali, attraverso i drammi personali come quelli di un sarto, costretto ad imbracciare il fucile, o come quello del summenzionato insegnante di musica anch’esso combattente nell’esercito Arabo Siriano, lungo un taglio geografico che comprende luoghi come Tartus, Idlib e i suoi dintorni, Deir el-Zor, Damasco e zone limitrofe e infine Palmira, scenario in grado di evocare suggestioni profonde e ataviche, così irreparabilmente offeso dai terroristi, un genere di offesa indimenticabile come quella della morte di Khaled Al-Asaad.

4. Il Reportage Fotografico

La parte che dovrebbe, secondo logica, risultare pleonastica è quella che probabilmente mette in maggiore difficoltà. Commentare le fotografie da un punto di vista tecnico apparirebbe fuor di dubbio pretenzioso e fuoriluogo, è infatti assai scontato dire che è piuttosto cristallino il talento fotografico dell’autore, che pare avere una certa facilità nel catturare ritratti di assoluto valore. Come non menzionare la scultura di terrore nella copertina immortalata nel febbraio 2014. E che dire invece delle suggestive sequenze della miniera, della foto di epica post-moderna nel parco vicino allo stadio della Dinamo, la “Mad Max a Teutoburgo”, per intenderci, o , aggiungiamo ancora, delle romanzesche e affascinanti foto che ritraggono Spartaco, combattente volontario italiano con gli autonomisti filorussi. Perfino le fotografie più didascaliche e strettamente correlate al testo appaiono come splendidi dipinti. Mica male, vien da dire, per uno che asserisce che le sue foto migliori siano quelle “non scattate”.

Sarebbe dura, se un po’ abbiamo imparato a conoscere Giorgio Bianchi in quest’opera, pensare che egli possa evitare di litigare se in un bar di “nessun dove” incontrasse Mackinder, Spykman o Brzezinski. Per quest’ultima frazione quindi, scegliamo di citare qualcuno che, salvo sorprese impreviste, dovrebbe senza dubbio andare d’accordo con il fotoreporter romano:

“Tradizionalmente, una buona storia è composta da un certo insieme di cose, una giusta proporzione di cifre, emozioni, interviste, descrizioni, resoconti. Non dovrebbe essere dominato da informazioni goffe che sono difficili da digerire per le persone” (Alexander Sladkov)

In effetti, queste parole, scaturite da una curatela dell’intervista a Oleg Borisovich Dobrodeev, eroe e patriota russo, superano qualsiasi tentativo di descrivere Teatri di Guerra Contemporanei mediante lo stimolo alle corde della retorica. Nel voler quindi giungere a conclusione, non si può evitare una considerazione fondamentale ispirata si da queste sopracitate parole dello Sladkov, ma anche e soprattutto ispirate dal lavoro del Bianchi, su cosa rappresenti realmente questo reportage fotografico. Provo a dirvelo in parole semplici?

Rappresenta tutto ciò che il giornalismo odierno NON è

Vale a dire, una sorgente autentica di fatti, al posto di narrazioni dislocate e di seconda mano, che anzitempo racchiudevamo nell’esempio dell’osservatorio della Siria a Birmingham. Rappresenta il racconto di storie umane e drammi dimenticati, che al contrario, nei media tradizionali vengono usati solo quando funzionali alla propaganda subliminale. Ma anche, aggiungiamo infine, un lavoro prezioso che contiene un contenuto tabù, ma che grazie ad un linguaggio autoriale, interiore e autentico, può rappresentare una straordinaria occasione di “divulgare l’indivulgabile” anche ad un pubblico non pronto.

Note Bibliografiche e Riferimenti Diretti

[1] Democratic Ideals and Reality , di Halford Mackinder, Origami Books, 2018

[2] Teatri di Guerra Contemporanei, di Giorgio Bianchi, Sguardi e Visioni, Mimesis, 2021 [3] ibid. pag 23 [4] ibid. pag. 30 [7] ibid. pag 72 [8] ibid. pag. 75 [11] ibid. pag. 109

[6] Geografia delle Potenze Mondiali , di Nicholas J. Spykman, Le Due Rose Editore 2021

[6] La Strada , di Cormac McCarthy, Super ET, Einaudi 2010

[9] Foreign Affairs – Premature Partnership, di Zbigniew Brezinski – 1994

[10] La Grande Scacchiera di Zbigniew Brzezinski, Longanesi, 1998

(1) The Open Conspiracy (H.G. Wells, 1928) (Opera intera)

(2) Russian Navy visit United States (Pubblicazione Intera)

Mimesis – Teatri di Guerra Contemporanei di Giorgio Bianchi (Scheda del Libro)

Giorgio Bianchi Photojournalist (Sito Ufficiale)

Altri Riferimenti importanti

Dragonsword – William Morris: Una riflessione più estesa (Di Pat Antonini, 2016)

Produzioni dal Basso – Blind Pit – (di Giorgio Bianchi e Federico Schiavi)

Il Sole 24 ore – Brezinski: Ucraina Decisiva, Putin non è credibile (Di Ugo Tramballi)

Wikipedia – Summit Bucarest 2008

Wikipedia – Khaled Al-Asaad

Corriere della Sera – Ucraina, gaffe diplomatica statunitense

Vesti – They Will Push in Syria, But We Will Win in Ukraine (Di Alexander Sladkov, 2018)

Note

¹ Si sono certamente tralasciati molti, tra cui il Khanato dei Tatari o ad esempio, i Kipckaki

² Nella fattispecie, Giorgio Bianchi si riferisce ad un episodio di scontro tra la polizia e i gruppi di protesta armata

³ Corsaro e Poeta, noto esponente dei “Corsari Elisabettiani” (Sea Dogs). Non si può negare che “l’inventore della Geopolitica” Mackinder abbia applicato i concetti talassocratici di Raleigh a logiche telluriche.

⁴ Dall’introduzione di Fascismo Liberale di H.G. Wells (Di Philip Coupland, Journal of Contemporary History, 2000) “… Durante gli anni 30, la teoria rivoluzionaria di H.G.Wells era incentrata sul concetto di “Fascismo Liberale” e dal raggiungimento di un mondo utopico grazie ad una elìte autoritaria […] ” . Aggiungiamo noi che Wells parlò di Fascismo Liberale e illuminato anche in una conferenza ad Oxford : Per Approfondire clicca qui