Dom. Apr 18th, 2021

"National Cathedral, Mexico City" by Gary Lee Todd, Ph.D. is marked with CC0 1.0

Un’ipotesi geopolitica per spiegare il potere del settore militare messicano

Iscriviti alla newsletter del CeSEM

di Federico Anaya-Gallardo
Traduzione per il CeSEM di Cristiano Procentese
Articolo originale: https://politicainternacional.com.mx/2020/12/02/una-hipotesis-geopolitica-para-explicar-el-poder-del-sector-militar-mexicano/

Ultimamente, noi cittadini messicani ci siamo imbattuti in un tema deprecabile: il potere del sistema militare. E’ disdicevole non sapere molto a riguardo delle proprie Forze Armate. È disdicevole perché si presume che queste ultime siano indispensabili alla vita della Repubblica; oltre al fatto che, a volte, si sospetta non siano veramente utili. Che ci siano tre “piani di difesa nazionale”, DN1, DN2 e DN3, è un fatto abbastanza noto – poiché la maggior parte della popolazione ha visto le truppe schierarsi applicando il protocollo DN3 in caso di calamità naturali. A tal proposito, il triangolo blu della Protezione Civile è meno conosciuto della sigla DN3. Ma questo particolare – a ben vedere – ci riporta all’indignazione iniziale: se le Forze Armate sono utilizzate esclusivamente o principalmente per affrontare le catastrofi, non sarebbe meglio convertirle in un corpo di Protezione Civile? (si sottolinei la parola civile.) Quando si cerca di approfondire cosa significano DN1 e DN2, lo sconcerto aumenta. DN1 è il piano di difesa in caso di invasione straniera; DN2 il piano di difesa contro la ribellione interna. Nella prima – poiché l’unica potenza capace di invaderci sono gli Stati Uniti d’America (USA) – il piano ordina l’organizzazione popolare della resistenza perché riconosce l’incapacità delle forze militari di affrontare in modo efficae l’invasore. Nella seconda, che di fatto è stata attivata in più occasioni, le Forze Armate hanno affrontato una parte della popolazione che avevano giurato di difendere. Appaiono inutili all’esterno e anti- insurrezionali all’interno. Non c’è da stupirsi che l’argomento sia sconveniente.

Un paio di recenti episodi inaspettati ci riportano al tema. Il 15 ottobre 2020, il cittadino Salvador Cienfuegos Zepeda viene detenuto all’aeroporto di Los Angeles in Alta California con l’accusa di narcotraffico da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In pochi giorni quest’ultimo viene portato davanti ad un giudice federale a Brooklyn, New York. La notizia provoca un terremoto. Questo cittadino è stato il Segretario generale della Difesa nazionale messicano tra il 2012 e il 2018. La “commentocrazia” messicana ripete parole come insolito, straordinario, inedito. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, quando il 17 novembre 2020 i pubblici ministeri federali incaricati dell’accusa di Cienfuegos chiedono al tribunale di respingere l’accusa e di autorizzare la consegna del detenuto alle autorità messicane. Il giorno successivo Cienfuegos torna a casa. Ancora una volta, insolito, straordinario, inedito. Molto scandalo, pochi fatti, analisi superficiale.

In un fiume di commenti, ha sorpreso una dichiarazione dell’avvocato Ana Laura Magaloni Kerpel: “Mi ha fatto piacere il risultato. … trattenere il capo dell’esercito, colui che era a capo dell’esercito, … non è il modo di trattare un’istituzione di rilievo come quella dell’esercito “. A suo parere, l’accusa degli Stati Uniti contro Cienfuegos ha compromesso una istituzione importante proprio per la politica contro i narcotrafficanti degli stessi Stati Uniti. (È l’ora dell’opinione, 18 novembre 2020, minuto 5 ess. Nota 1.)

Per la Magaloni, l’accusa americana ha colpito la disciplina, la lealtà e l’istituzione incarnati dall’esercito messicano.

Ovverosia: un esercito notoriamente incapace di affrontare gli americani in termini militari sarebbe necessario, forse indispensabile, per gli Stati Uniti. Delle due l’una: o Washington è seriamente preoccupata affinché possiamo ricevere una buona assistenza in caso di calamità; o Washington considera le Forze Armate messicane indispensabili per mantenere l’ordine interno nella nostra Repubblica. È ragionevole propendere per la seconda opzione, quindi l’argomento che i pubblici ministeri nel caso presentato al giudice federale degli Stati Uniti a Brooklyn ha una sua logica: “gli Stati Uniti hanno stabilito che considerazioni sensibili e importanti di politica estera superano l’interesse del Governo nel perseguimento dell’imputato ”(p.1 della sentenza). Queste delicate e importanti considerazioni di politica estera hanno un impatto sul “rapporto del governo con un alleato straniero” (p.4 della sentenza). Cioè, i pubblici ministeri statunitensi hanno ritenuto che il rapporto del Governo degli Stati Uniti con una potenza alleata (Messico) sia più importante che perseguire la loro accusa – che affermano essere fondata – contro una persona che ha causato gravi danni al popolo degli Stati Uniti d’America. Nota 2.)

Questo procedimento è piuttosto insolito. Da quando si è reso indipendente dalla Colombia, Panama viene considerata una potenza alleata degli Stati Uniti, ma quest’ultima nazione non ha avuto paura di invadere la prima nel 1989 per arrestare Manuel Noriega – che è stato accusato, processato e condannato per il traffico di droga. Il lettore penserà: Panama non è il Messico. E ha ragione. Ciò che non è chiaro è in cosa consiste la differenza. Nel discorso antimperialista più semplicistico, sia Panama che il Messico sono vittime della Repubblica Imperiale analizzata da Raymond Aron (Parigi: Calmann-Lévy, 1973). Ma mezzo secolo fa, lo stesso Aron riconobbe che il ruolo imperiale degli Stati Uniti dipendeva in gran parte dalle singole relazioni da stabilire con ciascun Paese alleato. In questo senso, al culmine della Guerra Fredda, l’atteggiamento degli Stati Uniti non era lo stesso nei Caraibi, nell’America centrale, in quella meridionale, o nell’Europa occidentale e in Giappone. Dal rozzo colonialismo (Porto Rico) all’imperialismo aperto (Guatemala, Nicaragua), alla sorveglianza a distanza da parte di terzi (Brasile, Cile, Argentina), alla negoziazione garbata con gli alleati (Europa), gli Stati Uniti esercitavano in modo calibrato il proprio “imperium”.

Nel 1989, nonostante i trattati Torrijos-Carter (1977) e l’attivismo panamense a favore delle rivoluzioni centroamericane (vedi la cronaca di Chuchú Martínez, 1987), Panama era certamente nella prima linea delle potenze alleate con gli Stati Uniti (quelle soggette al colonialismo). Gli yankees conservarono basi militari nel territorio panamense e fecero infiltrare le loro forze armate. Hanno permesso a Manuel Noriega, un militare e agente della CIA, di salire al potere dopo l’assassinio del generale Torrijos. Washington sapeva delle operazioni di droga di Noriega visto che gli statunitensi erano stati aiutati nella consegna di armi alla Resistenza nicaraguense. Quando Noriega ha minacciato di rivoltarsi contro la Casa Bianca lo ha perseguito. Rogue si traduce in “ladro” e può avere il senso di “ribelle”, ma le definizioni più elaborate parlano di “un grande animale selvatico che vive al di fuori della sua mandria che mostra tendenze distruttive”. Bush senior non ha esitato a fare la guerra al suo cane da guardia, quando ha cercato di mordere la mano imperiale. L’invasione di Panama è durata 42 giorni e il regime di Noriega è stato sconfitto, ma Panama ha ristabilito un ordine costituzionale che era stato infranto dal 1968 dai militari che furono prima Torrijistas e poi Norieguistas. Le basi statunitensi sono ancora lì.

Diversamente, il Messico ha mantenuto un ordine costituzionale stabile dal 1920, le Forze Armate sono estranee all’esercizio del potere politico dal 1946, le basi militari yankee non sono mai state accettate nel territorio nazionale (nemmeno nel 1942, quando era in corso un’invasione giapponese). Il Messico non è sulla stessa linea di preferenze del Panama. E nemmeno il Brasile, il Cile o l’Argentina, dove le Forze Armate agivano per gli interessi imperiali degli Stati Uniti. Diversi fattori indicano che la posizione del Messico (condivisa con il Canada) assomiglia a quello dell’Europa occidentale e del Giappone. Come i tedeschi e i giapponesi, beneficiamo degli ombrelli militari e nucleari statunitensi, il che consente al Messico un budget di spesa per la difesa molto limitato. Siamo così abituati al detto del “povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti” che diventiamo ciechi di fronte ai vantaggi di questa situazione.

Tuttavia, nelle relazioni internazionali i vantaggi devono essere sempre contemplati in entrambi i sensi. Cosa guadagnarono gli Stati Uniti in cambio della protezione nucleare e militare offerta ai loro alleati? Lealtà nel confronto con l’URSS tra il 1945 e il 1991. Il Messico pagò lo stesso prezzo. Pochi lo ricordano oggi, ma Miguel Alemán Valdés era il candidato alla presidenza di due partiti nel 1946: il PRI e il Partito comunista messicano (PCM). Quella candidatura faceva parte dell’accordo cardenista-rooseveltiano-stalinista di unità nazionale, buon vicino, ampio fronte antifascista. Alemán ha rotto quella coalizione, il PCM perse le elezioni la repressione anticomunista aumentò incessantemente dal 1946 al 1976 (vedi Víctor Manuel Durand Ponte, La ruptura de la nation, México: UNAM, 1986). Nella politica messicana di fronte alla rivoluzione cubana (1959) Non vi è nessuna eccezione. La collaborazione tra Messico e Stati Uniti si è semplicemente perfezionata. Lasciare aperto il collegamento cubano in Messico ha permesso di controllare i rivoluzionari. Il Messico stava vincendo due volte: stava adempiendo alla sua parte dell’accordo geopolitico con gli Stati Uniti e ammorbidendo la situazione a Cuba – il cui regime, in cambio, evitava di fomentare la guerriglia nel nostro Paese.

Inoltre, il patto del 1962 tra Stati Uniti e Unione Sovietica dopo la crisi missilistica presenta due aspetti che spesso vengono dimenticati. Il primo, il ritiro dei missili nucleari statunitensi dalla Turchia; il secondo, il negoziato – guidato dal Messico – del Trattato di Tlatelolco (1967) che denuclearizzava non solo il Caribe ma tutta l’America Latina. Ancora una volta il Messico stava rendendo un servizio interessato alla Repubblica Imperiale. Per gli Stati Uniti era conveniente consolidare legalmente ciò che la forza aveva stabilito di fatto. Il Messico ha guadagnato importanza regionale e internazionale.

Nel 1974, Jean-Jacques Lentz utilizzò il libro di Aron per analizzare il lavoro di Henry Kissinger in prima linea nelle relazioni estere degli Stati Uniti. (“Regards sur La République Impériale,” Esprit № 433 (3-1974): pp. 411-432, League 3.) Lentz sottolinea un’idea che Kissinger sembra aver preso in prestito dal leggendario cancelliere austriaco Metternich: uno Stato deve massimizzare la suo libertà di azione, deve avere sempre più opzioni dei suoi avversari, costruire uscite alternative.

Il rapporto trilaterale tra il regime messicano del PRI, la Cuba di Castro e la Repubblica Imperiale ne sono un buon esempio. Il Governo messicano ha approfittato dell’evento inaspettato del trionfo rivoluzionario a Cuba per (a) rafforzare il suo prestigio internazionale – che in seguito gli avrebbe portato più opzioni;

b) garantire che gli ingressi al Golfo del Messico non fossero nelle mani di un’unica potenza;

(c) adempiere alla propria parte nel sistema di monitoraggio geopolitico statunitense; e

(d) garantire la stabilità interna.

I quattro obiettivi messicani rappresentano quattro interessi nazionali: aumentare il ventaglio di opzioni multilaterali, garantire il libero scambio per i nostri porti del Golfo, non affrontare gli Stati Uniti e mantenere la pace interna. Tutti e quattro sono compatibili con gli interessi della Repubblica Imperiale. Abbiamo già visto il caso del trattato che ha denuclearizzato la nostra regione. Il libero scambio a Veracruz, Tampico e Coatzacoalcos avvantaggia allo stesso modo New Orleans e Gálveston – e nell’era neoliberista è essenziale garantire la globalizzazione. Una politica che evita i conflitti con il Messico consente agli Stati Uniti di risparmiare molto nella difesa di un enorme confine terrestre. Ma, per questo stesso motivo, la stabilità politica del Messico è essenziale.

Un’ultima questione, la pace interna del Messico è l’interesse comune che ha risentito della cattura di Cienfuegos Zepeda nell’ottobre 2020. L’esercito messicano è uno strumento indispensabile per mantenere l’ordine politico interno ed è per questo che Magaloni Kerpel ha sottolineato che l’arresto rappresentava una contraddizione in termini. Il ritorno di Cienfuegos in Messico è quindi – come hanno spiegato i pubblici ministeri al giudice di Brooklyn – una conseguenza necessaria della complessa situazione di potenza alleata degli Stati Uniti.

Tuttavia, l’arresto di un ex Segretario della Difesa nazionale lascia cicatrici che non svaniranno. Magaloni Kerpel ha anche sottolineato che i sospetti sono rimasti non solo sul generale Cienfuegos, ma sull’intera Istituzione da lui rappresentata. Su questo punto l’avvocato esagera: da anni abbiamo tutti il sospetto che la corruzione della droga abbia colpito le nostre Forze Armate. Héctor Aguilar Camín ci ha ricordato di averci avvertito decenni fa. L’accusa americana non ha fatto altro che scoprire il velo dietro il quale avrebbe dovuto trovarsi un’istituzione pura e onnipotente. Il nostro Ministro degli Esteri ha detto chiaramente che sarebbe un suicidio se l’ufficio del procuratore generale non indagasse seriamente sulle prove inviate dagli Stati Uniti. Ricordiamo che il giudice di Brooklyn ha respinto l’accusa ma ciò non impedisce che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti possa in futuro procedere nuovamente con l’accusa. A nessuno, da entrambi i lati del confine, converrebbe una futura richiesta di estradizione in cui si dica che il Messico abbia lasciato dei reati impuniti.

Opportunità inaspettate. Squarciato il velo della presunta purezza militare e della sua onnipotenza, noi messicani dobbiamo esigere che le nostre Forze Armate rispondano prontamente alle violazioni dei diritti umani che hanno commesso per decenni. Facciamolo con le giuste modalità e con ordine, rispettando un regolare processo e costruendo precedenti che impediscano nuovi abusi. È conveniente per il Messico e per gli Stati Uniti. Stabilità e ordine interno rispetto ai diritti umani.

Link utilizzati in questo testo

1:https://www.youtube.com/watch?v=BWXhOGxk2s4&ab_channel=NoticierosTelevisa

2: https://www.washingtonpost.com/context/read-u-s-prosecutors-motion-to-dismiss-the-indictment-of-former-mexican-defense-minister-salvador-cienfuegos-zepeda/8531831e-733a-477f-a7d1-91e731d8a818/?itid=lk_interstitial_manual_6

3: https://www.jstor.org/stable/24262917