Lun. Lug 26th, 2021

Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte seconda).

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Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte prima)

di Marco Costa

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Hong Kong conserva alle sue spalle una storia tanto ricca quanto particolare. Storia, come abbiamo visto, che non è solo fatta di crescita economica e di scambi commerciali, ma che più segretamente rimanda ad episodi leggendari, talvolta misteriosi, spesso legati alle sue attività marittime. Hong Kong, ben prima di diventare una capitale finanziaria dell’Asia e dell’intero pianeta per come la conosciamo oggi, è stata per secoli il crocevia di avventurieri, missionari, pellegrini, faccendieri ed impostori, che vedevano nel “Porto profumato” l’occasione per scappare dalle terre di origine – fossero queste in Asia o in Europa – e sull’Isola ricostruirsi una vita. Ma, ancora prima, è stato l’approdo di numerosi esploratori provenienti dall’Europa.

Una figura che si lega strettamente a questa città, è quella di Jorge Álvares, esploratore portoghese che probabilmente è stato il primo europeo ad aver raggiunto Hong Kong e la Cina via mare.1 Questo esploratore nel maggio del 1513 salpò dalla città birmana di Pegu col capitano originario della Malacca Rui de Brito Patalim, a bordo di una piccola flotta composta da sei giunche, con un equipaggio prevalentemente formato da marinai portoghesi. Álvares compì il suo primo sbarco in terra cinese nella città di Guangdong nel maggio 1513. Qui, e più precisamente sull’isola di Lintin situata nell’estuario del fiume delle Perle, eresse un monolite in pietra con incisa la tipica croce portoghese in omaggio al Re del Portogallo. Lo scopo di questa spedizione fu da un lato l’esplorazione geografica, ma anche l’interesse commerciale. Poco tempo dopo, infatti, il più celebre esploratore Alfonso de Albuquerque, già Duca di Goa, inviò Rafael Perestrello a cercare di intessere relazioni commerciali con i cinesi. Usando una nave di Malacca, Rafael sbarcò sulle coste meridionali di Guangdong sempre nel 1513, diventando il primo europeo a sbarcare sulla terraferma in Cina.2

Negli anni successivi Álvares partecipò al tentativo di fondare insediamenti a Tuen Mun, nei dintorni di Hong Kong; a queste prime spedizioni pionieristiche seguirono numerosi insediamenti commerciali portoghesi nella zona, poi culminati nella creazione di Macao. Peraltro, i rapporti tra portoghesi e cinesi non furono sempre pacifici, basti ricordare che nel 1517 i coloni lusitani combatterono contro l’esercito imperiale cinese, e pare che lo stesso Álvares abbia preso parte allo scontro.

Per certi versi, la storia della città di Macao è differente ma complementare a quella di Hong Kong. Questo territorio divenne infatti colonia portoghese nel 1552 e fu riconosciuta come tale dalla Cina nel 1670, nonostante il fatto che nel corso del XVII secolo gli olandesi tentassero ripetutamente di conquistarla. Dopo una breve parentesi spagnola, il Portogallo riottenne l’indipendenza sotto la dinastia Braganza nel 1640 e, siccome per tutto il periodo “spagnolo” Macao si ritenne sempre solo soggetta al Portogallo, le fu dato dai lusitani il titolo ufficiale di Cidade do Nome de Deus, de Macau, Não há outra mais Leal.3 Tuttavia, e per questa ragione la storia di Macao è speculare a quella di Hong Kong, in seguito alla conquista britannica di Hong Kong l’importanza strategica di Macao quale snodo commerciale declinò in modo lento e costante; rimase la base di partenza delle missioni dei gesuiti nella Cina dei Ming e centro della triangolazione degli scambi commerciali di argento e bronzo tra Giappone e Cina, Paesi che non avevano relazioni commerciali dirette e che godevano di due tassi di cambio completamente diversi.

Il Portogallo cominciò di fatto a perdere la sovranità su Macao a partire dalla Grande rivoluzione culturale cinese alla fine del 1966, quando una disputa sulla chiusura di una scuola portò a violente dimostrazioni contro l’autorità portoghese e l’amministrazione abdicò sostanzialmente alla sua sovranità.

Il 29 gennaio 1967 il Portogallo riconobbe ufficialmente Macao come territorio cinese e, anche se la Cina declinò inizialmente l’offerta per il ritorno ufficiale sotto la sua giurisdizione, Macao passò di fatto sotto l’influenza cinese: nessuna decisione importante avrebbe potuto essere presa senza accordi con la Repubblica Popolare. Ho Yin, capo della Camera di commercio cinese a Macao, divenne il rappresentante ufficioso di Pechino. Dopo la caduta del regime salazarista in Portogallo, il 25 aprile 1974 la Cina rifiutò ancora la restituzione di Macao, ma nel 1975 il piccolo contingente militare portoghese venne ritirato. Il 17 febbraio 1976 il nuovo statuto dichiarò Macao territorio speciale cinese in amministrazione portoghese. Con l’accordo sino-lusitano del 26 marzo 1987, si sancì definitivamente il ritorno definitivo di Macao alla Rpc, che si sarebbe tradotto nel passaggio ufficiale poi avvenuto alla mezzanotte del 20 dicembre 1999. Così Macao, dopo 442 anni di controllo portoghese, tornò sotto sovranità cinese. Nella dichiarazione congiunta – del tutto analoga a quella stabilita nell’accordo sino-britannico del 1984 per Hong Kong che abbiamo già esaminato – venne concordato che Macao avrebbe comunque mantenuto un elevato livello di autonomia fino al 2049, quindi fino a cinquant’anni dopo il ricongiungimento alla Madrepatria cinese.

In questo contesto, un’altra figura che abbiamo nominato e a cui va riservato un breve approfondimento è quella di Alfonso de Albuquerque, vero e proprio plenipotenziario della corona lusitana nelle spedizioni nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale.4

Nato ad Alhandra nel 1453, vicino a Lisbona, fu conosciuto come “Il grande”, “Il Cesare dell’Oriente”, “Leone dei mari” e “Il Marte Portoghese”. Attraverso il padre, Gonçalo de Albuquerque, Signore di Vila Verde dos Francos e sposato con Dona Leonor de Menezes, che aveva mantenuto una posizione importante in corte, Alfonso era collegato ai discendenti illegittimi della famiglia reale portoghese. Fu un fidalgo portoghese,5 ufficiale della marina le cui imprese militari resero possibile la creazione del vicereame portoghese delle Indie e di un vero e proprio impero coloniale nell’Oceano Indiano. Alfonso tentò di monopolizzare i passaggi attraverso l’Oceano Indiano ed impedire l’entrata delle potenze turche e hindu, trasformandolo di fatto in un mare nostrum portoghese. Conquistatore della Malacca nel 1511, estese la presenza lusitana anche sulle isole della Sonda, su Giava e Sumatra, e nel 1513 assoggettò Ormuz e il suo stretto. Generalmente considerato un genio militare, venne nominato primo Duca di Goa (che conquistò nel 1510) dal re Manuele I del Portogallo poco prima della sua morte, primo titolo dato all’esterno della terra madre, essendo il primo Duca non appartenente alla famiglia reale. Vittima delle gelosie della corte, tuttavia cadde presto in disgrazia e dovette rendere le sue conquiste a Manuele.

Ritratto di Alfonso de Albuquerque

Per quanto riguarda le sue imprese nei mari cinesi, come abbiamo visto, nel 1513 inviò Jorge Álvares in una missione sotto il suo comando, che replicò immediatamente dopo con la seconda missione capeggiata da Rafael Perestrello nel sud della Cina per intraprendere una relazione diplomatica e commerciale con la dinastia Ming. Dalla Malacca portoghese, Rafael partì per andare a Canton nel 1513 e ancora nel 1515-16 per commerciare con i cinesi. Questi viaggi, assieme a quelli di Tomé Pires e Fernão Pires de Andrade, furono tra i primi contatti di tipo commerciale/marittimo tra europei e cinesi. Dopo la morte dell’Imperatore Zhengde, avvenuta il 19 aprile 1521, le fazioni conservatrici della corte cercarono di limitare l’influenza dei portoghesi nell’area, con conseguente espulsione degli ambasciatori e diedero vita a diverse battaglie navali, tra cui la battaglia di Tuen Mun (conosciuta poi come Castle Peak), che è una città satellite di Hong Kong vicino alla foce dell’omonimo fiume, a ridosso della zona dei Nuovi Territori.

Una volta catturato dai cinesi, il rappresentante diplomatico Tomé Pires venne costretto a scrivere delle disperate lettere dove affermava che lui e gli altri ambasciatori non sarebbero stati rilasciati dalle prigioni cinesi fino a quando i portoghesi non avessero lasciato la penisola di Malacca, restituendola al Re deposto in precedenza, un vassallo tributario della dinastia Ming. Le relazioni tra il Portogallo e la Cina si rasserenarono nuovamente nel 1540, e come abbiamo visto nel 1557 i portoghesi fondarono la base di Macao, con il consenso diretto dei Ming.

Ma la storia delle esplorazioni europee nella Cina antica e nella fattispecie in quella meridionale su cui sorge più recentemente Hong Kong non erano prerogativa esclusiva dei portoghesi.

Con la fondazione della moderna Hong Kong, nel 1841, il baricentro della presenza europea in Cina trovò un nuovo approdo, a scapito del prestigio e dell’importanza di Macao. Entrambe le città dovevano peraltro le loro fortune al fatto che fossero porti sicuri dove approdare e costruire un avamposto per condurre le attività commerciali in tutta la Cina continentale. Tra i maggiori personaggi italiani che sbarcarono ad Hong Kong ci fu anche Giuseppe Garibaldi, che vi arrivò nel 1852 a bordo della sua nave battente bandiera peruviana, la Carmen; essendo all’epoca ricercato, si registrò sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Per alcune settimane si spostò tra Macao, Hong Kong, Xiamen e Canton, prima di salpare nuovamente per le coste sudamericane. Il suo luogotenente, il celebre Nino Bixio, non fece in tempo a raggiungerlo, in quanto una terribile epidemia di tifo lo colpì mortalmente all’altezza delle isole Sonda, nell’arcipelago malese. I due intendevano aprire un ufficio commerciale nelle città di Hong Kong e di Singapore.

Va poi segnalato – fatto importante sotto il profilo diplomatico – che l’Italia codificò i primi accordi ufficiali con la controparte cinese nel 1866, che garantivano agli italiani ampia libertà di commercio, utilizzo dei porti, edificazione di chiese e acquisto di terreni.6 I firmatari di tale accordo, che di fatto ponevano l’Italia allo stesso livello di altre potenze europee quali Gran Bretagna e Francia, vedeva suoi firmatari il comandante Vittorio Arminjon dell’imbarcazione Magenta e il plenipotenziario cinese Than. La Magenta stava compiendo un viaggio di esplorazione scientifica attorno al mondo, ed aveva a bordo il senatore Filippo de Filippi, uno dei naturalisti italiani più celebri dell’epoca, che tra l’altro s’ammalò e morì proprio ad Hong Kong.7

Peraltro di questo viaggio rimane memoria grazie all’assistente di De Filippi, Enrico Giglioli, che raccolse e pubblicò le memorie di questo viaggio nel volume intitolato “Viaggio intorno al mondo della regia pirocorvetta Magenta 1865-1868”, che raccolse un discreto successo. Nelle pagine di Giglioli, rimane una memorabile descrizione dell’ingresso dell’imbarcazione ad Hong Kong: «Ad un tratto si gira una punta, il canale si allarga, si copre di centinaia di navi di ogni forma e di ogni dimensione, e nel fondo, invece di rupi nude e precipitose, appare una grandiosa città, fabbricata alle falde di un’alta montagna, i cui bianchi palazzi risplendono, riflettendo i raggi solari. Quella meravigliosa apparizione era Victoria, detta comunemente Hong Kong, che è propriamente il nome dell’Isola. La Magenta allenta alquanto il cammino, si insinua attraverso il labirinto creato dalle giunche e dalle navi; giunge nel luogo che sembrava destinato ai bastimenti da guerra, e dà fondo a breve distanza da terra dirimpetto all’arsenale navale. Finite le salve, si poté ancora ammirare il bellissimo panorama di Victoria; quella città ci rammenta Genova e un pochino Gibilterra, essendo disposta quasi ad anfiteatro sopra una ripida pendice che scende al mare. Innanzi a noi sorgeva il picco omonimo della città, sulla cui vetta, a 555 metri sopra il livello del mare, è il semaforo che segna gli arrivi e le partenze; i fianchi del monte sono affatto nudi, e le case della città si stendono lungo la sua base e sopra le colline di forma conica che gli sorgono intorno».8

Oltre a Giglioli, che nelle sue memorie riesce ancora a deliziarci con strepitosi affreschi letterari sulla città di Hong Kong, a fine Ottocento avrebbero albergato sull’Isola altri italiani. Vanno, tra i tanti, ricordati Antelmo Severini, Carlo Valenziani, Ludovico Nocentini, Carlo Puini e il partenopeo Eugenio Zenone Volpicelli (1856-1936), che arrivò a ricoprire la carica di Console per le città di Macao e Hong Kong, oltreché rimanere famoso per la pubblicazione di numerosi scritti sulla guerra sino-nipponica. Amico di Volpicelli sarebbe diventato un altro personaggio, Luigi Barzini (1874-1947) che fece tappa sull’isola nel 1900 durante il suo viaggio verso Pechino, per seguire le vicende della rivolta dei Boxer, alla quale l’Italia prese parte con una flotta di cinque navi da guerra e un equipaggio non trascurabile di tremilaseicento soldati. Anche Barzini, nelle sue memorie, ci ha lasciato una notevole e poetica descrizione del contesto cittadino di Hong Kong, in tutto il suo contraddittorio fascino: «Sollevando gli occhi dallo scritto, ammiro, attraverso alla finestra spalancata uno dei quadri più belli che mai vista umana possa vedere. Se fosse vero quello che i poeti vogliono farci credere, cioè che la bellezza è ispiratrice, io dovrei scrivere questa corrispondenza in versi sovrumani. Invece non sento altra ispirazione che quella di buttar via la carta e matita e di sprofondare negli abissi della più idiota – e, per questo, certamente più dolce – delle contemplazioni: la contemplazione a vuoto senza idee. Per il momento abito in un albergo sulla cima del picco di Hong Kong. L’isola sulla quale Hong Kong è costruita, come tutte le isolette qui intorno, è formata da un’unica montagna scoscesa e dirupata, alle cui falde, al nord, sul mare, sorge la città. La cima del monte è l’Eden di Hong Kong, il delizioso rifugio degli europei, che sono venuti ad appollaiarsi quassù, a parecchi metri sul livello del caldo e della puzza. Le ville e gli alberghi vi formano una seconda cittadina, tutta immersa in un bagno verde e di verdura. Lo scoglio si è cambiato in un giardino con viali che serpeggiano fra prati fioriti e fra ciuffi di bambù e di aloe, viali che tagliano la roccia rosata come lunghe ferite ancora sanguinanti. Intorno il mare, frastagliato da scogli, isolotti, penisolette, come un mare norvegese, si apre al disotto – grande carta geografica al mille per mille, nel quale non mancano che i segni dei meridiani e dei paralleli. Tramonto: è l’ora che intenerisce il cuore ai naviganti – ma io da ieri non sono più navigante e non sento perciò alcun effetto sul pericardio. La via per la quale sono venuto si perde di fronte a me, lontano, al sud, fra brume infuocate. Una grande mandria di isole solleva le groppe sul mare calmo, tutto acceso di rosa. Si profilano come pezzi di uno scenario sconfinato; le più vicine in azzurro, poi più in là in viola, poi in grigio, poi in carnicino. Alcune strane nuvole si incendiano al tramonto; sono strisce sottili e dritte di fuoco, spade incandescenti di arcangeli stese sull’orizzonte. Il vento traccia sul mare mutevoli linee di cobalto. Lontano, qualche puntino fumante – un piroscafo – sembra sospeso nella luce. Presso alla costa numerosi sampan dalle vele gialle ad ala di pipistrello si avvicinano alla baia. Una pace infinita. Un silenzio solenne. Dall’altro lato, fra l’isola e il continente, si apre la baia. I monti della Cina svaniscono nella nebbia viola».

Se Barzini ci regala una splendida fotografia della baia, per la città riserva un’emblematica descrizione architettonica: «Hong Kong, dal mare, somiglia a Genova. File di palazzi europei si arrampicano sul monte, a più ordini. Vedete dello stile inglese, dello stile italiano, del gotico, del Rinascimento, ma non il più piccolo tetto a barchetta, non la più umile pagoda: l’edilizia cinese è bandita».9

Altro personaggio italiano di spicco che soggiornò ad Hong Kong fu il toscano Guido Amedeo Vitale (1818-1916), membro della legazione italiana a Pechino nei momenti più critici della celebre rivolta dei Boxer, nell’anno 1900, su incarico dell’ambasciata italiana con l’incarico di traduttore. Così come l’altro toscano Mario Appelius (1892-1946), scrittore di relativo successo che salì agli onori delle cronache per romanzi dedicati alle sue peregrinazioni asiatiche quali “La crisi di Budda. Due anni fra i cinesi” del 1935 e “Yu-ri-san: la pittrice di crisantemi” del 1939 e soprattutto “Asia gialla” del 1926. Peraltro va ricordato che questo scrittore e giornalista nutriva un certo interesse per le questioni cinesi anche alla luce del fatto che già il nonno, un setaiolo comasco, aveva impiantato nei dintorni di Shanghai uno dei primi setifici meccanizzati in oriente. Erano gli anni in cui navi di lusso italiane solcavano i quattro mari – quali “Conte rosso” e la “Conte verde” – collegando Genova a Shanghai, via Singapore e Hong Kong.10

Un’ulteriore preziosa testimonianza storica dei collegamenti navali, commerciali e soprattutto umani dell’epoca, nelle rotte tra occidente e Hong Kong, tra Italia e Cina, ce la fornisce proprio il consolato italiano a Canton: «Gli italiani sono quantitativamente pochi. La colonia si compone di qualche commerciante di generi alimentari, di mosaicisti e camerieri d’albergo. Non si può certo chiamare una colonia imponente per mezzi materiali e deve considerarsi inesistente nella vita politica e economica del paese. Quelle che invece contano sono le missioni italiane e particolarmente la Missione cattolica dell’Istituto pontificio di Milano che ha circa 30.000 fedeli, ha a capo un vescovo italiano ed è fiancheggiata da suore canossiane e industriosi salesiani. La navigazione italiana a Hong Kong occupa solo il dodicesimo posto. L’Italia esporta a Hong Kong molto di più di quello che importa e il suo commercio, gravemente intaccato da sanzioni, aveva accennato a una ripresa nel 1937. Il commercio di esportazione italiano comprende soprattutto tessuti, seta, derrate alimentari, cemento, mercurio, ecc. Non è probabile che un prospero futuro si presenti a questo nostro commercio, se si deve giudicare dall’effetto che le contingenze politiche in Cina del 1937 a oggi hanno avuto nel commercio con tutte le nazioni straniere».11

Riguardo a questo punto non può venire omesso un ulteriore richiamo, quello riguardante l’impegno e il ruolo dei missionari e dei predicatori italiani nell’area di Hong Kong. Per quanto la questione della tentata evangelizzazione dell’Asia e della Cina in particolare è un punto controverso dal punto di vista politico, essendo a nostro avviso emanazione culturale e spirituale di un più complessivo tentativo di colonizzazione politica del continente, limitandoci alla narrazione storica questo fattore non può certamente venire trascurato.

Un missionario che deve essere ricordato è il napoletano Antonio Feliciani, che sbarcò sull’Isola poche settimane dopo la conquista da parte inglese di Hong Kong, ovvero nel 1841; la Prefettura apostolica di Hong Kong, fondata nello stesso anno, pose le basi per il suo trasferimento. Tale spedizione evangelica, nata parzialmente in contrasto ed in competizione con i seminaristi portoghesi già presenti a Macao, ebbe un notevole sviluppo, tanto da venir definita dal cardinale Gregorio Pietro Agagianian – prefetto di Propaganda fide fino al 1970 – come “perla delle missioni d’Oriente”.12 Da lì a poco, giunse ad Hong Kong anche un altro sacerdote, il genovese Francesco Buffa, che avrebbe dovuto sostituire Feliciani ma che a causa di dissapori personali preferì rincasare nella diocesi ligure.13 Le azioni di proselitismo delle congregazioni cattoliche si rivolgevano principalmente all’assistenza in loco della guarnigione irlandese – assoldata dai britannici – quanto al timido tentativo di evangelizzare le popolazioni autoctone, alla costruzione di nuove chiese, all’acquisto di terreni, alla cura degli orfani e alla costruzione di piccoli ospedali. Secondo le stime disponibili, il numero dei cattolici presenti sull’isola nel 1843 era dato da 800 soldati irlandesi, 25 italiani e un centinaio di cinesi convertiti.

Altro missionario italiano degno di nota è il salernitano Gerolamo Mangieri (1804-1887), che operò sull’Isola fino all’anno 1858 e che può essere ricordato per la costruzione dell’ospedale di San Francesco a Wanchai nel 1852. A Feliciani e Mangieri succedette Luigi Ambrosi (1819-1867), che ebbe un ruolo importante nello sviluppo e nel consolidamento delle missioni cattoliche ad Hong Kong. Questo giunse nella colonia nel 1846 e ricoprì il ruolo di vice procuratore fino al 1855, quando venne promosso procuratore e prefetto; venne poi affiancato nel suo incarico dal francescano Angelo Vaudagna, che riuscì ad avere competenze anche sulla comunità cattolica portoghese. Una situazione comunque abbastanza instabile, soggetta a continui cambiamenti e consecutive defezioni per queste opere missionarie. Una relativa stabilità la si sarebbe trovata qualche anno dopo, verso la fine del secolo. La missione di Hong Kong venne affidata ai missionari del nuovo Istituto delle missioni estere di Milano (Pime, ovvero Pontificio istituto per le missioni estere), laddove Paolo Reina, originario di Saronno, sbarcò sull’Isola nel 1858 con lo specifico compito di rinsaldare la comunità cattolica locale, e riorganizzarne le missioni.14 L’opera avviata da Reina – rientrato in Italia a seguito di una grave malattia – venne proseguita dal più noto Timoleone Raimondi (1827-1894). Costui, fratello del ben più celebre Antonio Raimondi che nel 1848 partecipò alle “cinque giornate” di Milano, nel 1852 partì per una missione in Malesia e nel 1858 si stabilì a Hong Kong, dove resse il vicariato apostolico dal 1874 al 1894. Ma un ulteriore avvicendamento era vicino; infatti Raimondi si pose in conflitto con le ingerenze dei cattolici francesi sulla missione e nel 1882 suggerì al governatore di Hong Kong – John Pope Hennessey – di mediare un negoziato diretto tra la Santa sede e Pechino al fine di escludere le interferenze francesi. La medesima battaglia che condusse appena più tardi Simeone Volonteri, (1831-1904), primo missionario ad Hong Kong e poi promosso Vicario apostolico di Henan, che si pose in ostilità al protettorato francese; insomma una situazione abbastanza paradossale, in cui anche all’interno dei missionari cattolici imperversavano diatribe tra italiani, francesi e portoghesi, ben lontani dallo spirito universalistico che dovrebbe professare il cristianesimo.

Paradossalmente, per una di quelle inaspettate ironie che riserva la storia, sarebbe stato un inglese, e precisamente il Governatore britannico, a calmare le acque e a stabilizzare il movimento delle missioni cattoliche nella città di Hong Kong. E questo merito lo ebbe Sir John Pope Hennessy. Sebbene Hennessy provenisse dalla nobiltà terriera anglo-irlandese, il suo status di cattolico romano lo rendeva una specie di outsider, in particolare nei suoi rapporti con le élite coloniali britanniche protestanti, sia a Barbados, Hong Kong o alle Mauritius. Infatti, i suoi primi contributi come membro del Parlamento nel 1860 riguardavano il potere temporale del Papa e gli eventi in corso allora in Italia, quando la battaglia tra potere temporale e spirituale, tra Chiesa e Stato raggiunse il suo apice. Entrato nell’amministrazione coloniale, faceva parte di una corte di nuovi pensatori le cui idee guadagnarono terreno in seguito all’ammutinamento di Sepoy in India nel 1857.15 Parlando a lungo alla Camera dei Comuni il 26 luglio 1860 riguardo le forze civili e militari britanniche in India, Hennessy sollecitava un cambiamento nelle politiche in modo che «l’amministrazione militare dell’India fosse condotta con maggiore abilità, con più economia e, come risultato naturale di uno standard educativo più elevato, con una maggiore considerazione per i sentimenti e gli interessi della popolazione nativa. In effetti, gli eventi recenti ci hanno fornito le prove più conclusive che molti degli ufficiali britannici, a cui è stata affidata una grave autorità in India, avevano dato grande motivo di lamentela e incoraggiamento a disaffezione. Fintanto che inviamo ufficiali in India che sembrano inclini a trattare i nativi come schiavi, che sembrano incapaci o riluttanti ad apprezzare le nobili qualità di quel popolo sfortunato, e che aggiungono i più grossolani oltraggi militari e insulti al malgoverno civile e finanziario fardelli che abbiamo imposto loro, così a lungo il nostro dominio in India sarà una macchia sulla civiltà».16

Immediatamente dopo avere lasciato il suo incarico alle Barbados, Hennessy fu nominato governatore di Hong Kong, carica che ricoprì fino al 1882. Durante il suo mandato, Hennessy si rese conto che il popolo cinese, fino a quel momento trattato con disdegno, vessazioni e discriminazione, aveva sviluppato un’influenza sempre più importante sull’economia di Hong Kong. Alla luce di questa considerazione, revocò il divieto che impediva ai cinesi di acquistare terreni, costruire edifici e gestire attività commerciali nel distretto centrale. Ciò comportò uno straordinario sviluppo per tutta la città. Inoltre permise agli immigrati cinesi di Hong Kong di naturalizzarsi come sudditi britannici, e nominò all’interno del Consiglio legislativo il primo membro cinese.

Lasciandoci alle spalle le vicende dei missionari sull’Isola, e tornando alle più intraprendenti narrazioni degli esploratori, un’ultima testimonianza di indubbio interesse, a proposito di viaggiatori ed avventurieri europei nella Hong Kong del periodo coloniale, è quella dello scrittore francese Joseph Kessel.17

In particolare, tra le sue tante avventure in giro per i cinque continenti, a questa città della Cina meridionale egli dedicò un libro imperdibile per chi vuole farsi un’idea dell’atmosfera della Hong Kong degli inizi del ‘900, esuberante e al contempo decadente. Un libro ricco di particolari, di ritratti di persone e personaggi, di storie più che di storia, descrizioni infinite di magiche atmosfere e di suggestivi paesaggi. Un saggio che potremmo definire di letteratura fotografica e sociologica, in cui in ogni pagina vengono raffigurate situazioni, svelati arcani, suscitate emozioni, tratteggiate considerazioni esistenziali.18 Tutto questo sullo sfondo della città-isola di Hong Kong, in cui l’autore riesce con definizioni stupefacenti a raffigurarne la complessità, la contraddittorietà e la vivacità: «All’improvviso un’immensa apertura bucò la base delle nuvole e dal profondo dello spazio apparve una distesa d’acqua scintillante, disseminata di un’infinità di isole. Non erano che frammenti di rocce ancorate al mare, a volte brulle a volte boscose: tutte selvagge e deserte. Tutte, eccetto una; sulla quale, però, non c’era un solo centimetro libero. Sotto i raggi del sole, si intravedeva un enorme innalzarsi di mura e di tetti, una massa di edifici compatta e solida come un blocco. Quell’isola era Hong Kong». E ancora, nelle sue irripetibili memorie di viaggio: «Hong Kong, in cinese, significa Porto profumato. Il nome viene dall’epoca in cui, vergine e pressoché disabitata, quell’isola della baia di Canton serviva soltanto da riparo a qualche capanno di pescatori, a qualche giunca di pirati e ai nidi degli uccelli selvatici. Le brezze marine, a quel tempo, spargevano al largo, sulle onde dell’arcipelago innumerabile, gli aromi della giungla fiorita che cresceva lungo i suoi fianchi scoscesi. Oggi, il “Porto profumato”, come ogni altro porto del mondo, puzza di nafta, di carbone, di fumo e di fatica umana. Dubito, tuttavia, che a causa di questo, Hong Kong abbia perso il suo splendore. Penso addirittura il contrario». La storia di Hong Kong, in definitiva, non può che essere la storia di un lungo e burrascoso viaggio, una storia di mare e di terra, una storia di colonialismo e di unione con la Cina, una storia di natura selvaggia e di industrializzazione, una storia di frenesia e di riappacificazione con sé stessi al contempo. Per concludere con le parole impareggiabili di Kessel: «Tutti i velieri sono belli e tutti recano una delle più antiche chimere dell’uomo nel loro equipaggiamento alato. Ma le barche dei mari cinesi – immutate da secoli nel loro disegno, con il castello di poppa che si solleva sull’acqua come la bocca di un drago, l’armatura in bambù, le vele di forma e del colore di enormi foglie rosse dalle nervature delicate, che issate o inclinate o ripiegate ornano gli alberi di chiome miracolose e che spesso rattoppate, lacerate, lasciano passare attraverso il loro fluttuante drappeggio la luce del sole e l’azzurro del cielo, col loro equipaggio di uomini e donne dagli occhi a mandorla e dai modi riservati – superano ogni altra quanto a potenza del mito ed evasione. Così, in mezzo ai paquebot19, ai gommoni, alle navi cargo, alle vedette, alla massa di traghetti, il ferry si avvicina a Hong Kong».20

Concludendo, abbiamo imparato che Hong Kong è una città della Repubblica Popolare Cinese con una storia ricca, contraddittoria, in larga parte ancora sconosciuta. Certamente, oltre ad essere un polo finanziario internazionale, tratteggiata nei suoi grattacieli infiniti, nei suoi ritmi incessanti e frenetici e nella sua proiezione avveniristica, è ancora prima un’isola fiabesca, un brulichio nautico, certo economico, ma soprattutto umano.

NOTE AL TESTO

1 Vedi T. Brook, The Confusions of Pleasure: Commerce and Culture in Ming China,University of California Press, Berkeley, 1998.

2 Rafael Perestrello era cugino della moglie di Cristoforo Colombo, Felipa Perestrello Moniz. Peraltro discendeva da una famiglia di origine italiana. Infatti Filippo Perestrello (noto anche come Filippone Pallastrelli), il bisnonno di Rafael e figlio di Gabriele Palastrelli e moglie di Madama Bertolina, era un nobile dalla città italiana di Piacenza che si trasferì con la moglie Catarina Sforza in Portogallo nel 1385.

3 Ovvero “città nel nome di Dio, Macao, nessun’altra più leale”.

4 Vedi F. W. Mote e D. Twitchett, The Cambridge History of China, Cambridge University Press, Cambridge 1998.

5 Il termine fidalgo indica un titolo tradizionale in uso in Portogallo (e successivamente in Brasile) per riferirsi a un membro della nobiltà, sia per titolo ereditario che acquisito.

6 Vedi Sulla Via del Catai – Nr. 15, Dicembre 2016

7 De Filippi è stato, fra l’altro, un pioniere dell’itticoltura e uno dei primi seguaci del darwinismo in Italia. È ancora famosa una conferenza divulgativa delle teorie di Darwin, intitolata L’uomo e le scimmie, che tenne a Torino la sera dell’11 gennaio 1864 di cui riportiamo un tratto saliente: “La infinitamente bella e grande varietà di forme di piante e di animali che popolano ora la superficie della terra, non è apparsa tutta insieme d’un sol getto, ma è stata preceduta da una successione di altre forme diverse, di altri mondi di viventi, che hanno lasciate, a documento della loro passata esistenza, spoglie più o meno complete negli strati della corteccia terrestre”. Per un approfondimento si rimanda a G. Giacobini e G. L. Panattoni (a cura di), Il darwinismo in Italia, UTET, Torino, 1983.

8 Vedi AA. VV., Cinque secoli di italiani a Hong Kong e Macao. 1513-2013, Francesco Brioschi editore, Milano, 2014, pag. 47-48.

9 Vedi AA. VV., Cinque secoli di italiani a Hong Kong e Macao. 1513-2013, Francesco Brioschi editore, Milano, 2014, pag. 49-51.

10 Il “Conte Rosso” fu un transatlantico della Marina mercantile italiana realizzato nei cantieri scozzesi William Beardmore & Co. a Dalmuir nei pressi di Glasgow, su incarico della compagnia di navigazione Lloyd Sabaudo di Genova.

11 Vedi AA. VV., Cinque secoli di italiani a Hong Kong e Macao. 1513-2013, Francesco Brioschi editore, Milano, 2014, pag. 52-53.

12 La Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Congregatio pro gentium evangelizatione) è una delle nove Congregazioni della Curia romana. Le sue funzioni, in origine, erano attribuite alla Congregatio de Propaganda Fide, istituita da papa Gregorio XV con la bolla Inscrutabili Divinae del 22 giugno 1622, che esercitava anche le funzioni oggi attribuite alla Congregazione per le Chiese orientali. Quest’ultima ne venne separata il 1º maggio 1917; il 15 agosto 1967, con la bolla di Paolo VI Immortalis Dei, ha assunto l’attuale denominazione. In sostanza, funziona da dicastero che ha competenza per tutto quello che riguarda l’attività missionaria: dirige e coordina l’opera di evangelizzazione dei popoli. Per i suoi ampi poteri (per i territori di missione le sono attribuite anche molte funzioni normalmente esercitate da altri dicasteri) il prefetto della congregazione è anche definito Papa rosso. Le competenze della Congregazione sono state ridefinite sotto il pontificato di papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Pastor Bonus, del 28 giugno 1988. La Congregazione è attualmente costituita da 61 membri tra cardinali, arcivescovi e vescovi: il prefetto, nominato l’8 dicembre 2019 da papa Francesco, è il cardinale Luis Antonio Tagle.

13 http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/hk_storia2.htm

14 Vedi https://www.pime.org/

15 La ribellione si sviluppò fra i primi del 1857 e la metà del 1858. La rivolta è nota prevalentemente nelle fonti britanniche e occidentali come rivolta dei Sepoy, rivolta indiana del 1857, Great Indian Mutiny o Indian Mutiny (“ammutinamento indiano”), mentre nelle fonti indiane (in lingua hindi e lingua urdu) viene definita Prima guerra d’indipendenza indiana o Prima guerra di liberazione indiana. La ribellione ebbe inizio con l’ammutinamento di gran parte delle truppe sepoy dell’esercito anglo-indiano del Bengala e si estese maggiormente nell’area centro-settentrionale dell’India, con propaggini nel meridione. Dopo i primi segni di un crescente malcontento nel gennaio 1857, una rivolta su scala più ampia esplose nel maggio 1857 e si trasformò in quella che può essere definita una guerra aperta nelle regioni indiane coinvolte.

16 House of Commons debate, 26 July 1860, Hansards, Vol. 160, cc. 231-59, 235.

17 Joseph Kessel nacque in Argentina a Villa Clara il 10 febbraio 1898 è morì ad Avernes il 23 luglio 1979. Fu un celebre giornalista e scrittore francese. Nacque in Argentina a causa dei continui viaggi di suo padre, un medico lituano di origini ebraiche. Kessel visse i primi anni della sua infanzia a Orenburg, in Russia, finché la famiglia si trasferì in Francia. Studiò a Nizza e a Parigi, e si arruolò nell’aviazione francese durante la prima guerra mondiale. Kessel scrisse molte novelle e romanzi, come “Bella di giorno”, del 1928 da cui Luis Buñuel trarrà l’omonimo film nel 1967. Fu membro dell’Académie française dal 1962 fino alla sua morte. Nel 1943 Kessel assieme a suo nipote Maurice Druon scrisse lo Chant des Partisans, che, con una musica di Anna Marly, fu usato come inno della Resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.

18 J. Kessel, Hong Kong e Macao. Città degli estremi. O barra O edizioni, Milano, 2018. (Edizione originale francese Éditions Gallimard, Parigi, 1957).

19 N.d.A. i “paquebot” sono i piroscafi.

20 J. Kessel, Hong Kong e Macao. Città degli estremi. O barra O edizioni, Milano, 2018, pag. 9-26.