LA CRISI DI IDLIB: UNA GUERRA PER PROCURA?

Focus CESEM (a cura della redazione)

 

I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale.

Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo.

La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”).

Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi.

La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi.

Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco.

Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno.

L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12 ai 36 droni capaci di lanciare missili o comunque idonei a raggiungere il bersaglio secondo le indicazioni dei designatori e circa 20 caccia per colpire obiettivi in tutta la Siria.

La conferma di un’offensiva inattesa arriva dalla successiva reazione della Russia (qualcuno avrebbe potuto ipotizzare un voluto “rilassamento” delle difese aeree per consentire ad Erdogan di salvare la faccia – come in parte è avvenuto – prima di essere rimesso al tavolo delle trattative): il lancio da una delle sue navi (sempre più numerose nell’area) di 14 missili da crociera “Kalibr” su obiettivi ribelli. Subito dopo, l’aviazione di Mosca e quella di Damasco hanno supportato con bombardamenti mirati l’avanzata delle truppe siriane nella riconquista di Saraqib (ora pattugliata dalla polizia militare russa) e di numerosi altri villaggi a sud di Idlib (Jobas, Trenbeh, Dadikh e Kafrbatikh) e in direzione di Maraat al Numan.

Gli iraniani, ormai pienamente coinvolti dopo l’uccisione di alcuni membri di Hizbollah (19 caduti se si considerano i membri delle ND, le milizie locali siriane), hanno inizialmente adottato il medesimo atteggiamento dei russi, cioè limitarsi a colpire i ribelli jihadisti, successivamente hanno scagliato un attacco missilistico direttamente contro obiettivi turchi al confine, i cui esiti sono controversi: se il sistema d’intercettazione dell’esercito di Ankara sembra aver funzionato, non si esclude però che alcuni suoi soldati siano rimasti feriti.

Nei successivi scontri, Damasco ha perso almeno 3 aerei da combattimento e un suo pilota è stato catturato, Ankara ha subito l’abbattimento di almeno 13 droni, di alcuni velivoli e mezzi corazzati; diverse decine di soldati siriani e turchi hanno perso la vita e sono stati feriti, insieme ad altre centinaia (se non migliaia) di ribelli jihadisti. Le alleanze trasversali hanno più o meno rispettato quanto stabilito: le forze russe hanno evitato d’ingaggiare battaglia direttamente con quelle turche, gli Stati Uniti non sono intervenuti militarmente nemmeno tramite la NATO, limitandosi a rifornire di armi e materiali l’esercito turco nella speranza di protrarre il conflitto più a lungo possibile. Da questo punto di vista, il veto greco ad un intervento invasivo dell’Alleanza Atlantica è certamente provvidenziale ma riteniamo non si discosti molto dai desiderata di Washington che non vuole rischiare di rimanere intrappolata in un conflitto mediorientale dagli esiti imprevedibili. La Turchia ha giocato allora la carta migratoria, iniziando a spingere parte dei suoi profughi verso il confine con la Grecia per ricattare l’Unione Europea, si è però scontrata con la resistenza dell’esercito di Atene che ne ha impedito almeno temporaneamente il passaggio.

Ripristinata la no fly zone da parte dell’aviazione russa, è rimasto senza esito anche il tentativo israeliano di allargare il conflitto con alcuni bombardamenti contro la Siria rivelatisi militarmente poco efficaci. Mentre i combattimenti si sviluppavano sempre più violenti con l‘avanzata siriana in direzione di Afes, Sarmin, Ma’rat Aliyah e Al Saliyah, le truppe turche insieme ai ribelli hanno riconquistato momentaneamente due villaggi nella zona di Aleppo; le difese antiaeree di Damasco hanno dovuto quindi respingere un attacco missilistico ad Homs e Quneitra, segno del tentativo degli avversari di estendere la guerra in tutto il Paese, contemporaneamente la fanteria lanciava una nuova vittoriosa controffensiva. Visto l’arrivo di nuovi imponenti mezzi dalla Russia e in previsione di un gigantesco scontro terrestre, Erdogan ha pensato bene di accettare l’invito di Putin a recarsi a Mosca (adducendo la scusa che il capo del Cremlino, impegnato nella riforma costituzionale, non potesse muoversi dalla capitale russa).

L’Accordo russo-turco su Idlib ribadisce e garantisce sulla carta l’integrità territoriale e la sovranità siriana, la continuazione della lotta alle organizzazioni terroristiche, un coordinamento per risolvere la questione umanitaria e creare le condizioni per il ritorno dei profughi e degli sfollati. I Ministri della Difesa dei due Paesi hanno presentato un memorandum firmato, che contiene i seguenti punti: il cessate il fuoco sull’attuale linea di contatto dalla mezzanotte del 6 marzo; la creazione di un corridoio di sicurezza largo sei chilometri a nord e a sud dell’autostrada M4 (che collega le città di Aleppo e Latakia) dal villaggio di Trenbeh a quello di Kabaneh; a partire dal 15 marzo il pattugliamento congiunto russo-turco lungo l’autostrada M4 ma non il ritiro delle unità dell’esercito di Damasco, avanzate nell’area nei giorni scorsi.

Si tratta evidentemente di un compromesso in base al quale Putin spicca una volta di più come l’unico leader mondiale capace di riportare la stabilità in Medio Oriente – ruolo indirettamente confermato dall’Alto Rappresentante dell’Ue Josep Borrell che ha definito “una buona notizia” il cessate il fuoco – mentre Erdogan salva l’onore prima di andare incontro ad una potenziale e devastante sconfitta militare; la Turchia punta ora alla creazione di una zona cuscinetto, per garantire la propria sicurezza strategica e ricollocare gli oltre 3 milioni e mezzo di profughi siriani presenti nel Paese, la Russia guadagna tempo in attesa che l’esercito siriano riprenda il controllo di buona parte del territorio oggi in mano ai militari di Ankara. Con questa guerra lampo le SAA avrebbero non solo mantenuto le conquiste territoriali precedenti ma guadagnato ulteriori 2000 chilometri quadrati, messo in sicurezza l’Aeroporto internazionale e l’Autostrada che conduce ad Aleppo.

Il Presidente Bashar al-Assad ha tenuto a precisare che l’Accordo di Mosca non mette in discussione le linee guida della sua dottrina geopolitica: dopo la liberazione completa della provincia di Idlib, se le truppe statunitensi non se ne andranno dal Nord Est dovranno vedersela con l’esercito di Damasco. A quel punto l’attendismo della Russia, divisa tra la fedeltà all’alleato siriano e gli accordi energetico-militari firmati con la Turchia (fornitura degli S-400 e “Turkish Stream”), dovrà naturalmente terminare.

Rimangono nel frattempo due gravi incognite: la sorte dei gruppi terroristici che dovrebbero essere allontanati dalla zona e che Ankara non sa dove smistare; il destino dei profughi, parte dei quali potrebbe rimanere in Turchia ma che Erdogan vorrebbe redistribuire nelle nazioni dell’Unione Europea.

L’Europa conferma una volta di più la sua irrilevanza geopolitica e il suo cinismo, limitandosi a mantenere le proprie sanzioni economiche ad una Siria in cui, secondo le Nazioni Unite, una persona su tre versa in condizioni di “insicurezza alimentare”; Bruxelles ha già destinato diversi miliardi di euro ad Ankara per l’accoglienza dei migranti, ed ora rischia di ritrovarsi la patata bollente nuovamente tra i piedi, senza dimenticare che molti jihadisti non sono altro che “immigrati di ritorno” ai quali era stato consentito di andare a combattere per la detronizzazione di Assad.

Stati Uniti ed Israele rimangono guardinghi, in attesa delle inevitabili mosse iraniane nella regione; per ora si limitano ad esercitare nel vicino Libano le proprie pressioni economiche e militari, sapendo bene che quel Paese costituisce il retroterra geopolitico indispensabile per la sopravvivenza della Siria.