La crisi dei migranti sull’Evros e la minaccia turca all’Europa. Cosa cerca Ankara?

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Al confine tra Grecia e Turchia un’emergenza che l’Europa non saprà né vorrà affrontare, quella dei profughi e migranti che spingono ai confini greci per poter accedere al Vecchio Continente. I motivi sono da cercarsi negli interessi e nelle necessità di politica estera e interna di Ankara?

Le tensioni tra Grecia e Turchia non sono certo un fattore di novità nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; e non lo è neppure il fatto che queste si siano accese nuovamente nell’ultimo periodo da quando migliaia di persone si sono accampate sul confine greco per cercare di entrare in Europa.

Una crisi di tale portata è uno di quegli eventi che possono essere trattati su vari livelli; spesso, soprattutto i media mainstream hanno optato per una narrazione che prendesse la pancia dei fruitori parlando di diritti umani stracciati, bambini morti nel tentativo di varcare il confine per vivere un futuro sotto la bandiera europea, condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi allestiti in prossimità della frontiera.

Questo, un esempio tra i tanti:

“Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi.
A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio.
Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.” (http://www.vita.it/it/article/2020/03/05/cosi-scompare-lumanita-delleuropa-al-confine-grecia-turchia/154282/).

Lo storytelling umanitario – caritatevole nasconde, però, uno scenario che ha tutt’altri risvolti afferenti piuttosto al cinismo politico degli attori impegnati nel gioco di forza tra Stati: i profughi ammassati al confine greco-turco che spingono per entrare in Europa non sono altro che un’arma di ricatto politico che la Turchia ha puntato verso la comunità internazionale nell’estremo tentativo di ottenere nel più breve tempo possibile un nuovo accordo sui migranti e un sostegno alle azioni militari di Ankara in Siria.
Un nuovo accordo sulla gestione dei profughi

Nel 2016, l’Unione europea e la Turchia siglarono un discusso accordo non vincolante per le parti – benedetto dall’intercessione della Germania di Angela Merkel – con il quale il Governo di Recep Tayyp Erdoğan si impegnava a ospitare in territorio turco le migliaia di rifugiati siriani (e non solo) bloccandone, così, l’afflusso verso il Vecchio Continente in cambio di 6 miliardi di euro stanziati per finanziare progetti umanitari e che, di fatto, non transitavano direttamente dalle casse del Governo.

Niente di nuovo, quindi, sul fronte occidentale poiché non avendo una linea di azione efficace e univoca per la soluzione dell’emergenza migratoria, i tecnocrati di Bruxelles non hanno saputo trovare migliore risposta che rispolverare in modo pedissequo il più classico dei paradigmi: money for something, in questo caso, milioni di euro in cambio di un blocco turco al flusso di profughi – circa 4 milioni – all’interno dei confini comunitari.

L’intesa che in un primo momento ha protetto l’Unione dalla nuova ondata migratoria ha svelato, nel tempo, il seme del ricatto che portava con sé; nel febbraio di quest’anno, infatti, Erdoğan ha dapprima accusato Bruxelles di non aver mantenuto la parola data – secondo i turchi soltanto una piccola tranche dell’aiuto pattuito è stata realmente versata – e annunciato, di conseguenza, che non avrebbe più fermato quei profughi siriani, pakistani, iraniani e palestinesi che chiedevano asilo politico all’Europa unita.

L’accordo del 2016 è, dunque, morto. Siamo onesti – ha detto il primo ministro greco Kyriákos Mitsotákis (Nea Dimokratia) in un’intervista – è morto perché la Turchia ha deciso di violarlo completamente, a causa di ciò che è accaduto in Siria. La Turchia sta consapevolmente usando i migranti e i rifugiati come pedine geopolitiche per promuovere i suoi interessi.
(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2020/03/07/Mitsotákis-patto-ue-turchia-e-morto_8dcb22d0-0dc2-4332-9075-6bce5feaba21.html)

La situazione è divenuta incandescente quando a marzo, in risposta alle decisioni provocatorie di Ankara, il Governo greco ha dato ordine di sospendere la registrazione delle richieste di asilo politico avanzate dai profughi e schierato l’esercito lungo il confine con la Turchia appellandosi ad una clausola poco nota del diritto comunitario contenuta nell’articolo 78.3 del trattato europeo che permette a Bruxelles di avvallare “misure provvisorie” per aiutare uno stato membro ad affrontare un’emergenza, come l’arrivo di un cospicuo numero di immigrati.

Nonostante questo tipo di decisione debba essere concordata e avallata da tutti gli stati membri dell’Unione per essere messa in campo, in un Europa in guerra contro il Co-Vid19 e contro la speculazione dei mercati ognuno si muove liberamente e interpreta come vuole i mille risvolti delle regole che governano la coesistenza dei 27 paesi facenti parte l’Unione.

La situazione di crisi ha portato ad un insolito compattamento di intenti europei sul fiume Evros che segna, oltre a quello tra Grecia e Turchia, il confine più orientale dell’Europa: la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, infatti, durante i colloqui intercorsi con Erdoğan ha fatto sapere al Sultano che la Grecia è lo scudo d’Europa e risposto alla minaccia turca con lo stanziamento di risorse per 700 milioni di euro per fare in modo che Atene potesse fronteggiare la situazione, e la previsione, inoltre, di un aumento sostanziale dei fondi per la migrazione e la gestione delle frontiere nel bilancio dell’UE per il 2021-2027.

Di fronte alla ferma posizione di Bruxelles, Erdoğan ha denunciato l’ipocrisia dell’Occidente in tutta questa vicenda e tirato nella partita anche la Germania della cancelliera tedesca Angela Merkel che ci aveva parlato di un aiuto di 25 milioni di euro, ma ancora non è arrivato nulla.
(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2020/03/05/turchia-138mila-migranti-al-confine-con-la-grecia-_64c47ec3-acb4-4d95-a697-9a9252a3c1f3.html).

Le misure prese dall’Unione oltre ad essere un messaggio esplicito indirizzato ad Erdoğan nascondono un ammonimento indiretto a tutti coloro che si accalcano ai confini europei in cerca di un futuro migliore che, in parole crude, potrebbe suonare così: non vi vogliamo, il vostro sogno europeo finisce sull’Evron, abbiamo altri problemi a cui pensare, non siete una priorità per l’Unione, non c’è alcuna speranza per voi.

Se nel 2015 per la Turchia si era aperto spiraglio per una trattativa e un accordo, adesso, sulle rive dell’Evros Erdoğan non ha trovato altro che uomini in divisa, filo spinato e lacrimogeni.
Erdoğan, la guerra in Siria e la destabilizzazione della Grecia

Facendo leva sull’arma sulla minaccia di una nuova invasione di profughi attraverso la rotta balcanica, oltre ad un nuovo accordo basato su aiuti economici – stavolta da far transitare (e quindi gestire) direttamente dalle casse di Ankara – Erdoğan cerca anche un appoggio europeo alle azioni militari intraprese dalla Turchia in terra siriana; dopo aver incassato un secco “no” da parte della NATO alla richiesta di coinvolgere nell’azione militare i Paesi dell’alleanza atlantica, infatti, Ankara si muove adesso sullo scacchiere europeo facendo pressione sui propri partner al fine di ottenere un riconoscimento delle proprie mire espansionistiche in Siria e, in particolare, chiede all’Unione europea di esercitare pressioni sulla Russia di Putin affinché questi non intervenga attivamente nella campagna militare che la Turchia sta conducendo nel nord della Siria contro l’esercito siriano. (per saperne di più, http://www.cese-m.eu/cesem/2020/03/la-crisi-di-idlib-una-guerra-per-procura/).

Su questo aspetto della vicenda, l’Europa non esiste affatto.
Erdoğan, di fatto, ne ha discusso in videoconferenza con Emmanuel Macron, Angela Merkel e Boris Johnson, vertice che ha constatato – così come fatto trapelato dall’ufficio di Presidenza francese – che tra i quattro leader c’è una convergenza di vedute sulla situazione di Idlib e la necessità di intensificare l’aiuto umanitario ai civili. Per quanto riguarda, invece, la tematica relativa ai migranti e i rapporti con Ue e NATO, numerosi chiarimenti sono stati richiesti dagli europei a Erdoğan per raggiungere relazioni più chiare e pacifiche.
(https://www.euractiv.com/section/global-europe/news/Erdoğan-discusses-migrant-crisis-syria-with-macron-merkel-and-johnson/)

La minaccia non riguarda soltanto le manovre nella guerra contro Bashar al-Assad ma rappresentano anche un tentativo di destabilizzazione nei confronti della Grecia con la quale la Turchia si contende la delimitazione di alcune zone economiche esclusive marittime.

Il discorso ci porta allora in Libia dove dallo scorso dicembre Erdoğan è diventato il principale alleato del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj, impegnato contro l’avanzata del generale Khalifa Haftar in cambio di un accordo per l’esplorazione congiunta Turchia-Libia al largo delle coste di Cipro, interferendo così con gli interessi commerciali ciprioti, egiziani e della stessa Grecia; l’accordo permetterebbe al Presidente turco estendere la sua egemone nel Mediterraneo orientale, ma, al contempo si potrebbe rivelare come un’ulteriore fonte di contrasti sul piano diplomatico con i vicini.

Seppur ancora ferita nel profondo dalla pesante crisi che ne ha minato le basi economiche negli ultimi anni, adesso Atene ha rialzato la testa ed ha maggior potere contrattuale in virtù del supporto di alleati forti che ne appoggiano le azioni ed un nuovo corso politico che intende mettere in atto una strategia di contrapposizione piuttosto che di inattività statica come negli anni dei Governi a guida Tsipras.

La Grecia, infatti, è spalleggiata dal Dipartimento di Stato americano sulla base del nuovo accordo militare bilaterale per l’utilizzo di quattro basi in terra ellenica (per Washington la Grecia rappresenta una base strategica per le reazioni di difesa statunitense di fronte ad un pericolo proveniente da Oriente) e dalla Francia di Emmanuel Macron, l’unico in Europa che dimostra di avere una politica estera viva e una strategia internazionale ben precisa e programmata facilitato anche da un’Unione che per quel che riguarda le questioni internazionali continua a non esistere in quanto tale.

Macron si muove in modo autonomo ed esuberante e la sua azione mira al quadrante sudorientale del continente dove si è apertamente schierato con la Grecia e dato vita ad una alleanza strategica sulla base di obiettivi comuni: una collaborazione di tipo militare (dopo la crisi economica, l’esercito ellenico ha bisogno di ingenti investimenti affinché torni ad essere efficiente) ed economico (Atene ha ancora bisogno di capitali esteri in entrata) con lo scopo di contenere l’esuberanza di Erdoğan nelle acque orientali del Mediterraneo; così facendo, Parigi ha aumentato la presenza della flotta francese nell’Egeo consolidando la propria posizione e prospettandosi un ruolo attivo nella contesa relativa ai giacimenti di gas sottomarino ancora da esplorare soprattutto al largo dell’isola di Cipro.
Atene potrebbe ricambiare l’appoggio francese con importanti quote nel settore delle energie rinnovabili, ambito nel quale la Grecia sta investendo molto e che sembra aver attirato l’attenzione di Parigi.

Oltre ai risvolti esteri, con l’annuncio di dare il via libera a migliaia di migranti di dirigersi verso l’Europa, Erdoğan ha cercato al contempo di canalizzare verso l’Europa il malcontento popolare che cresce nel suo paese, soprattutto tra gli elettori del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp).

 

La Turchia di Erdoğan si muove su un piano inclinato

Il leader turco ha fretta, non ha molto tempo a disposizione perché potrebbe trovarsi presto in difficoltà anche in seguito all’inasprimento delle operazioni sul fronte della Siria.
Intanto, nessuno ancora lo sostiene esplicitamente ma in Siria sembra aver vinto Assad; sembra averlo capito anche a Washington che ha tentato una ritirata dal pantano mediorientale prima che fosse evidente la sconfitta militare e, adesso, anche Erdoğan potrebbe essersene reso conto.

Sotto pressione anche sul fronte interno, “abbandonato” dalla NATO nel momento del bisogno e con un’economia che dovrà fare i conti con gli effetti della diffusione CoVid-19 che ha colpito pesantemente i principali partner commerciali della Turchia oltre ai Paesi limitrofi, Erdoğan si affida alle maniere forti e minacciose e cerca di rilanciare la posta in gioco puntando sull’anello che sino ad adesso si era rivelato più debole nelle trattative, l’Unione europea, e lo fa con la minaccia di riversare in Europa centinaia di migliaia di profughi.

Come sostiene Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation, il fatto che si mandino dei profughi verso i confini europei è una manovra piuttosto estrema di cercare di uscire dall’impasse in cui Ankara si trova. Perfino l’Europa, con tutti i suoi difetti, si è trovata estremamente compatta a Evros nel gestire la questione appoggiando senza esitazione i greci: cosa che non fece durante la crisi finanziaria. E al tempo stesso sta fronteggiando, in modo meno coordinato di quello che noi vorremmo, la questione del Coronavirus. Erdoğan sa che l’obiettivo di far cadere Assad è finito da un bel pezzo. (https://formiche.net/2020/03/lha-capito-anche-Erdoğan-siria-vinto-assad-la-versione-politi/)

Per il momento le puntate sui vari tavoli a cui si è seduto non hanno prodotto gli effetti sperati e Erdoğan si trova ad essere è al contempo carnefice e vittima.

Come scrive Daniele Perra in un articolo per il sito online della rivista Eurasia, il Sultano è carnefice perché si è lasciato attrarre dalle lusinghe di un ruolo sub-imperialista, cadendo nella trappola di Washington che gli aveva promesso (con tutta probabilità) uno Stato a sua volta sub-vassallo in Siria. Una volta svanito tale “sogno”, ha continuato a sperare (sbagliandosi) che la Russia, in cambio dell’accordo sul TurkStream, gli avrebbe lasciato campo libero per la creazione di una sorta di Cipro Nord nella Siria settentrionale.
Ma anche vittima, perché, come già sottolineato, al Pentagono non vedrebbero affatto di cattivo occhio l’ipotesi di un “Vietnam turco in Siria”. La politica di potenza erdoganiana, di fatto, nasconde un’intrinseca debolezza. È una geopolitica della precarietà, senza una prospettiva di lungo periodo, rivolta alla sopravvivenza giorno per giorno.
Solo un decisivo cambio di rotta potrebbe salvare la Turchia dal pericoloso piano inclinato verso l’abisso in cui l’ha posta il suo presidente. (https://www.eurasia-rivista.com/la-turchia-in-siria-tra-occidente-ed-eurasia/)

Intanto, da Mosca, Putin tiene salda la spada di Damocle sulla sua testa.

Andrea Turi