Il “vizietto americano”. Stati Uniti e guerre non convenzionali.

FOCUS a cura della Redazione Cesem

Ha suscitato un certo scalpore la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Esteri cinese di pochi giorni fa, Zhao Lijian, che ipotizza siano state le forze armate statunitensi ad aver portato il nuovo ceppo di coronavirus a Wuhan, iniziale epicentro dell’epidemia: “A quando risale il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono infette, e in quali strutture ospedaliere? Potrebbero essere state le forze armate Usa a portare l’epidemia a Wuhan. Siate trasparenti, pubblicate i vostri dati! Ci dovete una spiegazione”, ha scritto il portavoce cinese. Risposta simmetrica alle accuse mosse dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Robert O’Brien, secondo cui i ritardi e la scarsa trasparenza della Cina avevano portato a un rinvio di due mesi nella risposta globale alla minaccia, dichiarata “pandemia” dall’Oms negli scorsi giorni.
In precedenza anche dagli Usa erano emerse teorie alternative rispetto alla versione ufficiale, secondo cui la diffusione del virus sarebbe un esperimento finito male di un laboratorio cinese. Francis Boyle, professore di diritto internazionale presso il “College of Law” dell’Università dell’Illinois, che ha redatto la legislazione nazionale degli Stati Uniti per attuare la Convenzione sulle armi biologiche, nota come “1989 Combat Terrorism Weapons Act”, approvata dal Congresso americano e promulgata dal presidente George W. Bush, è stato il primo a dichiarare in un’intervista al website americano “Geopolitics and Empire” che questo strumento bellico sarebbe sfuggito di mano al laboratorio di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) di Wuhan.
Entrambe le teorie definite “cospirazioniste” dai sostenitori di una “verità ufficiale” che attualmente non ha però ancora trovato riscontri scientifici – l’infezione da Coronavirus sarebbe stata trasmessa all’uomo da un pipistrello o da un altro animale (il pangolino malese), il paziente zero non è però ancora stato trovato – si basano su alcune curiose coincidenze. E’ a Wuhan che sarebbe nato nel 2003 il “National Biosafety Laboratory”, la struttura in questione, ospitata presso l’Accademia cinese delle scienze e pensata per aiutare scienziati e ricercatori cinesi a prevenire e controllare le malattie infettive emergenti. Divenuto una struttura di Livello IV, ad esso avrebbero avuto accesso sia medici francesi che operatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Già ai tempi dell’epidemia SARS, alcuni analisti avevano avanzato la teoria di un’arma batteriologica scagliata contro la Cina dopo il suo ingresso nella “World Trade Organization” (il focolaio del virus, peraltro, non venne individuato) 1. L’idea di un complotto dietro l’espansione della SARS fu per la prima volta esposta nella primavera del 2003 dallo scienziato russo Sergei Kolesnikov. Il biologo aveva provato le sue motivazioni negando ogni possibile base naturale del coronavirus; a confermare la tesi sarebbe la composizione della SARS, ovvero una sintesi tra morbillo e parotite epidemica, fenomeno mai svoltosi (o perlomeno mai visto) in natura. Poco tempo dopo queste dichiarazioni vennero ribadite da un virologo sempre di nazionalità russa, Nikolai Filatov, che per la prima volta considerò un coinvolgimento umano nella creazione del virus. Alcuni scienziati riconobbero la possibilità che il virus della SARS potesse essere di matrice umana, avendo notato la presenza di materiale genetico nella sequenza del DNA della SARS che non assomiglia ad alcun virus precedentemente conosciuto, il che suggerisce la creazione artificiale (SARS could be biological weapon: experts, “ABC News”, 12 aprile 2003).
Considerevolmente, un esperto del centro per il controllo delle malattie e la prevenzione in Cina, Hou Yunde, ammise in un seminario sulla SARS voluto dal Ministero della Sanità cinese, nel dicembre 2003, che era possibile la sua creazione in laboratorio.
Non si può fare a meno di notare come l’epidemia di Coronavirus scoppiata a Wuhan, giunga casualmente al termine di una “guerra non convenzionale” – accompagnata da una serie di attacchi mediatici scatenati dai media mainstream – condotta contro la Cina da parte degli Stati Uniti: iniziata con la questione dello Xinjiang e seguita dalle crisi di Hong Kong, 5G, dazi e influenza suina africana; il Covid 19 si manifesta proprio nel periodo di festa del Capodanno cinese, quando milioni dei suoi cittadini si trovavano in giro per il mondo.
E’ a Wuhan che a metà dell’ottobre 2019 vennero inviati 300 militari statunitensi per il “Military World Games”, pare non particolarmente competitivi e liberi di muoversi nella città cinese.
A livello ufficiale né il Presidente Xi Jinping né il Presidente Trump hanno finora affondato i colpi, lasciando portare avanti la querelle sull’origine del Coronavirus dalle cosiddette “seconde linee”, negli USA ad esempio dal senatore repubblicano Tom Cotton e dall’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon. Provocazioni che non sono certo mancate dall’altra parte; ricordiamo che la teoria avanzata dal cinese Zhao Lijian, era stata in precedenza sostenuta dal Presidente venezuelano Maduro (“E’ un’arma di guerra batteriologica contro la Cina”) e dal Ministro degli Esteri serbo Dacic (il quale si era comunque limitato a riportare i dubbi avanzati da tempo dalla stampa cubana, iraniana, russa e cinese). Pochi giorni fa, in maniera più esplicita, l’ex senatore dell’Accademia delle scienze russa Sergey Glazyev, a proposito del Coronavirus, ha chiaramente affermato alla tv nazionale che “Gli americani… hanno un arsenale completo di armi biologiche. E questa manifestazione della guerra ibrida degli Stati Uniti contro i settori economici che non controllano è perfettamente comprensibile e logica.”
E’ interessante notare come le autorità ufficiali di Pechino abbiano recentemente dato un taglio alle polemiche: “Un gruppo di ricercatori militari cinese ha realizzato un importante passo avanti nello sviluppo di un vaccino per il COVID-19. Un team di esperti medici cinesi militari guidati da Chen Wei, un generale del PLA e un accademico dell’Accademia delle scienze mediche militari dell’Esercito popolare di liberazione (PLA), ha realizzato notevoli progressi nello sviluppo di un vaccino. Più di 20 tipi di vaccini sono in via di sviluppo a livello globale e diversi trattamenti terapeutici sono in fase di sperimentazione clinica. In Cina, 18 istituti membri della China Association for Vaccines hanno avviato congiuntamente lo sviluppo di vaccini. Inovio Pharmaceuticals, società americana di vaccini a DNA e immunoterapia, ha annunciato che inizierà una sperimentazione clinica del suo vaccino COVID-19 il mese prossimo su 30 volontari sani negli Stati Uniti e che successivamente sarà testato in Cina e Corea del Sud. Gli Stati Uniti hanno la migliore capacità di ricerca nel settore delle biotecnologie e una cooperazione con la Cina nello sviluppo dei vaccini sarà di grande aiuto per l’umanità e la biotecnologia. Aziende cinesi e straniere sono pertanto impegnate in una corsa agli investimenti nello sviluppo di vaccini COVID-19. Società farmaceutiche straniere come GlaxoSmithKline nel Regno Unito e Gilead negli Stati Uniti sono un esempio. Il colosso high-tech cinese Alibaba sta inoltre collaborando con un gruppo di ricerca guidato dal grande epidemiologo Zhong Nanshan su farmaci e vaccini su COVID-19, fornendo a quest’ultimo tecnologie di intelligenza artificiale e cloud 2.” Dichiarazioni che ben si sposano al nuovo slogan della Repubblica Popolare Cinese: “Insieme per la Via della Seta della salute”.
Ciò non toglie come non sia un mistero per nessuno che dal 2016 Stati Uniti ed Israele stiano coordinandosi strettamente per le operazioni relative alla cybersicurezza: “I responsabili delle operazioni di cyber difesa bilaterali sono rispettivamente Suzanne Spaulding, sottosegretario del Dhs per la protezione nazionale e i programmi, e Buki Carmeli, direttore della Cyber authority nazionale israeliana. In particolare, essa esprime l’obbligo dei governi di Israele e degli Stati Uniti di ampliare e approfondire la cooperazione bilaterale nel settore della difesa cibernetica. Secondo il documento, Israele sarà uno dei primi Paesi a livello mondiale a entrare a far parte dell’Automated Indicator Sharing program di Washington, un sistema gestito dal Dhs che permette la condivisione di indicatori di cyber minacce per operazioni legate alla difesa cibernetica preventive e correttive. Inoltre, i due Paesi si sono impegnati a coordinare i rispettivi piani e processi per permettere la cooperazione in tempo reale, legata alle informazioni di valore per le operazioni difensive” 3.
Il “”Center for the Study of Existential Risk (CSER) dell’Università di Cambridge in un rapporto dell’agosto 2019 evidenziò i pericoli della tecnologia in campo bellico perché “potrebbe essere costruita una bio-arma per colpire un gruppo etnico specifico in base al suo profilo genomico” definendo tale eventualità “estremamente dannosa e potenzialmente inarrestabile”.
Stati Uniti ed Israele possiedono almeno 25 laboratori per la produzione di armi biogenetiche, ovvero calibrate sul genoma di alcune etnie per aver avviato studi sulla manipolazione genetica degli insetti quali veicoli virali come strumenti di difesa o attacco (ufficialmente contro i parassiti in agricoltura). Gli Usa, in particolare, hanno già creato DragonflEye, la cyber-libellula a guida luminosa per voli di ricognizione, impollinazione mirata e consegna di “carico utile” 4.
Israele è uno dei pochi Pesi, insieme agli Stati Uniti, ad aver accusato direttamente la Cina: ““Questo virus non è uscito da una zuppa di pipistrelli, ma è stato creato in laboratorio, in un forma o in un’altra” (Orly Levy del “Gersher Party” il 23 febbraio 2020); Israele è uno dei pochi Paesi ad aver annunciato che un vaccino contro il Coronavirus sarà disponibile a breve e verrà anticipato da alcuni test sull’uomo.
Un caso concreto della cooperazione tra Washington e Tel Aviv venne ufficializzato nel 2012, quando il “New York Times” rivelò come il virus “Stuxnet” fosse stato creato per un cyber-attacco che avrebbe dovuto mettere al tappeto gli stabilimenti per l’arricchimento dell’uranio iraniani. L’operazione, nome in codice “Olympic Games”, era stata avviata dall’Amministrazione Bush e portata avanti da Barack Obama per contrastare i piani di sviluppo del presidente iraniano Ahmadinejad. Secondo la ricostruzione del NYT, la causa di tutto sarebbero state alcune modifiche al virus richieste dalle autorità israeliane, che lo avrebbero reso troppo “aggressivo”. Finito su un computer portatile di un dipendente della centrale, il virus avrebbe cominciato a replicarsi e diffondersi non appena avuto l’accesso a Internet, senza riconoscere il cambio di ambiente. Rilevato e analizzato dalle società antivirus, “Stuxnet” è stato immediatamente considerato come un virus “anomalo” e troppo sofisticato per essere stato creato da normali pirati informatici. I sospetti si sono subito concentrati su i servizi di intelligence americani e israeliani, gli unici in grado di realizzare un software con caratteristiche simili. “Duqu”, un malware apparentemente scritto dagli stessi autori di “Stuxnet”, era stato scoperto l’anno precedente ma non aveva provocato effetti devastanti.
Già dal 2010 però le autorità statunitensi avevano messo in campo il virus di spionaggio informatico “Flame”, molto più potente di “Stuxnet”, scoperto nel 2012 da Kaspersky Lab, la multinazionale russa della sicurezza informatica, in collaborazione con l’Itu, la International Telecommunication Union, mentre stavano indagando su “Wiper”, un altro computer worm che aveva colpito i sistemi informativi del mercato petrolio iraniano. “Flame” è talmente perforante da riuscire a cancellare le proprie tracce, disattivando le funzioni dell’antivirus che ne permettono l’individuazione e la rimozione.
Per il professore italiano Stefano Montanari non ci sono dubbi che il Covid 19 sia un virus modificato in laboratorio, ovviamente non si sa a quale scopo.
Il problema delle armi biologiche contro animali di interesse zootecnico è ancora più grave, perché un’epidemia diffusa tra gli animali può estendersi alla specie umana con conseguenze difficilmente prevedibili. Infatti il microrganismo patogeno, nel passaggio da una specie all’altra può aumentare la sua virulenza e pericolosità; ciò è avvenuto recentemente per infezioni virali passate dai polli agli esseri umani ma anche in passato per condurre guerre non convenzionali.
I precedenti: dalle origini degli USA alla “Guerra Fredda”
Per risolvere il problema degli Indiani pellirosse, a partire dal 1634 i Puritani del New England iniziarono a vendergli coperte e indumenti vari infettati col vaiolo, dopo averli presi negli ospedali in occasione delle piccole epidemie che ogni tanto si verificavano tra di loro. Nel 1763, il comandante inglese, Lord Jeffrey Amherst, fece distribuire agli indiani fazzoletti e coperte infettate con il vaiolo provenienti dall’Ospedale di Fort Pitt (la futura Pittsburgh), dove c’era stata un’epidemia.
Nel XIX secolo il Congresso degli Stati Uniti decise di adottare questo metodo su vasta scala al fine decimare gli Indiani già rinchiusi nelle riserve (nel 1880 fra le varie tribù e il Congresso erano stati stipulati più di 400 trattati solenni, nessuno dei quali venne mai rispettato dagli americani). Nelle zone dove gli Indiani utilizzavano l’acqua dei pozzi, laghetti e sorgenti gli immigrati americani avvelenarono la fonte, depositandovi sul fondo, coperto da pietre, il cadavere di un animale o di un indiano stesso. Il whisky e le varie bevande alcoliche che essi vendevano agli Indiani venivano spesso adulterati, allo scopo di danneggiarne mortalmente l’organismo. Nella seconda metà dell’Ottocento, il Congresso USA incrementò l’eccidio dei bisonti, dai quali gli Indiani dipendevano per il cibo e il vestiario, spesso ricorrendo ai cacciatori delle grandi compagnie private dell’Ovest. La morte, causa fame, fu in seguito introdotta anche nelle riserve, in genere incoltivabili, poco adatte al pascolo e alla selvaggina: la distribuzione del cibo integrativo fu affidata ad agenti del “Federal Bureau for Indian Affairs”, scelti per la loro disonestà e scarsamente sorvegliati.
Testimoni degli interessi degli Stati Uniti per la Cina sono gli interventi armati lì compiuti allo scopo di procurarsi e mantenere posizioni commerciali: nel 1843, 1854, 1855, 1856, 1859, 1866, 1894-1895, 1898-1899, 1900, 1911, dal 1912 al 1941, nel 1916, 1917, 1920, 1922-1923, 1924, 1925, 1926, 1927, 1932, 1934. L’attacco che rimase più impresso nella memoria del popolo cinese fu nel 1900, quando i militari statunitensi intervennero insieme a quelli europei per stroncare la ribellione nazionalista dei Boxer, andando a contraddire la “Open Door Policy” annunciata in pompa magna da Washington solo l’anno prima.
Nel 1951 gli Stati Uniti sparsero i germi del vaiolo e di altre malattie in varie località della Cina e della Corea del Nord; una volta scoppiate le auspicate epidemie, i media americani raccontarono al mondo che si trattava dell’incapacità dei governi comunisti di prendersi cura della salute dei propri popoli. Gli aerei americani lanciarono dei contenitori di cartone pieni d’insetti assortiti contaminati con vari tipi di bacilli (pulci, mosche, zecche, zanzare), utilizzando gli stessi contenitori con cui venivano sparsi i volantini. Di fronte alle rimostranze cinesi, il Segretario di Stato USA, Dean G. Acheson, rispose sdegnato che si trattava della “prova della inabilità dei comunisti di prendersi cura della gente sotto il loro controllo”. Eppure una commissione scientifica internazionale appositamente formata dalle Nazioni Unite concluse esattamente il contrario. L’ “International Scientific Commission for the Investigation of the Facts Concerning Bacterial Warfare in Korea and China” era composta da scienziati svedesi, russi, inglesi, italiani, francesi e brasiliani. Essa rilevò che effettivamente cumuli di insetti assortiti, tutti portatori di qualche tipo di bacillo mortale, erano stati trovati in Corea e in Cina; che tali cumuli erano sempre vicini ai contenitori di cartone usati dagli americani per il lancio dei volantini; che tali cumuli comparivano sempre in connessione coi voli statunitensi sulla zona ed alcuni tipi di insetti non appartenevano alla tipologia del luogo, mentre altri erano fuori stagione 5.
Nel 1951 cittadini Afro-Americani erano stati deliberatamente fatti bersaglio, per determinare se fossero più predisposti dei bianchi ad affezioni causate da particolari agenti biologici. L’Esercito degli U.S.A. deliberatamente diffondeva armi biologiche su migliaia di cittadini viventi nell’area della Baia di San Francisco, California; nella Baia di Tampa, Florida; a Savannah, Georgia; su New York City e altrove. Un Tribunale U.S.A. ha dichiarato che i militari non potevano essere citati in giudizio dai membri familiari di una vittima di San Francisco, che era morta per essere stata esposta deliberatamente e senza esserne resa consapevole all’azione di armi chimiche, durante l’esperimento dell’Esercito U.S.A. nel 1950. Comunque, non vi è alcuna prova che qualcuno sia stato mai indagato, solamente accusato o condannato, per qualcuno di questi casi ben documentati, nei quali armi biologiche sono state usate contro civili degli Stati Uniti, anche se ammissioni scritte di responsabilità per gli “esperimenti” sono realmente disponibili su un atto pubblico. In compenso, il Presidente USA Bill Clinton nel maggio 1997 chiese ufficialmente scusa agli afroamericani per il fatto che nel 1932, in Alabama, 400 neri ammalati di sifilide furono usati come cavie umane per un esperimento sulla malattia. A questi 400 neri, invece di cure a base di penicillina, vennero somministrati dei placebo, che fecero proliferare la malattia.
Dal 1961 al 1971 toccò al Vietnam, su cui furono sparse 50.000 tonnellate di sostanze chimiche speciali; quella più pericolosa era l’Agente Orange, potentissimo cancerogeno. Furono così innaffiati 25.000 chilometri quadrati del Vietnam del Sud (circa 1/7 del totale del Paese), tra foreste di alberi della gomma (prodotto che faceva concorrenza alla produzione statunitense) e campi coltivati. Pur non essendoci accuse ufficiali, nel 1966 scoppiò nel Vietnam del Sud un’epidemia di peste bubbonica che interessò 24 delle 47 province del Paese, per un totale di qualche migliaio di contagiati e alcune centinaia di morti 6.
Anche Cuba, Giamaica e Nicaragua subirono attacchi di questo genere. Nel 1962 la CIA fece spargere un virus negli allevamenti di tacchini dell’isola, provocando la moria di 8000 animali.
Nel 1969 e nel 1970 alcuni aerei partiti dal “China Lake Naval Weapons Center” della California disseminarono nell’aria cubana dei cristalli al fine di provocare siccità sulle aree coltivate con la canna da zucchero. La CIA provvide anche a contaminare a più riprese i sacchi di iuta con cui lo zucchero veniva imballato per l’esportazione.
Nel 1971 la CIA causò tramite un virus una nuova epidemia fra i maiali di Cuba, costringendo i cubani a macellarne circa 500.000 e provocando per un certo periodo di tempo una moria di carne nel Paese. Il giornalista-scrittore statunitense William Buckley, collaboratore dell’Agenzia, iniziò immediatamente una campagna di stampa per denunciare la scarsità di carne a Cuba quale ennesima prova dell’incapacità e dell’inefficienza del governo castrista.
Nel 1981 la popolazione cubana fu sottoposta ad un vero e proprio attacco batteriologico: la CIA fece introdurre nell’isola sciami di zanzare contaminate in laboratorio con dei virus capaci di produrre un’epidemia simile all’influenza; in 5 mesi furono riportati più di 300.000 casi, dei quali 158 mortali (101 erano bambini) 7.
Nel periodo in cui in Giamaica era al governo il riformista Michael Manley (1972-1980), in almeno due occasioni la CIA fece contaminare derrate alimentari destinate all’isola.
In Nicaragua, nel 1982, la CIA provocò un’epidemia nelle piantagioni di cotone del Paese (una dei principali prodotti esportati) con l’obiettivo di colpire il Governo guidato dai sandinisti 8.
Negli Stati Uniti crebbero notevolmente negli anni seguenti le ricerche su argomenti attinenti la guerra biologica: nel 1987 un’indagine del Dipartimento della Difesa USA rivelò l’esistenza di ben 127 programmi di ricerca CBW, in diverse località del Paese, effettuati in laboratori non-militari.
Il 1996 rappresenta una data storica, in quanto in quell’anno “DARPA” (il Dipartimento per la ricerca tecnologica militare) annunciò ufficialmente di aver sviluppato (in collaborazione con “Affymetrics”) il primo analizzatore portatile di DNA, basato su tecnologia “DNA microchip”. Per la prima volta nella storia diventava possibile delimitare con precisione un territorio contaminato, consentendo così sia un’efficace difesa contro un attacco con armi biologiche. Si tratta chiaramente di uno strumento difensivo, ma il possesso di questa tecnologia rende possibile per la prima volta un eventuale impiego “sicuro” di questi tipi di armi in zona operativa. Infatti in passato non era possibile, dopo aver lanciato un attacco, conoscere quali fossero le zone contaminate e quali quelle non pericolose per le proprie truppe. Grazie ai “DNA microchip”, gli Stati Uniti conquistarono una posizione di supremazia assoluta nel settore della guerra biologica, successivamente svilupparono altri sistemi, molto più sofisticati, basati su nanotecnologie. 9
Sospetti su una possibile guerra biologica furono sollevati nell’agosto 2014 dal quotidiano russo “Pravda” a proposito dell’epidemia scatenatasi in Africa tramite il virus Ebola, citando Vladimir Nikiforov, un professore a capo del Dipartimento di Malattie Infettive presso l’Istituto di Alta Formazione dell’Agenzia federale russa medica biologica. Aldilà delle polemiche su un potenziale vaccino già in possesso degli USA, l’attenzione si concentrò giustamente sulla notizia pubblicata dal “Washington Post”, relativa all’ eliminazione della moratoria decisa nel 2014 per impedire i finanziamenti alle ricerche che prevedono la possibilità di modificare alcuni germi rendendoli più virulenti e contagiosi: in pratica significava il via libera negli Stati Uniti agli studi per la creazione di virus killer, potenzialmente pandemici e letali per l’uomo. 10
Un capitolo a parte meriterebbero i bombardamenti all’uranio impoverito che il Pentagono ha autorizzato in varie guerre condotte dagli Stati Uniti dopo la caduta del Muro di Berlino: Iraq 1991 e 2003, Jugoslavia 1995 e 1999, Afghanistan 2001, Libia 2011 e sulle cui conseguenze nemmeno le commissioni d’inchiesta parlamentari di Serbia e Italia hanno finora trovato un giudizio unanime.
Fantapolitica? Certamente è sicura la notizia che è stato autorizzato nei mesi scorsi il trasferimento a Sigonella del reparto sanitario d’élite delle forze armate Usa che svolge ricerche e test su virus e batteri e concorre alla produzione di vaccini e farmaci “antivirali”. Il giornalista siciliano, Antonio Mazzeo, riporta che il 12 dicembre scorso si è concluso nella grande stazione aeronavale siciliana il progetto di “ricollocazione” dalla storica sede del Cairo (Egitto) della Naval Medical Research Unit (NAMRU) 3, con la cerimonia di insediamento al comando dell’unità del capitano Marshall Monteville.
Per quali ragioni è ancora tutto da chiarire.

Note bibliografiche

1 Michel Chossudovsky, COVID-19 Coronavirus: A Fake Pandemic? Who’s Behind It? Global Economic, Social and Geopolitical Destabilization, “Global Research”, 1 marzo 2020. Sulle due differenti strategie condotte da Democratici e Neo-Cons USA contro la Cina, consigliamo l’articolo di Stefano Vernole, Trump e la Cina: ultima spiaggia per la sopravvivenza dell’establishment USA?, in “Eurasia” rivista di studi geopolitici, 1/2017.
2 Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Newsletter sulla Cina, n. 5 del 16 marzo 2020.
3 “The BIRD Homeland Security (HLS) program is a joint initiative funded by the U.S. Department of Homeland Security (DHS) Science and Technology Directorate (S&T) and the Israel Ministry of Public Security (MOPS)”. Cfr. .News Release: DHS S&T and Israeli Partners Announce Awards for Advanced Technologies in Homeland Security, www.dhs.gov, 13 gennaio 2020. Cfr. anche Francesco Bussoletti e Alessandro Sperandio, Israele rafforza la cybersecurity, “Analisi Difesa”, 13 settembre 2016.
4 “Da due anni a questa parte non si sa più nulla di DragonflEye e del suo eventuale utilizzo in campo militare vista la collaborazione consolidata tra l’Istituto Hughes e il Pentagono. E’ però evidente che se una libellula può essere geneticamente modificata e teleguidata per l’impollinazione alla stessa stregua può essere facilmente pilotata per la diffusione di un virus.” Cfr. Fabio Giuseppe Carlo Carisio, www.gospanews.net, 23 febbraio 2020.
5 John Kleeves, Sacrifici umani. Stati Uniti i signori della guerra, Il Cerchio, Rimini, 1993, p. 126. Una delle principali sorgenti di informazione su questa vicenda è un non classificato Rapporto Speciale dell’Esercito U.S.A. al Congresso, intitolato: “Attività dell’Esercito degli Stati Uniti nei Programmi di Guerra Biologica degli U.S.A., 1942-1977. Vol.1 e 2”, che è stato pubblicato il 24 Febbraio del 1977.
6 John Cookson e Judith Nottingham, A Survey of Chemical and Biological Warfare, Monthly Review Press, New York and London, 1969, pag. 63.
7 William Blum, The CIA: A Forgotten History, Zed Books, 1986, pag. 27.
8 Cfr. John Kleeves, Vecchi trucchi. Il Cerchio, Rimini, 1991, pp 130-134 e pag. 233. Cfr. anche Bob Woodward, Veil The Secret Wars of the CIA, Simon & Schuster Paperbacks, New York, 1987.
9 Gian Antonio Danieli, Armi batteriologiche, biologiche, etniche, www.juragentium.org, 2005.
10 Usa. Via la moratoria sui virus letali. Si preparano alla guerra batteriologica? “Il Secolo d’Italia”, 20 dicembre 2017.
11 “Attualmente i ricercatori e i collaboratori di NAMRU-3 sono impegnati in diverse aree di ricerca di base sulle infermità virali e le malattie tropicali e subtropicali anche in Camerun, Liberia, Nigeria e Giordania”. Inoltre essi seguono l’evoluzione di eventuali problematiche epidemiologiche di cui potrebbe essere vittima il personale militare e civile del Dipartimento della Difesa dislocato in Turchia, Afghanistan ed Iraq. Lo staff di comando di NAMRU-3 è composto da una decina di ufficiali di US Navy, a cui si affiancano ricercatori del Dipartimento della Difesa e di alcune aziende private “animate a ottimizzare le capacità di combattimento” delle forze armate degli Stati Uniti e dei paesi partner. L’unità può inoltre contare su un pool di “esperti” di entomologia, microbiologia e infettivologia”. Cfr. Antonio Mazzeo, A SIGONELLA I MILITARI USA CHE MANIPOLANO VIRUS E BREVETTANO ANTIVIRALI, antoniomazzeoblog.blogspot.com, 16 marzo 2020.