Cina in Medio Oriente: un nuovo protagonista?

Intervista de L’Indro – Quotidiano indipendente a Stefano Vernole  Responsabile Relazioni Esterne CESEM

Si è molto parlato, negli ultimi anni, dell’espansione economica e politica dei cinesi in Africa. Stretti tra la paura di una potenza economica che sembra essere troppo superiore a quella occidentale e l’interesse per le grandi opportunità di affari fornite dalla crescita cinese, l’opinione pubblica e i poteri economici statunitensi ed europei faticano a cogliere l’esatta portata del fenomeno politico.

Negli ultimi tempi, l’influenza politica cinese sembra aver trovato un nuovo fronte di espansione: di tratta dell’area mediorientale. La proposta del Presidente cinese, Xi Jinpingper il rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi ha riportato l’attenzione sugli interessi di Pechino in un’area che, negli ultimi decenni, ha gravitato principalmente nell’orbita dell’influenza statunitense.

La proposta di Xi Jinping si articola principalmente in quattro punti: il primo è la creazione di uno Stato Palestinese secondo i confini del 1967 (ovvero, prima della Guerra dei Sei Giorni); il secondo prevede l’utilizzo del negoziato come unico mezzo per arrivare ad una soluzione del conflitto (fine delle violenze sui civili da ambo le parti e dell’embargo contro Gaza); il terzoè il rispetto della Risoluzione n. 242 del 1967 delle Nazioni Unite (rinunciare alla terra per trovare un accordo di pace); il quarto prevede l’assunzione di maggiori responsabilità, sia politiche che economiche, da parte della comunità internazionale.

Considerando gli ultimi sviluppi delle tensioni tra israeliani e palestinesi, è molto improbabile che questo piano possa arrivare ad ottenere qualche risultato in tempi brevi; in ogni caso, l’interessamento di Pechino per una risoluzione del conflitto israelo-palestinese ci dice molto sulla volontà cinese di entrare a pieno titolo e con peso sempre maggiore in un teatro che, fino ad ora, l’aveva visto sempre nel ruolo di attore comprimario.

Per capire quale possano essere gli sviluppi del rapporto tra la Repubblica Popolare Cinese e i Paesi dell’area mediorientale, sarà necessario ripercorrere la storia e l’evoluzione delle relazioni tra i vari attori in campo. Per farlo, abbiamo contattato Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia Mediterraneo.

Quale è, storicamente, il rapporto della Cina con l’area mediorientale?

Storicamente Medio Oriente e bacino del Mediterraneo non assumevano una funzione così nevralgica nella politica commerciale cinese, in quanto durante l’Antica Via della Seta erano più i mercanti europei a spostarsi verso Oriente che viceversa. La Cina non è mai stata una potenza coloniale e si è sempre limitata a controllare l’estero vicino attraverso un’influenza economica più o meno costante, se si eccettua il periodo delle Guerre dell’Oppio. Ovviamente le cose sono cambiate nel momento in cui la Repubblica Popolare Cinese, fondata nel 1949, ha assunto un atteggiamento prima ideologico poi sempre più pragmatico nelle questioni di rilevanza internazionale. Se perciò i rapporti con i popoli islamici furono abbastanza superficiali e per molto tempo limitati alla minoranza Uigura dello Xinjang, più complessi si rivelarono quelli con gli ebrei. Nonostante non fosse passato inosservato il ruolo fondamentale di influenti famiglie come i Sassoon nelle già citate Guerre dell’Oppio, i cinesi si dimostrarono molto generosi con gli ebrei scappati dalla Russia zarista nella seconda metà dell’800. La comunità ebraica a Shanghai divenne sempre più influente dal punto di vista commerciale, per essere poi completamente assimilata dopo il 1945.

All’epoca della Guerra Fredda, l’atteggiamento cinese nei confronti di Israele e dei Paesi arabi è stato sempre in linea con la politica sovietica?

Ovviamente dopo la rottura Mao-Kruscev, Pechino assunse un ruolo decisamente più indipendente in politica estera e il suo ruolo di alfiere del terzomondismo e di equidistanza tra i due blocchi trovò un punto di appoggio proprio attraverso la politica africana e i legami privilegiati con Paesi arabi come l’Egitto di Gamal Nasser. Fino alla morte di Mao Tse Tung, la Cina fu uno stretto alleato del movimento di resistenza palestinese, in particolare del Organizzazione per la Liberazione della Palestina (fu la prima riconoscere l’OLP), sia per ragioni ideologiche che geopolitiche; le divergenze con l’URSS in quell’area non furono particolarmente rilevanti. Con l’avvento di Deng Xiaoping, tuttavia, i rapporti con Israele migliorarono notevolmente (lo stesso fece comunque Mosca dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica). Gli Stati Uniti, dopo la normalizzazione kissingeriana con Pechino, hanno favorito questa relazione almeno fino agli avvenimenti di Piazza Tienanmen, quando decisero di varare un embargo militare contro la Cina.

Cosa è accaduto con la caduta del blocco sovietico? Come è cambiato, da allora, l’atteggiamento cinese nell’area?

Innanzitutto è cambiata la benevolenza statunitense nei confronti della Cina. Se prima il Regno di Mezzo veniva considerato un utile baluardo in funzione antisovietica, dopo il 1989 Washington avrebbe voluto attuare un processo di occidentalizzazione-subordinazione della Cina, perciò criticò aspramente quei Paesi, come lo stesso Israele, che continuavano a fornire supporto tecnologico e militare all’Esercito della RPC. La Cina, data la sua inarrestabile crescita economica, iniziò a sua volta una politica sempre più incisiva nell’area mediorientale, stringendo legami più stretti non solo con l’Egitto (assistenza tecnologica nucleare a Muhammad Mubarak) ma anche con Libano (dove i cinesi mantengono un contingente militare di 1000 uomini nell’ambito della Missione ONU), Siria e Iran. Gradualmente, pur senza mai abbandonare i suoi tradizionali alleati, Pechino ha intessuto rapporti economici privilegiati anche con nazioni come l’Arabia Saudita e si è posta quale possibile mediatrice nelle virulente questioni che affliggono la zona. Questo ruolo, sempre più attivo, ha quindi fortemente irritato gli Stati Uniti che temono di perdere la loro tradizionale egemonia nel bacino del Mediterraneo. Anche perché la Cina non si è mai fatta intimidire quando la tensione nell’area si è innalzata: basti ricordare il supporto militare a Hezbollah nel 2006 (missili terra aria con probabile assistenza tecnica diretta), la difesa del diritto dell’Iran all’utilizzo dell’energia nucleare a scopi civili, il veto posto alle Nazioni Unite nei confronti di qualsiasi tentativo di aggressione occidentale alla Siria di Bashar al-Assad. Proprio quest’ultimo nel 2005 aveva dichiarato che «La Cina oggi è una superpotenza con un ruolo sempre più importante verso Paesi più piccoli quali la Siria, data la caduta dell’Unione Sovietica».

La nuova proposta di pace cinese ha possibilità di sortire qualche frutto o si tratta solo di una mossa volta a stabilire una testa di ponte diplomatica in un’area che, negli ultimi anni, è sempre stata appannaggio degli Stati Uniti?

Bisogna intanto ricordare che già nel 2013, dopo i viaggi separati di Abu Mazen e Benjamin Netanyahu a Pechino, la Cina aveva presentato una proposta di pace in quattro punti per riavviare il dialogo israelo-palestinese: creazione di uno Stato palestinese i cui confini fossero quelli definiti nel 1967 con Gerusalemme Est come capitale, negoziato quale unica via, principio di restituzione della terra in cambio della pace (con annessa Risoluzione ONU 242 del 1967) e aumento dell’assistenza economica al campo palestinese. La recentissima proposta non si discosta molto da quella precedente: il Presidente Xi Jinping intende aumentare il suo impegno diplomatico per la promozione del processo di pace in Medio Oriente (compresi i colloqui con le varie fazioni siriane e un piano quinquennale per la ricostruzione della Siria), ribadendo che quello palestinese rimane un ‘popolo fratello’. L’efficacia di questo impegno è direttamente collegata alla crescita geopolitica ed economica della Repubblica Popolare Cinese e alla sua capacità di porsi quale mediatrice sia tra Autorità Nazionale Palestinese e Israele sia tra Paesi sciiti e sunniti. L’accresciuto impegno cinese nell’area si snoda lungo tre direttrici principali: il bisogno di petrolio e gas naturale, la realizzazione di strategici progetti infrastrutturali e di sviluppo economico con l’intera regione, la ricerca di sicurezza di fronte alla minaccia del radicalismo islamista.

Oltre agli Stati Uniti e alla Cina, altri Paesi hanno tentato di intervenire politicamente per risolvere la questione israelo-palestinese (principalmente Unione Europea e Russia): quali sono i rapporti con questi Paesi?

In qualità di potenza fortemente responsabile nel mantenimento degli equilibri internazionali e del suo nuovo ruolo globale, la Cina mantiene ottimi rapporti sia con l’Unione Europea che con la Russia, due attori storicamente molto influenti nella questione israelo-palestinese. Il legame Pechino-Mosca (rinforzato dalla piattaforma strategica dei BRICS) assume però oggi un’importanza maggiore vista la comune visione geopolitica: multipolarismo, non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, difesa dei propri alleati dalle aggressioni militari esterne. Pur invitando l’Europa ad aumentare il proprio ruolo diplomatico, con la UE permangono questioni irrisolte come quelle dei dazi; l’asse tra Cina e Russia si è invece notevolmente rafforzato dopo la politica sanzionatoria voluta dall’Occidente nei confronti del Cremlino, per cui esiste oggi una forte unità d’intenti su tutte le principali questioni che coinvolgono il Medio Oriente, a cominciare dal supporto a Damasco fino all’inclusione di Teheran nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.

La strategia cinese nell’area mediorientale è un ulteriore tassello della politica di espansione di influenza che Pechino porta avanti in Africa?

La cosiddetta politica di espansione cinese in Africa è in realtà una fruttuosa cooperazione reciproca che nasce già ai tempi del non allineamento. Come dimostrato anche dal rapporto (giugno 2017) della Mckinsey Company, ‘Dance of the lions and dragons‘, in soli due decenni la Repubblica Popolare Cinese è divenuta il più grande partner economico del continente africano e ne ha accelerato il progresso sotto differenti versanti: ha creato occupazione e sviluppato diverse abilità, ha trasferito nuove tecnologie e conoscenze scientifiche, ha finanziato e implementato numerose infrastrutture. Lo stesso potrebbe avvenire in Medio Oriente grazie al progetto cinese ‘One Belt One Road‘, che mira a collegare via terra e via mare Asia ed Europa, coinvolgendo più o meno tutti i Paesi che gravitano nell’area. Se ad esempio l’Iran riveste un ruolo chiave nella regione (garantito da un accordo commerciale pari a seicento miliardi di dollari), tuttavia Pechino intende includere nella ‘New Silk Road‘ anche i porti israeliani di Ashdod ed Eilat; inoltre è fortemente interessata alla scoperta dei nuovi giacimenti di gas nel Mediterraneo. Ai quarantacinque miliardi di dollari cinesi investiti in Egitto, bisogna aggiungere il supporto al raddoppio del Canale di Suez (con finanziamenti nell’area industriale adiacente). Nonostante alcune divergenze politiche (sostegno turco-saudita agli Uiguri, ospitalità israeliana al Dalai Lama, ricevimento da parte di Pechino dei leader di Hamas), perciò, la Cina è capace di progettare aree di libero scambio sia con Israele che il Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo, in virtù di una strategia mondiale lungimirante e potenzialmente benefica per tutti.

Con la nuova politica isolazionista degli Stati Uniti ed il loro crescente disimpegno nell’area, è possibile che, in un futuro, la Cina divenga il motore diplomatico del processo di pacificazione e che riesca a traghettare, un giorno, i Paesi della regione nella propria sfera di influenza?

Può essere che personalmente Donald Trump volesse intraprendere una politica isolazionista, dubito tuttavia – come fatti recenti hanno dimostrato – che l’establishmentstatunitense gli permetta di realizzarla. La contesa tra Washington e Pechino, anche per le sfere di influenza in Medio Oriente, è perciò destinata a continuare perché gli Stati Uniti vedono nel progetto ‘One Belt One Road‘ (e nei suoi correlati economici) una sfida strategica lanciata al proprio modello basato sul capitalismo finanziario-speculativo. Più che attendere il disimpegno statunitense, sarà interessante capire quanto l’intervento militare diretto della Russia in Siria, seguito dal tacito assenso-supporto della Cina, riuscirà a garantire i fragili equilibri del Medio Oriente. Tuttavia è proprio la logica commerciale e culturale cinese, simboleggiata dalla cooperazione sud-sud e win-win (quindi conveniente per tutti), a fornire una base reale per un futuro di pace.