Nuovi terroristi e liquefazione di un conflitto interreligioso

Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore.

terrorismo

Parlare di terrorismo come categoria concettuale a sé stante, e ancor di più se, come al giorno d’oggi, non contraddistinta da una chiara e condivisa definizione giuridica, è un’indubbia forzatura. Tuttavia, comprendere la genesi di questo fenomeno politico-sociale composito e cangiante, provando a immaginarne l’evoluzione e cogliendone le eventuali ciclicità, è un esercizio utile sotto svariati aspetti.

Sebbene gli interpreti di questo “movimento globale” siano chiaramente il risultato della trasformazione degli assetti geopolitici vigenti, riuscendo a riadattare le proprie rivendicazioni e strategie a istanze contemporanee, essi esibiscono tratti ricorrenti. Secondo alcuni studiosi, il terrorismo “moderno” sarebbe stato interessato da quattro ondate principali: una prima ondata anarchica apparsa sul finire dell’Ottocento; una seconda ondata anti-coloniale intorno al 1920; una terza ondata della cosiddetta “New Left Wave” nella seconda metà del Novecento; ed infine, l’ultima e tuttora esistente, ondata di estremismo religioso. Stando a questa esemplificazione, ciascuna ondata, pur esibendo tratti del tutto peculiari e originali, influenzerebbe nei metodi e nelle finalità la successiva, dando vita a un movimento ciclico. Nello specifico, l’ondata di estremismo religioso che conosciamo e a cui stiamo assistendo avrebbe interiorizzato pratiche appartenenti originariamente a fenomeni rivoltosi molto distanti, generando una fattispecie eterogenea e difficilmente inquadrabile. L’unicità di questo movimento è stata inoltre oggetto di una puntualizzazione, la quale, incoraggiando un’estesa analisi avente ad oggetto gli attori in relazione agli accadimenti coevi, ha segnato la nascita della cosiddetta “fifth wave of modern terrorism”. A tal proposito, questa nuova ondata di terrorismo globale, pur traendo linfa vitale da istanze di riappropriazione identitaria, politica e culturale di matrice locale, promuove e incoraggia pratiche di rifondazione mediante l’utilizzo di azioni destabilizzanti su scala universale. Uno dei dati più interessanti di questa nuova ondata è rappresentato dal fatto che nonostante essa presenti un marcato geolocalismo politico de facto – inteso come peso geopolitico relativo ad aree geografiche residuali e delimitate – il suo potenziale “epidemico” di contagio resta molto alto. La bivalenza e per certi versi novità assoluta di questa nuova ondata terroristica sta nella profonda scissione tra effettività egemonica (politico-territoriale) e rappresentazione della medesima, quasi come se la “volontà di potenza” di matrice escatologica e messianica sprigionata da un subalterno numero di individui potesse colmare il gap di potere esistente. Ciò che non può essere raggiunto nel conflitto simmetrico per evidente squilibrio di mezzi viene sublimato in una dimensione immaginifica in cui i nuovi sostenitori, oltre a sentire il peso della rifondazione di un lascito religioso-antropologico destinato all’oblio, sono contestualmente mezzo e fine, soggetti attivi e oggetti passivi, di quel processo inarrestabile che è l’ iper-globalizzazione. La grande scissione in atto è fonte da un lato di esasperazioni e iper-rappresentazioni delle minacce reali e dall’altro di un grado di imprevedibilità molto elevato dei “nuovi terroristi”.

Lontani ormai dalle vecchie lotte di liberazione, così come da rivendicazioni reali e territoriali immanenti a una logica transnazionale “post-coloniale” in estinzione, essi simboleggiano l’ horror vacui come esito di processi rivoluzionari che non hanno avuto pieno compimento.

L’impossibilità di fondare una nuova società discenderebbe pertanto dalla corruzione dei suoi individui che, macchiati di “empietà socratica”, si sono abbandonati alla secolarizzazione indotta dall’Occidente. Di risposta, il ripudio di questa tendenza ha incoraggiato il tentativo da parte di alcuni nuclei religiosi radicali di istituire un nuovo modello umano devoto al dogma religioso, una vera e propria Golden Age del terrore.

Volgendo lo sguardo al terrorismo di matrice jihadista ed enunciandone le contiguità e i tratti distintivi rispetto al passato, è curioso osservare come l’evoluzione dell’ideologia dominante abbia innovato anche le strategie di lotta.

Se, dunque, da un lato la deriva ideologica salafita, propriamente detta salafiyya-ilmiyya e particolarmente rigida nell’osservanza di dettami del Corano e di convesso nella punizione esemplare dell’apostasia, si è fatta portatrice dello spirito di restaurazione del califfato dei Rashidun, dall’altro l’antica distinzione tra “nemici vicini” e “nemici lontani” che imponeva strategie differenti di combattimento si è ibridata dando vita a una fattispecie del tutto originale che ha finito per inscrivere realtà politiche e religiose settarie in più ampi conflitti internazionali.

Un’altra importante novità nelle strategie jihadiste vicine alla dottrina qaedista risiede nel fatto che la jihad non è più concepita semplicemente come atto di resistenza e opposizione a minacce imminenti, bensì come pre-emptive obligation, ovvero come offensiva preventiva prima che la minaccia si sia concretizzata. Alcuni esponenti della dottrina hanno inoltre sottolineato come la spettacolarizzazione attraverso i canali mediatici del suicidio jihadista abbia progressivamente allontanato il significato di questo gesto – originariamente inteso come extrema ratio – dalla dimensione divina quale sacrificio compiuto per la glorificazione dell’anima al cospetto della sola divinità. La patente contraddizione in essere, che fa del sacrificio umano un mero strumento di propaganda e di glorificazione mediatica anziché divina, mette in evidenza come anche il dogma religioso e la sua ermeneutica abbiano subito profonde riletture dinnanzi alla rivoluzione tecnologica e comunicativa in atto. Ciò che un tempo afferiva alla dimensione spirituale e religiosa come unico strumento di lotta e difesa, è scivolato lentamente in una spirale di propaganda e manipolazione che ne ha stravolto i tratti distintivi. Ancor più in là, per inquadrare ancor meglio questo fenomeno sarebbe interessante ricorre a un neologismo, ovvero quello di World Wide Faith, ovvero a un processo che, scorporando il significato dal significante, destruttura la sintassi consolidata. Parlare di World Wide Faith significa, pertanto, accostare assiomaticamente alla dimensione religiosa quella interattiva-comunicativa, assecondando differenti prospettive: sul piano fattuale quale strumento di persuasione e proselitismo globale; sul piano metafisico quale trasposizione di una dimensione simbolica illimitata e onnipotente che pervade di coloro che vi partecipano; sul piano allegorico quale nuova e post-moderna divinizzazione “liquida” e ultraterrena.

Il mezzo, in questo senso, perde il suo originale ruolo veicolare per accedere a una nuova dimensione simbolica e percettiva che ne stravolge il senso consolidato. Questa dimensione è come se esponesse quotidianamente l’individuo a un giudizio ultraterreno, sostituendo e proiettando archetipi e riti collettivi propri della ritualità religiosa terrena nella sfera dell’immaterialità mediatica. Il simbolo, che un tempo introduceva l’individuo in un’aggregazione rituale di persone – nell’accezione junghiana – e gli consentiva di conciliare la spiritualità “al di fuori da se” con i riti collettivi terreni, non esiste più nella sua dimensione conciliativa. L’apogeo di questa tendenza, soprattutto laddove misure repressive limitino l’accesso ai luoghi di culto e la partecipazione a rituali collettivi, è esemplificativo nei casi in cui soggetti, come per esempio i cosiddetti lone wolf, pur vivendo in assenza della benché minima liturgia religiosa, si immolano per una causa a loro spiritualmente distante.

Il grande inganno del mondo iper-globalizzato e iper-connesso è proprio questo: le relazione di significazione – illudendoci che il mondo circostante sia cambiato senza aver inficiato la semantica di categorie concettuali intramontabili come la religione, la politica, la guerra ecc… – hanno messo in crisi l’approccio gnoseologico novecentesco. Ecco perché oggi risulta difficile comprendere a fondo accadimenti che un tempo potevano essere spiegati ricorrendo a teorie largamente condivise e consolidate. Ciò significa che per comprendere i movimenti tellurici odierni, dal neonato Stato Islamico ai foreign terrorist fighters che agiscono talvolta per procura e talvolta motu proprio, è necessario rivolgere un’attenta riflessione al principale mezzo di propagazione e diffusione di questo nuovo e particolare credo religioso, che ha definitivamente stravolto i dogmi. Al contempo, affinché questa deriva possa placarsi sarebbe necessario accettare e incoraggiare la nascita di spazi fisici deputati al culto, ove chiunque lo desideri possa essere libero di autodeterminarsi come singolo e come membro di una comunità di appartenenza, ritrovando ,chissà, l’antidoto alla dilagante tendenza anomica delle comunità minoritarie del “Vecchio Continente.

Matteo Russo