I volti del velo.

di Deborah Garofalo

1 (1)

Il tema del velo islamico attraversa da decenni il dibattito delle società Occidentali come di quelle Mediorientali. Tutt’oggi, quel pezzo di stoffa, abito in uso tra le donne musulmane, interseca questioni sociali, politiche e teoretiche fra le più questionate: la libertà di culto, la condizione della donna, la possibilità negata di autoindentificarsi.

La differenziazione dei veli. L’abbigliamento delle donne musulmane è stato spesso oggetto di accese dispute in Occidente dove è stato preso come segno di riconoscimento dell’oppressione femminile di cui si calunnia la religione di Maometto. Alcuni paesi cattolici sono scandalizzati dalla copertura totale del volto con il velo, nonostante – secondo un attuale sondaggio – sono pochissimi i paesi islamici in cui il burqa è ritenuto il tipo di indumento più appropriato per le donne. In realtà la maggior parte preferisce il tipo di velo che copre solamente i capelli. L‘Institute for Social Research della University of Michigan ha effettuato una statistica sul tale questione ad alcuni paesi a maggioranza musulmana: Turchia, Egitto, Tunisia, Libano, Pakistan, Arabia Saudita ed Iraq. Il velo non è un elemento al singolare, le tipologie note sono principalmente cinque, ciascuna fortemente legata all’area di appartenenza geografica della donna che ne riflette la cultura e l’aspetto puramente religioso. Quello usato dalla maggioranza delle musulmane è l’Hijab, il velo che copre il capo e al massimo il collo, lasciando scoperto il viso. A seguire lo Chador, usato in maggior misura in Iran, un largo mantello nero che copre il capo e le spalle giungendo fino ai piedi, ma lasciando scoperto il volto.
La
al Amira, un velo bianco intorno al volto. Il Niqab, usato in Arabia Saudita e paesi limitrofi, copre il viso e presenta una fessura all’altezza degli occhi. Infine il Burqa, tipico dell’Afghanistan, un ampio telo di colore azzurro che copre tutto il corpo, compreso il viso e gli occhi ove è applicato un tessuto traforato.

Il velo: una prigione di tela? Il velo, secondo la donna musulmana, ti identifica e reincarna la concezione «Io sono musulmana, mi identifico come tale e sono fiera di esserlo». Come ogni espressione culturale, anche il velo islamico non si presta a un’unica e superficiale lettura; solitamente gli viene attribuito un significato tridimensionale: visivo, secondo il quale il velo sottrae qualcosa allo sguardo; spaziale, il velo separa e stabilisce una soglia; etico – morale (appartenente alla sfera religiosa), ciò che si trova al didietro del velo appartiene all’ambito del proibito. Ma è vero che i musulmani identificano il velo in un obbligo coranico? Esaminiamo i versetti ai quali essi fanno riferimento: «O Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese», «E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni» (Corano, XXXIII, 59; XXIV, 31). Molteplici sono le interpretazioni date a questi versetti delle sure del Corano. Studiosi di islamologia hanno affermato che storicamente lo Hijab non rappresentava assolutamente un dogma nell’islam o un’obbligazione giuridica. Qayrawin, noto giurista, parlò del velo soltanto in riferimento alla preghiera rituale, ovvero farne uso solo quando le donne si recavano in moschea per la preghiera del venerdì, in forma di rispetto – da notare che la parola utilizzata era khimar, e non Hijab. Nel periodo dell’islam classico i giuristi non sentono la necessità di costruire sul velo tale teoria, unicamente perché la donna vive in una sorta di condizione di isolamento: raramente esce di casa, e quando decide di farlo per occasioni particolari necessita dell’autorizzazione del padre, del fratello o, se sposata, del proprio marito. Nel XIV secolo venne introdotto lo Hijab: nel Corano tale parola – derivante dalla radice “hjb” – non vuole assumere il significato di un oggetto, ma di un’azione, vale a dire quella di velarsi, di creare una copertura che impedisca lo sguardo indiscreto di altri uomini. Col giurista Ibn Taymiyaa, invece, si iniziò a utilizzare la parola Hijab per riferirsi al velo in quanto oggetto. Ma con la fine degli Imperi dell’Islam e l’invasione di Baghdad avviene una trasformazione sociale e linguistica non indifferente, specialmente nella metà del XX secolo: le donne accedono alla scuola e iniziano a lavorare, iniziando così a relazionarsi con l’ambiente esterno, e non più limitandosi a quello interno. Questo provvedimento ha portato di conseguenza l’accentuazione della disparità fra i due sessi. Nonostante ciò, pur se non esplicitamente, alcune donne musulmane affermano di aver indossato per la prima volta il velo solo dopo il matrimonio, scelta mossa – oltre che per motivazione puramente religiosa – dal voler soddisfare la volontà del coniuge e di replicare il preconcetto tradizionale della donna islamica pudica. Il velo si identifica nella pelle stessa della donna, la quale si sentirebbe svestita e indifesa nel non indossarlo. Il corpo coperto dal velo diventa così affermazione dell’identità della donna, un’identità rivelata visivamente, soprattutto come segno di riconoscimento nell’incontro con una cultura e una religione differenti dalla propria.

Il divieto del velo islamico nei paesi Occidentali. Come previsto, l’introduzione del divieto di indossare il burqua e il niqab, i veli integrali che lasciano solo gli occhi visibili, ha portato con sé conseguenze drammatiche e discordanti opinioni. Nel 2010 il parlamento ha proibito il velo islamico che copre il viso su tutti i luoghi pubblici del territorio nazionale francese e belga. Nel 2014 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato che ciò non danneggia la libertà di religione. La motivazione adottata dai ministri francesi è che l’abolizione del niqab è un passo necessario verso l’uguaglianza: un provvedimento voluto dal governo Sarkozy, ma approvato in Parlamento con una maggioranza palese, 335 sì contro un unico no. Durante la presentazione della nuova Legge, venne affermato che il burqa non è un simbolo religioso, ma un simbolo di oppressione e pertanto non accolto in Francia. La pena inflitta per le donne che coprono il viso è una multa fino a 150,00 euro e la frequenza obbligatoria di un corso di educazione civica; per coloro che invece impongono il velo integrale alla donna, aspettano sanzioni più pesanti quali un anno di reclusione e una multa di 30.000,00 euro – pena raddoppiata se le signorine sono minorenni. Tale regolamentazione è prevista anche per le turiste musulmane e prevede eccezioni solo in caso di processioni religiose e feste tradizionali.

La femminilità per la donna musulmana. L’Islam prescrive al genere femminile di conservare un corpo curato e valorizzato. Sotto il velo i capelli possono essere tinti e acconciati nella maniera desiderata; si può usare il profumo; si possono usare i trucchi per gli occhi e per le labbra, esclusi l’uso di cosmetici halal, privi di alcool e di derivati di animali considerati proibiti; si possono abbellire le unghie e le mani con l’henné. Normalmente le donne musulmane hanno un consistente numero di veli da abbinare in base ai colori dei propri abiti: l’hijab può persino essere personalizzato tramite il modo di indossarlo o attraverso l’uso
di spille, pinzette e perline al fine di renderlo originale al tempo stesso. Anche famose case di moda Occidentali si sono dedicate alla realizzazione di linee di indumenti destinate alle donne musulmane: Dolce & Gabbana ha realizzato una linea di abbigliamento chiamata “Abaya”, una collezione di hijab e abaya con elementi tipici italiani: pizzi, decorazioni floreali e ricami. Anche Tommy Hilfiger e DKNY – tre anni fa lanciarono una collezione limitata per il Ramadan, così come Monique Lhuillier realizzò una linea di caftani per Moda Operandi.

Burkini, polemiche e sicurezza. Il burkini è un costume da bagno che copre interamente il corpo, lasciando liberi viso, mani e piedi. Fu introdotto per la prima volta in Australia nel 2006 da una stilista di Sydney Aheda Zanetti, con lo scopo di permettere anche alle donne islamiche di andare in spiaggia. L’idea le venne per consentire alle donne musulmane di diventare bagnine, difatti i colori inizialmente utilizzati furono proprio il rosso e il giallo. Successivamente alla dolorosa strage di Nizza ad agosto di quest’anno, il sindaco di Cannes emise un’ordinanza per proibire l’utilizzo del burkini sulle proprie spiagge, così come alcune città della Costa Azzurra e della Corsica. In una intervista il premier francese Manuel Valls sostenne che «il burkini non è un vero e proprio costume da bagno, ma un progetto politico che va contro una società fondata sulla sottomissione della donna». Tali affermazioni hanno scaturito polemiche di vario genere: la Lega dei diritti dell’uomo e il Collettivo contro l’islamofobia in Francia sono andati contro questi provvedimenti chiedendo spiegazioni più dettagliate, così come una parte dei cittadini.