Tè, Thankga, concili e forum

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Nell’ultimo breve excursus sulla cultura, storia e meraviglie dello Xizang ci siamo spinti fino alla contea di Maizhokungaar la cui città capoluogo Gongkar nel 598 d.C. diede i natali a Songtsen Gampo, trentatreesimo sovrano della dinastia Yarlung, colui che unificò il paese assoggettando tutti i regni che vi si erano formati e fondando l’impero del Tibet[1]  che comprendeva tutti i territori in cui era parlato il tibetano; imperatore ambizioso e modernizzatore, fu fautore di una politica espansionistica: mentre le regioni meridionali erano pacificate grazie ad una sapiente azione diplomatica, le armate tibetane al servizio di Songtsen Gampo si mossero in direzione del Kashmir (Kasamira), Ladakh (La dwags) e Zanskar (Zangs skar).

Songtsen Gampo dopo aver trasferito la capitale da Yarlung a Lhasa, fu il primo ad introdurre la religione buddista in Tibet e a favorirne la diffusione[2]; fece inoltre costruire il primo tempio buddista tibetano, il Jokhang, il più importante di Lhasa, la prima destinazione dei turisti che giungono nella capitale dello Xizang. Tutto intorno all’edificio corre per circa un chilometro la via Barkhor, Ba Jiao Jie in cinese, la più antica di Lhasa.

Il Barkhor si compone adesso di quattro strade che prendono il nome dei quattro punti cardinali e rappresenta il centro commerciale più frequentato della capitale, un luogo in cui la gente vive ancora alla vecchia maniera e dove, con la modernizzazione e lo sviluppo del turismo e dell’economia, numerosi sono ora gli alberghi, i negozi di artigianato locale e i grandi magazzini. I prodotti che possono essere acquistati abbracciano tutte le tipologie, da oggetti religiosi a tappeti, da coltelli a vestiti, da metalli preziosi, da spezie a tè.

Qui si può gustare anche il famoso tè dolce di Lhasa, una miscela di tè nero, zucchero, latte o latte in polvere: la sua dolcezza e i suoi contenuti nutrizionali, insieme all’apprezzato connubio tra la fragranza del latte e l’aroma del tè, lo rendono non solo una bevanda diffusa nell’altopiano ma anche una parte integrante della cultura dello Xizang.

La tradizione del bere tè sull’altopiano è ben conosciuta[3] ma l’usanza del tè dolce non è qualcosa di autoctono, bensì una consuetudine proveniente da fuori. Da una parte c’è chi sostiene che si tratti di una prosecuzione dell’abitudine propria dell’esercito invasore inglese; altra storia dice che il tè dolce sia stato portato a Lhasa da rifugiati del Kashmir che durante il regno dell’imperatore Kangxi, dinastia Qing, furono la prima coorte di nuovi musulmani in Tibet[4].

Il sito internet Tibet.cn consiglia ai turisti che passano per la capitale di provare un’esperienza insolita fermandosi al Tsamkhung Nunnery Tea House. Si tratta di un luogo dove i devoti pellegrini con in mano le loro ruote di preghiera amano fermarsi e riposare. Il tè dolce è venduto ad un prezzo ragionevole e, qui, è conosciuto per il sapore gustoso e il profumo intenso[5].

Le case del tè dolce sono solite essere un luogo per passare il tempo in modo piacevole oppure un posto per riposarsi dopo aver circumambulato il tempio di Jokhang.

Nella strada est del Barkhor si trova il più famoso e popolare negozio di arte che espone e vende Thangka tibetani. I Thangka[6] sono un’espressione artistica unica delle popolazioni tibetane, dipinti che somigliano agli antichi rotoli di carta o pergamena della Cina centrale: talvolta definito come dipinto su rotolo si tratta, infatti, di un tipo di dipinto realizzato su una superficie piana, ma che può essere arrotolato quando non ne è richiesta l’esposizione; il formato più comune è il rettangolo verticale e allargando il campo di riferimento alla storia, politica, cultura e società, queste opere pittoriche possono essere considerate come l’enciclopedia delle genti dell’altopiano. I soggetti ritratti, infatti, abbracciano i soggetti più svariati: eventi storici, biografie, storie religiose, leggende folkloristiche, miti.

Mentre alcuni li considerano semplicemente oggetti a vivaci colori a carattere decorativo, il dipinto thangka è, in realtà, la risultante di un processo sofisticato che coinvolge il sapiente uso di minerali e segmenti estratti dalle piante: la composizione è dettagliata, precisa, bilanciata ed elaborata[7]. La realizzazione materiale di un thangka, come del resto avviene per la maggior parte dell’arte buddista, è di natura altamente geometrica. Braccia, gambe, occhi, narici, orecchi e vari utensili rituali vengono tutti sistemati su una griglia sistematica di angoli e linee intersecantisi. Un bravo maestro di thangka sceglie in genere tra una varietà di forme pre-disegnate quelle da inserire nella composizione, su una gamma che va dalle tazze per le elemosine, agli animali, alla forma, dimensione e angolazione di occhi, naso e labbra di una figura. Il procedimento appare molto scientifico, ma spesso richiede una conoscenza molto profonda del simbolismo della scena che si sta dipingendo, onde coglierne l’essenza o lo spirito.

I buddisti vedono in questi stendardi una bellezza paragonata ad una manifestazione del divino e ne sono di conseguenza visivamente stimolanti.

Si sostiene altresì che questa nuova tecnica pittorica si diffuse in Tibet durante il regno di Songten Gampo ma, per motivi naturali e storici, è impossibile verificare esattamente l’origine delle thangka.

Secondo una leggenda, il re dei Tubo Songtsen Gampo, dopo aver ricevuto l’indicazione dal Budda, dipinse col sangue del suo naso il ritratto di Bailamu, una divinità femminile. Così nacque la prima thangka. Questa venne inserita nel ventre della statua di Bailamu dal reincarnato Go Drushi. Tuttavia questa leggenda è priva di testimonianze scientifiche.
Fu al tempo del V Dalai Lama che venne istituita una prima forma di accademia di pittura, elevando la produzione a creazione professionale; Kelzang Gyatso, VII Dalai Lama, fondò un’accademia di pittura ufficiale, il che dette impulso allo sviluppo dell’arte delle thangka facendo nascere molte scuole. Nel monastero Sangye esiste un dipinto che ritrae 35 immagini di Budda in uno stile simile a quello dei dipinti murali delle Grotte di Mogao, a Dunhuang, risalente allo stesso periodo; tre thangka di epoca Song sono conservate nel Palazzo Potala, a Lhasa, tra cui due di seta realizzate nell’entroterra cinese. La terza raffigura il Lama Gungtang, vissuto fra il 1123 e il 1194.

Durante le epoche Ming e Qing, per rafforzare l’amministrazione del Tibet, il governo centrale adottò la nomina dei leader delle varie fazioni buddiste. In epoca Ming, vennero investiti otto re, e in epoca Qing i Dalai Lama, i Panchen Lama e i Lama Hutuktu. Queste scelte favorirono la stabilità sociale e lo sviluppo economico e culturale del Tibet e, al contempo, crearono un quadro in cui l’arte raggiunse un nuovo culmine. In questo periodo, il numero delle opere aumentò notevolmente e si formarono molte scuole, il che è un risultato naturale del lungo sviluppo della pittura tibetana, ed anche una dimostrazione della sua maturità. Generalmente nelle zone di Lhasa e di Shigatse la struttura delle Thangka è rigorosa, molto capace di esprimere i sentimenti dei personaggi. Le pennellate sono raffinate, con uno stile lussuoso e una struttura piena, nella forma della pittura precisa. Il personaggio principale è dipinto al centro del dipinto; le altre divinità sono disposte tutt’intorno secondo un ordine gerarchico: nella parte superiore gli Dei più importanti oppure una serie di maestri ed allievi, ai lati gli “assistenti” delle divinità o i discepoli. Infine nella parte inferiore si trovano o i guardiani del Dharma dall’aspetto irato o altre divinità benevoli.

Di fronte al tempio di Jokhang a Lhasa si trova il monumento che celebra l’impegno alla pace tra la dinastia cinese Tang e i tibetani Tubo che durò per oltre due secoli: Songtsen Gampo sposò nel 641 la principessa cinese Wen-Ch’eng, nipote dell’imperatore della Cina Taizong della dinastia dei Tang[8]. Fu grazie alle mogli Bhrikuti e Wencheng che Songtsen Gampo si convertì al buddhismo.

Nello stesso periodo in cui nella vicina India nasceva Śaṅkara, teologo e filosofo fondatore della scuola   dell’Advaita Vedānta[9], la più influente tra tutte le scuole Vedānta dell’induismo, a Samye, duecento chilometri a sud-est di Lhasa, sotto gli auspici del sovrano Trhisong Detsen, nel 788 d.C. fu edificato il primo monastero buddista dell’impero tibetano[10].

A seguito delle difficoltà incontrate da Shantaraksita[11] nella diffusione del buddhismo[12], Trhisong Detsen nel  786  invitò in Tibet  Padmasambhava[13], il nato dal loto, il prezioso maestro Guru Rinpoche il quale rese possibile, con pratiche magiche attuate sul colle di Hepo Ri, la nascita di questo monastero. Da questo momento fu possibile iniziare alla vita monastica dei tibetani e provvedere a un grande progetto di traduzione del  corpus  letterario buddhista dal  Sanscrito  al tibetano.

Fu proprio qui   che, dal  792  al  794, avvenne il celebre dibattito[14] di Samye, un concilio indetto per risolvere le divergenze interne al buddismo tibetano tra i fautori della scuola cinese e quelli vicini all’ispirazione indiana della dottrina. Il dibattito su incentrò sulla questione se l’illuminazione, bodhi, si raggiunga gradualmente attraverso l’attività o improvvisamente e senza attività. Quando il Buddhismo divenne, dunque, la religione ufficiale del Tibet, cominciò a porsi un nuovo problema: infatti gli insegnamenti Buddhisti erano giunti in Tibet da fonti diverse: dalla Cina, dall’Asia Centrale, dall’India e dal Nepal, ciascuno con  sfumature dottrinali proprie. Gli aderenti al  Buddhismo di ascendenza indiana  peroravano l’avvicinamento progressivo e graduale all’illuminazione spirituale, grazie all’accumulazione paziente di meriti morali che risolvevano in questo modo la questione della retribuzione karmica e all’aiuto di una guida spirituale di un maestro; al contrario, i seguaci del  Buddhismo di origine cinese  sostenevano la teoria dell’illuminazione subitanea, improvvisa e spontanea[15].

Il dibattito dottrinale ebbe luogo davanti al Re tibetano che si dichiarò favorevole ai “gradualisti” indiani anche in virtù del fatto che erano il gruppo più numeroso. La sua decisione, però, fu con ogni probabilità influenzata in qualche misura dalla guerra intermittente allora in corso tra il Tibet e la Cina. Da allora in poi, l’India ha esercitato maggiore influenza della Cina nel corso dello sviluppo del buddismo in Tibet, anche se le tesi del chan hanno continuato ad essere rispettate.

Dal concilio delle autorità religiose buddiste dell’epoca ad un concilio “laico”, un forum di esperti che hanno animato un dibattito sulla moderna Regione Autonoma del Tibet. Ad inizio del mese di luglio, infatti, si è tenuto a Lhasa il Forum sullo sviluppo del Tibet.

Più di 130 ricercatori, membri di partito, rappresentanti di think tank ufficiali cinesi e corrispondenti provenienti da oltre trenta Paesi hanno portato il loro contributo alla discussione sul tema Nuova fase dello sviluppo del Tibet: sviluppo innovativo, coordinato, verde, aperto e condiviso e mettendo in condivisione le loro idee e suggerimenti per la costruzione di uno Xizang migliore.

Ma, laddove a Samye sul finire dell’VII secolo, il buddismo si divise, a Lhasa, nel 2016, i presenti si sono uniti nell’accettazione del Lhasa Consensus, il documento finale ufficiale del forum il quale, dopo un lunga introduzione elenca i termini dell’accordo conclusivo tra i partecipanti alle discussioni: “I nuovi concetti di sviluppo coordinato, verde, innovativo, aperto e condiviso sono in linea con i tempi e le norme di sviluppo.

I concetti sono anche di grande importanza nel guidare lo sviluppo futuro del Tibet.

Il concetto di innovazione porterà il Tibet in un percorso di progresso scientifico e tecnologico, e il concetto di coordinamento guiderà la regione su un percorso di sviluppo sostenibile.

Il concetto di sviluppo verde aiuterà il Tibet nella protezione dell’ambiente, e il concetto di trasparenza promuoverà la civiltà moderna in Tibet.

Il concetto di sviluppo condiviso guiderà Tibet verso la prosperità comune.

Lo sviluppo del Tibet rappresenta un nuovo punto di partenza storico.

“Il Tibet, il “Tetto del Mondo” e il “Terzo Polo”, deve continuare la costruzione e la ricerca di sviluppo a così alta quota, quando non ci sono precedenti di successo nel mondo da emulare. Negli anni di sperimentazione e pratica, il Tibet ha intrapreso un percorso di sviluppo che si adatta alle sue condizioni uniche che ha fruttato risultati incoraggianti.

I tibetani hanno il diritto di perseguire una vita migliore.

Cercare lo sviluppo e all’unisono la piena protezione del Tibet, la costruzione di un nuovo Tibet che sia più bello, armonioso e più felice, sono i desideri condivisi tra tutti i partecipanti”.

Il Tibet è casa dei suoi abitanti con la sua cultura regionale distintiva. Misure efficaci hanno prodotto risultati notevoli nella protezione, eredità e la promozione della sua cultura raffinata.

Il Tibet, un luogo in cui la tradizione e la modernità si fondono armoniosamente, ha lasciato un’impressione indimenticabile sui partecipanti.

In questo contesto di rapida modernizzazione e una maggiore apertura verso il mondo esterno, che unisce conservazione culturale con lo sviluppo, è il modo migliore per portare avanti la cultura tradizionale del Tibet.”

 

“Proteggere l’ambiente del Tibet è di importanza fondamentale per la Cina, l’Asia e il mondo.

Lo sviluppo del Tibet dovrebbe dare la massima priorità alla protezione dell’ambiente e coltivare modelli verdi di sviluppo e di vita. Ogni albero e pianta, montagna e fiume sull’altopiano Qinghai-Tibet devono essere ben conservati.

L’attuazione di misure di protezione ambientale – compresi i progetti per la costruzione di schermi protettivi ecologici; rafforzamento della tutela dell’ambiente e suo il miglioramento; promozione della crescita economica e lo sviluppo ecologico a basse emissioni di carbonio; anticipo dei cambiamenti climatici – porterà certamente Tibet lungo una strada di convivenza armoniosa tra l’uomo e la natura”.

 

“Il forum, in cui le persone di tutto il mondo hanno discusso i modi per aumentare la prosperità tibetana, è un’azione positiva per mostrare la fiducia della Cina e la sua apertura al mondo.

L’evento aiuterà il mondo a capire meglio il Tibet e costruire il consenso su di esso, oltre ad essere è vantaggioso per lo sviluppo del Tibet. I partecipanti sperano che il forum continuerà a migliorare e attirare più persone di talento per promuovere lo sviluppo del Tibet. Il Tibet avrà un futuro luminoso!”

Andrea Turi

 

[1]    Esistito tra il VII e il IX secolo d.C., governò un’area notevolmente più grande del Tibet, che si estendeva a parti dell’Asia orientale, Asia centrale e Asia meridionale. Nell’810, l’impero tibetano arrivava fino a Samarcanda.

 

[2]    Songtsen Gampo è considerato il primo dei tre Re del Dharma, chos rgyal, insieme a Trisong Detsen, e Ralpacan.

 

[3]    Cfr. Andrea Turi, Treni, te e cavalli sulla via della seta meridionale, http://www.cese-m.eu/cesem/2016/08/treni-te-e-cavalli-sulla-via-della-seta-meridionale-i/

 

[4]    Guo Xin, The third pole, China Intercontinental Press, 2015, p. 66.

 

[5]    http://eng.tibet.cn/news/1449501240700.shtml

 

[6]     In tibetano ཐང་ཀ, thangka si compone di than che significa piano e il suffisso ka che significa dipinto. I thangka possono essere raggruppati per tipo in base alla tecnica e al materiale con cui sono realizzati. In genere si dividono in due ampie categorie: quelli dipinti (tibetano: bris-tan) e quelli su seta, per applique (tibetano: go-tang) o per ricamo (tibetano: tshim-tang).

Essi si dividono inoltre nelle seguenti categorie più specifiche: fondo nero: una linea d’oro su fondo nero (tibetano: na-tang); fondo oro: un trattamento augurale, usato con giudizio per deità pacifiche, dalla lunga vita, e per  buddha  pienamente illuminati; fondo rosso: linea d’oro su fondo vermiglio (tibetano ser-tig); xilografia: profili grafici su carta o tessuto stampati con blocchi di legno; dipinto a colori: (tibetano: tson-tang).

Quelli per lo sfondo sono 5: il rosso, il nero, il blu, il dorato e l’argento. Le Thangka rosse rappresentano spesso storie della vita del Budda, con uno stile maestoso. Lo sfondo nero raffigura i guardiani della legge e i Vajira che sconfiggono i demoni, con linee dorate e scene solenni. Le Thangka blu raffigurano divinità tantriche, e quelle dorate e argentate hanno dei colori splendidi.
Il bianco viene usato per rappresentare il viso del Budda e le caratteristiche personali, quindi esprime tranquillità, gentilezza e bontà; il rosso e il blu indicano aggressività ed ira, bisogna usare insieme dei grandi pezzi di rosso, verde, blu e blu scuro con delle tecniche speciali.

L’oro rappresenta vari colori, ed esprime un’atmosfera sacra.

Esistono vari tipi di Thangka che si sono evolute nel tempo quando le interpretazioni dei sacri testi hanno portato un parziale rinnovamento delle forme e degli stili. Tra gli stili più importanti abbiamo: lo stile indiano – gyaluk”, con l’arte buddhista del Bihar e del Bengala che influenzò l’arte tibetana; lo stile nepalizzante: l’arte dei Newar della Valle di Kathmandu che influenzò la produzione tibetana; stile Gyantse con la sua arte sontuosa; stile Khyenri attribuito a Jamyang Khyentse Wangchuk nato nel 1524 che unisce lo stile  Newar  con lo stile  Menri; stile Menri  creato nel XV sec. da un artista di nome Menla Tondrup Gyatso dove vi introdusse molti motivi cinesi; stile Karma Gadri  creato da Namkha Tashi,nato intorno al 1500, con un suo stile particolare in quanto vi è un grande utilizzo di tonalità chiare e sfumature degradanti oltre a rappresentare la divinità principale in centro contornato da paesaggi.

 

[7]    I thangka vengono dipinti su tela di cotone con pigmenti solubili in acqua, sia minerali sia organici, temperati con una soluzione di erba e colla. Il procedimento nel suo complesso richiede grande padronanza del disegno e una comprensione perfetta dei principi dell’iconometria.

 

[8]     I ritrovamenti nelle grotte di  Dunhuang, nell’allora Tibet nord-occidentale (l’attuale provincia cinese del  Gansu), hanno portato alla luce la lista della genealogia degli imperatori tibetani, completa dei nomi delle loro mogli ed i clan di provenienza, secondo questi scritti Songtsen Gampo ebbe diverse mogli ufficiali. La prima fu Trimonyen Dongsten, detta anche Mangza Tricham, figlia del re di Mang, un regno nella valle di Tolung che si trova nel nord dell’odierno  Sikkim, che gli diede il primogenito  Gungsrong Gungtsen  attorno al 625.  Per cementare l’alleanza con il regno dello  Zhang Zhung, nel Tibet occidentale, prese in moglie una figlia del re, a cui diede in sposa la sorella Sad-mar-kar, un’altra delle sue mogli fu una nobildonna dei clan Minyak, che regnavano nello Xia occidentale, a nord-est del Tibet.

Songtsen Gampo sposò poi, attorno al 624,  la figlia del re  nepalese  di  Licchavi, la principessa  Khri b’Tsun, detta  la dama reale  (Bhrikuti Devi),  e nel 641 la Principessa cinese  Wencheng, nipote dell’Imperatore della Cina  Taizong di Tang.

Queste due famose mogli gli permisero di stringere alleanza con il Nepal e la Cina e di introdurre il buddhismo nel paese, per questo motivo sono tuttora venerate e vengono considerate entrambe la reincarnazione di  Tārā, la divinità della Compassione che in Tibet viene chiamata Dölma (sGrol-ma), in particolare Wenchen è chiamata Dol-kar, la  Dolma bianca, e Bhrikuti  Dol-jang, la Dolma verde, che viene invocata dalle donne per la fecondità.

 

[9]    https://it.wikipedia.org/wiki/Advaita_Ved%C4%81nta

 

[10]    Alla tempo della sua ascesa al trono la situazione dell’impero di  Songtsen Gampo  (Sron-btsan sGam-po) (617  –  649) si era deteriorata con la perdita, nel  694, dei territori dell’attuale  Xinjiang, nel  703  con la perdita delle terre del  Nepal e con l’aumento della pressione  araba  nel  Kashmir  Occidentale.

Trhisong Detsen favorì l’introduzione e la diffusione in Tibet del  Buddhismo Vajrayana così come era allora diffuso in  India, dichiarando nel  779  il  Buddhismo  religione di Stato. Se infatti l’arrivo del  Buddhismo risale al sovrano Songten Gampo tuttavia questo si era diffuso solo in ambienti di corte.

 

[11]   http://www.chinabuddhismencyclopedia.com/en/index.php/Shantarakshita

 

[12]   All’epoca dell’imperatore Songtsen Gampo il buddismo si era diffuso soltanto a corte.

 

[13]   https://it.wikipedia.org/wiki/Padmasambhava

 

[14]   Conosciuto erroneamente come “Concilio di Lhasa”, fu il tibetologo italiano Giuseppe Tucci a indicarne la più precisa locazione nel monastero di Samye.

 

[15]    Il sostenitore della dottrina cinese al Dibattito di Samye fu Heshang Moheyan (https://en.wikipedia.org/wiki/Moheyan); il rappresentante della scuola indiana, invece era Kamalashila (http://www.chinabuddhismencyclopedia.com/en/index.php/Kamalashila).