Le Perle della Contea di Maizhokungaar

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Lhasa, capitale e città più grande dello Xizang – o come spesso viene abbreviato Zang – è conosciuta come la “città del sole” per la sua forte luce del sole; Lhasa, con i suoi 1300 anni di storia, è il centro politico, economico, culturale e sociale dell’altopiano tibetano: la sua giurisdizione si estende su una superficie di 29.518 chilometri quadrati – per una popolazione totale di 559.000 abitanti – divisa in otto distretti/contee: Chengguan, Dagze, Lhunzhub, Damxung, Nyemo, Quxu, Doilungdeqen e Maizhokungaar.

Maizhokungaar in tibetano significa “il luogo dove il Re Medro ha vissuto” ed è una piccola contea agricola di 5.492 chilometri quadrati con capoluogo Gongkar1 caratterizzata da colture di orzo, frumento, piselli e patate; situata nella valle del fiume Yarlung Tsangpo – il tratto tibetano del Brahmaputra – ad una quota superiore ai 4000 metri, in questa zona della Regione Autonoma del Tibet sono presenti risorse minerarie quali oro, argento, rame, piombo, zinco e marmi.

Qui sorge uno degli edifici buddisti più affascinanti per i visitatori stranieri, il monastero di Drikung Thil Ogmin Jangchubling, situato a circa 120 chilometri dalla capitale Lhasa e raggiungibile con poche ore di viaggio in auto.

Il monastero di Drigung Til si erge a 4.465 metri arrampicandosi su un alto e impervio crinale a picco – centottanta metri del fondovalle – che permette ai monaci di dominare la valle dello Zhorung: nascosto in alto e difficile da raggiungere, la sua posizione offre una vista panoramica mozzafiato sull’ambiente circostante e lo rende un occhio vigile sugli avvenimenti nella valle del fiume che scorre nella stretta gola tra le montagne; sebbene sia tra i siti buddisti meno popolato da turisti, il Drigung Til è in cima alla lista per le viste spettacolari che regala ai suoi visitatori. L’atmosfera che vi si respira è quella della quiete, l’ideale per immergersi nella meditazione contemplativa.

Fondato nel 11972, in origine era il principale centro monastico del lignaggio buddista dei Kagyupa e ospitava circa cinquecento monaci mentre, ad oggi, ne conta qualcosa come duecento. A metà del XIII secolo, questo sito religioso si trovò a competere con il monastero di Sakya – 127 chilometri ad ovest di Shigatse, sede della scuola Sakyapa del buddismo tibetano3 – per il predominio politico: la lotta volse a favore dei monaci di quest’ultimo quando nel 1290 le forze di Sakya si unirono a quelle dell’invasore mongolo e saccheggiarono Drigung Til relegando, così, il monastero a mero – seppur importante – centro di insegnamento di meditazione4.

Il complesso si compone di più di cinquanta edifici di cui, il Tsuglakhang, la sala principale del santuario, è il più solenne: esso sorge su un bastione di solida pietra di circa venti metri di altezza, fronteggiato da una grande terrazza che in passato era il luogo dove si tenevano le lezioni; la sala del culto in questo edificio contiene molte statue – tra cui una statua centrale di Jigten Sumgön fatta di oro e rame, ornata di gioielli rari e cimeli oltre ad una grande figura del Guru Rinpoche, posizionata nell’angolo – e stupa mentre un chorten conserva i resti di Jigten Sumgön.

Ci sono diversi templi al di sopra della sala principale i quali – quasi tutti – contengono una statua di Jigten Sumgön a cui si accede attraverso ripidi scalini oppure scale di legno.

Un piccolo edificio è dedicato a Abchi, la protettrice del monastero – raffigurata nelle sue manifestazioni pacifiche ed iraconde – mentre un sentiero di pellegrinaggio, kora, corre tutt’attorno al monastero5.

Drikung Thil è la sede principale della tradizione Drikung, uno degli otto lignaggi minori della scuola Kagyu del buddismo tibetano6.

La leggenda narra che Jigten Sumgon, il fondatore della scuola buddista Drikung Kagyupa, aveva scelto questo luogo per il monastero, mentre a seguito di un dri, un esemplare femminile di yak, che si stabilì in quel luogo. Le corna del dri sono ancora mostrati oggi a Drikung. Secondo le cronache storiche di Dampa Sonam Gyaltsen7, invece, più verosimilmente il monastero deve il suo nome al fatto che la terra era un feudo di Dri Seru Gungton, un ministro del re Songtsen Gampo8.

Interessante notare è che sin dagli albori, Drikung si era dotato di una struttura amministrativa molto ben organizzata: mentre l’abate era la suprema autorità spirituale, l’amministrazione laica compresi i poteri civili e militari erano nelle mani di un gompa o di un gomchen; la maggior parte dei governanti secolari è venuta dal clan Kyura, la linea paterna di Kyobpa Jigten Sumgon9.

Seguendo le scansioni del calendario tibetano, nell’anno della scimmia, ricorrenza che cade ogni 12 anni, i seguaci della corrente Drigung Kagyupa tengono l’assemblea del dharma, il Powa, evento che richiama pellegrini da ogni angolo del Tibet e della Cina. Nell’agosto di quest’anno, 2016, nella valle di Drigung sono giunte oltre 100.000 persone per assistere all’evento religioso che si centra sul Powa10, pratica di meditazione della morte cosciente, un trasferimento della coscienza al momento della morte. Molti discepoli sistemano le tende sul verde prato della valle in cui si tiene l’assemblea per assistere agli insegnamenti di un Buddha vivente che verso la metà del giorno si dirige verso l’altare mentre i monaci lo accolgono tenendo in mano una khata, sciarpa cerimoniale nel buddismo tibetano; simbolo di purezza e di compassione, queste sciarpe in seta solitamente di colore bianco per simboleggiare il cuore puro di chi le indossa e sono indossate in molte occasioni cerimoniali quali nascite, matrimoni, funerali oppure l’arrivo o la partenza degli ospiti.

Il popolo tibetano adora il colore bianco. Nei lunghi inverni, l’altopiano si trasforma nel mondo della neve e, perfino nei mesi più caldi, la catena dell’Himalaya (nel sud dello Xizang) e le montagne del Kangdese (a nord) sono coperte di uno strato di neve. I tibetani hanno preso il bianco a simbolo di giustizia, gentilezza, nobiltà, purezza, di buon augurio e felicità; anche i buddisti tibetani preferiscono il colore bianco: bandiere bianche e bianche pagode si possono vedere ovunque mentre la gente comune, pur non prestando molta attenzione ai risvolti simbolici della tonalità, lo hanno integrato nella loro vita quotidiana: per esempio, presentano come regalo all’ospite una bianca hada per esprimere la loro benevolenza e benedizione; le ragazze appena sposate cavalcano un cavallo bianco sperando così di ottenere una buona sorte; nel momento della morte, disegnano una via con le zamba bianche per indicare al defunto la via del paradiso11.

La morte è un elemento fondante della vita monastica di Drigung Til. Salendo l’impervia via che conduce sin alle porte del monastero non è raro incontrare un corteo funebre che sale verso il gompa: persone provenienti da centinaia di chilometri di distanza, partiti dai più remoti angoli della provincia, viaggiano fino a qui con i loro defunti per dare loro la sepoltura celeste, un antico rito funerario tibetano praticato ancora oggi da alcune comunità come quella monastica di Drigung. La piattaforma circolare – dürtro – circondato da edifici adiacenti dove vengono conservati i capelli dei defunti, costituisce il sito in cui si tiene la sepoltura in cielo e si trova a circa 600 metri dal Gompa, il nome che assume il tempio buddista in Tibet, Bhutan e nelle zone himalayane dell’India e del Nepal. A questa si accede con un percorso che inizia lasciando il kora seguendo un sentiero che si trasforma rapidamente in ripida ascesa. Si tratta di uno dei luoghi più sacri e venerati della regione di Lhasa, una grande area recintata e vietata agli occhi indiscreti e agli obiettivi fotografici, circondata da svolazzanti e colorate bandiere votive. Qui si svolge lo jhator12, questo il nome tibetano della pratica funebre che significa fare l’elemosina agli uccelli – rito bandito dalla Repubblica Popolare Cinese negli anni sessanta e settanta e resa nuovamente legale negli anni ’80 – dove i corpi vengono tagliati a pezzi e nutriti per gli avvoltoi.

L’origine di questo rito risale a più di 2000 anni fa, in epoche pre-buddhiste in cui dominavano credenze di tipo animista, quando si credeva che guerrieri, sciamani e capi religiosi avessero spiriti provenienti direttamente dal cielo.

Ci sono due differenti spiegazioni sull’origine della sepoltura a cielo aperto con qualche studioso che sostiene che l’origine sia veramente autoctona, mentre altri la ritengono proveniente dall’India o dall’Asia Centrale. Comunque sia è generalmente riconosciuto che il suo sviluppo sia avvenuto attraverso due fasi. La prima di queste è il periodo della cosiddetta sepoltura a cielo aperto originaria, quando la gente inconsciamente abbandonava il cadavere in natura.

Tra l’XI e il XII secolo, invece, influenzata dalla diffusione delle dottrine Buddhiste, la sepoltura a cielo aperto ha iniziato gradualmente ad impiegare rituali13.

Un completo insieme di procedure funebri dovrebbe prendere avvio quando ancora perdura la vita della persona. I membri della famiglia dovrebbero dare da mangiare alla persona morente tavolette fatte di rare erbe tibetane mescolate con ceneri combuste di vestiti, capelli e unghie di un Buddha Vivente, che si dice siano capaci di aiutare il morente a superare alcuni intrinseci qi, ad esempio, i desideri umani, e consentire pacificamente la dipartita dell’anima. Nel frattempo, i Lama sono incaricati di cantare le scritture, così da aiutare il morente a liberarsi dell’angoscia e della paura dell’ultimo momento. Alle donne e ai bambini generalmente non è permesso avvicinarsi al morente, poiché si sostiene che ciò disturberebbe il suo umore e influenzerebbe la sua scorrevole trasmigrazione. Non appena la persona muore, un pezzo di tessuto bianco è usato per coprire il viso, e a nessuno è permesso di toccare o muovere il cadavere da dove si trova. Allo stesso tempo, i Lama sono incaricati di tenere in presenza del defunto la cerimonia del trasferimento della coscienza – che si ritiene aiuti l’anima ad uscire dal cranio e raggiungere il cielo, invece che ad espellerla dall’ano e cadere nell’inferno – mentre lo spirito abbandona il corpo che di conseguenza rimane vuoto e non ha alcuna necessità di essere conservato.

Dopo la morte il corpo rimane avvolto in un sudario per una durata compresa tra i tre e i cinque giorni, per poi essere legato in posizione fetale prima di essere trasportato in montagna. Lontano dalle abitazioni, su una piattaforma di rocce appositamente preparata, ha inizio lo jhator: il cadavere viene scuoiato dalla testa ai piedi con un kartika, un coltello rituale di 20 centimetri, e la testa viene separata dal corpo mentre vengono bruciate foglie di ginepro il cui profumo assieme all’odore della carne attira gli avvoltoi al grido di Shey!Shey! perché lo divorino14. Gli avvoltoi cominciano a volteggiare sopra il luogo del rituale, attirati dal fuoco del ginepro e dall’odore della carne. L’anima del cadavere nel frattempo ha raggiunto lo spazio celeste, e il corpo del credente viene utilizzato per beneficiare altri esseri viventi; più tardi gli uccelli rapaci scompaiono nel cielo traghettando l’anima del defunto.

I tibetani credono che gli avvoltoi abbiano il potere di portare in paradiso lo spirito del defunto: nel caso che essi non mangino il cadavere, o ne divorino soltanto una parte, si ritiene che il morto abbia commesso peccati gravi e che di conseguenza sia condannato alla permanenza in uno degli inferni buddisti; se, invece, i volatili divorano ogni parte del corpo o almeno la maggior parte di esso, l’anima procede verso una rinascita più pura.

La sepoltura celeste rappresenta la morte come episodio del tutto naturale, parte dell’eterno ciclo delle rinascite. Secondo la cultura buddhista, il corpo è un semplice involucro che permette di compiere il viaggio della vita. Come dice Tucci nel resoconto di viaggio A Lhasa e oltre, l’uomo non conta, è un piccolo essere che passa e scompare senza lasciare traccia e più avanti racconta di come a nord-est vicino alla strada che conduce allo Shipta, la montagna in cui dimora lo spirito tutelare di Gyantse, si trova il campo dove vengono esposti i cadaveri. Nel Tibet i morti non si bruciano, ma si espongono in maniera che avvoltoi e lupi e cani presto ne divorino ogni resto; le ossa raccolte vengono frantumate e disperse. Così nessuna traccia rimane dell’involucro mortale. A questa distruzione implacabile hanno indotto non solo la paura del morto che possa ritornare, servendosi del corpo abbandonato dallo spirito vitale, ma anche quel contemptus mundi che il Buddismo instilla nelle coscienze15. Lasciare il proprio corpo in pasto agli avvoltoi è un atto finale di generosità da parte del defunto nei confronti del mondo della natura che crea un legame con il ciclo della vita e facendo questo il defunto ripaga i suoi debiti karmici con gli altri esseri: c’è, è vero, qualcheduno che non rinascerà più, che non tornerà più su questa terra o in un altro mondo ove la vita ubbidisca alle stesse leggi e sia contesta dello stesso dolore. Costui è l’uomo perfetto, il trutob, come essi dicono, che quando esala l’ultimo respiro si perde e si tuffa nella coscienza cosmica al di là di ogni attributo e nome. Ridiventato perciò assoluta Luce ha trasceso per sempre il mare delle illusioni che noi chiamiamo esistenza16.

Ad appena tre chilometri in direzione nord-ovest dal monastero di Drigung Til, dopo aver risalito per otto chilometri una valle laterale, si incontra il monastero femminile di Tidrum17. Una stretta gola alla confluenza di due corsi d’acqua caratterizza un paesaggio colorato dalle consuete bandiere di preghiera. Il convento, seppur piccolo nelle dimensioni, è la casa di un centinaio di suore e il suo aspetto affascinante deriva dal fatto che si tratta di una zona raggiungibile soltanto a piedi visto che nessun veicolo può entrare nel villaggio.

Il monastero ha uno stretto legame con la figura di Yeshe Tsogyal, moglie del re Trisong Detsen18 e, successivamente, consorte anche di Guru Rinpoche, di cui la guida spirituale del convento, Kandro-La, è considerata la reincarnazione. La sala principale delle riunioni merita una visita ma l’attrattiva principale di Tidrum è un’altra: pellegrini e visitatori, infatti, si spingono fino a qui, 110 chilometri da Lhasa, per le sorgenti calde di zolfo, frequentate anche dalle suore: la sorgente di acqua calda si dice che abbia poteri magici di guarigione o per lo meno, ha la nomea di essere un buon rimedio per il trattamento di artrite, gastrite e altre patologie.

Potendo contare sul più alto numero di sorgenti calde del territorio della Repubblica Popolare Cinese, lo Xizang/Tibet si presenta come una regione ricca di sorgenti termali – sia grandi che piccole – le quali rappresentano una gamma pressoché completa delle tipologie di acque geotermali del mondo: sorgenti intermittenti, fiumi caldi, sorgenti bollenti dell’altopiano, pozze di fango bollente e aree di vapore geotermico sono soltanto alcune di queste. Lo Xizang si trova ad avere questo genere di sorgenti geotermali a causa della sua speciale geografia e geologia. Si può, dunque, affermare che esse siano un vero e proprio dono della natura.

I bagni nelle calde acque termali sono un’importante metodo terapico della medicina tibetana. Stando a quanto scritto ne I quattro tantra, classico della letteratura medica scritto da Yuthok Yothan Gonpo19 e risalente al tardo VIII secolo, tali sorgenti sono terapeuticamente efficaci per fortificare il fisico, allungare la vita, dissipare il freddo e ripristinare la bellezza perduta20. Con il passare del tempo la cultura tibetana dei bagni termali si è, dunque, integrata con la medicina e la religione. L’odore, colore e gli effetti medici dipendono dai minerali contenuti nell’acqua e, sulla loro base, ogni differente tipo viene usato per curare una serie specifica di patologie: le acque ricche di solfuri, giallognole e pungenti all’odore, sono un metodo efficace per alleviare l’eruzione cutanea e la lebbra; quelle che contengono calcite, chiare e inodori, vengono indicate per espellere il calore latente e utilizzate per curare l’ulcera allo stomaco e ai reni; quelle sucre e torbide contenenti fibroferrite si addicono al trattamento di tumori e gastriti croniche. I tibetani pensano che bagni regolari nelle sorgenti calde siano un efficace trattamento per dermatiti, rigidità articolare e dolori derivanti dalla curvatura della spina dorsale.

Il primato per le acque termali sull’altopiano tibetano spetta a Shigatse mentre le più conosciute sono quelle di Yangpachen21, Lhazé, Bibilong e Jiaga, tre delle quali si trovano nelle vicinanze di Shigatse. Questi doni naturali rappresentano una risorsa preziosa per lo sviluppo del turismo in Tibet. 

 Andrea Turi

1Gongkar ha dato i natali a Songtsen Gampo, trentatreesimo sovrano della dinastia Yarlung e primo imperatore del Tibet, considerato il primo sovrano storico e il fondatore della patria tibetana.

2In realtà, il monastero di Drigung Til per come lo conosciamo oggi è stato costruito nel 1179 sulle basi di precedente eremo.

3 Il monastero di Sakya copre 18.000 metri quadrati, la grande sala principale 6.000 metri quadrati e trae il suo nome, terra pallida, dall’aspetto delle colline di Ponpori vicino a  Shigatse  nel  Tibet  centrale (Tsang).

I suoi abati governarono il  Tibet  durante il  XIII secolo  se non addirittura fino alla met del XIV secolo, dopo la caduta della  dinastia Yarlung  dei re del Tibet finch non furono eclissati prima dai Phagmodrupa  e poi dall’ascesa della scuola dei  Gelugpa.

La sua  architettura  medievale  mongola  affatto differente da quella dei templi di  Lhasa  e degli  Yarlung. Il solo edificio antico ancora in piedi il Lhakang Chempo.

In origine una caverna sul versante della montagna, fu costruito nel  1268  da Ponchen Sakya Sangpo e restaurato nel  XVI secolo. Contiene capolavori dell’arte tibetana tra i più magnifici del Tibet.

4Robert Kelly e Bradley Mayhew, Tibet, Lonely Planet Italia.

5 Robert Kelly, Bradley Mayhem, John Vincent Bellezza, Tibet, Lonely Planet, edizione inglese, 2008, p. 162.

6L’occidentale medio è solitamente convinto che la comunità tibetana in esilio sia armoniosamente unita secondo i principi della religione buddhista, sotto la guida di un unico leader (il Dalai Lama) e contro l’unico nemico rappresentato dalla Cina. Uno sguardo più attento rivelerà una realtà molto diversa e più frammentata. Le divisioni sono state tipiche della società tibetana fin dai suoi inizi e la comunità tibetana in esilio non è da meno. Nel corso di pochi decenni un’unica amministrazione – quella del presente Dalai Lama Tenzin Gyatso – è stata in grado di dividere una comunità di poco più di cento mila persone in quattro gruppi contrapposti: mi riferisco a due grandi controversie religiose, quella di Dorje Shugden e quella del Karmapa.

Nell’ultimo caso il conflitto ha smembrato il lignaggio Karma Kagyu – quello più seguito dopo la scuola Gelug – dopo la morte del suo carismatico leader, il sedicesimo Karmapa (1982). Il conflitto, che ha portato al riconoscimento indipendente di due reincarnazioni del Karmapa, tuttora vivi e operanti come tali, ha sconvolto tutta la comunità tibetana, considerato che la figura del Karmapa ha sempre avuto un alone di autorevolezza e misticismo tale da diventare un punto di riferimento per i devoti di molte altre scuole. In altre parole, la sua autorità sul piano religioso era superiore a quella del Dalai Lama, come facilmente dimostrabile dal fatto che quando moriva un importante Lama della comunità tibetana, si era soliti andare proprio dal Karmapa per trovare la nuova reincarnazione, non dal Dalai Lama.

Questo conflitto è sorto dalla divisione dei due più importanti Lama del lignaggio Karma Kagyu sotto il Karmapa nella scala gerarchica, ovvero lo Shamarpa e Tai Situ Rinpoche, ognuno dei quali ha riconosciuto una propria reincarnazione del Karmapa indipendentemente dall’altro. Il Dalai Lama, però, invece di fare da paciere si è inserito nel conflitto dando il proprio appoggio ad uno piuttosto che all’altro (curiosamente proprio poche ore dopo che il candidato da lui riconosciuto era stato approvato legalmente dal Governo Cinese, una probabile mossa politica per tentare una mediazione con quest’ultimo). Tuttavia, l’intromissione del Dalai Lama è stata illegittima dal punto di vista religioso, perché nel corso della storia quest’ultimo non ha mai avuto alcun ruolo nel riconoscimento dei Karmapa. Per essere più precisi, già una volta avvenne un tentativo da parte dell’amministrazione dei Dalai Lama di riconoscere un Karmapa, e questo accadde dopo la morte del quindicesimo Karmapa (1922)”.
Per maggiori informazioni su questo conflitto interno al buddismo tibetano, rimandiamo a Matteo Scarinci,
Nuovi conflitti tra il lignaggio Karma Kagyu e il Dalai Lama, Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, http://www.cese-m.eu/cesem/2016/07/nuovi-conflitti-tra-il-lignaggio-karma-kagyu-e-il-dalai-lama/

7https://en.wikipedia.org/wiki/Lama_Dampa_Sonam_Gyaltsen

8 Gung significa “terra”.

9 Per gli insegnamenti di Jigten Sumgon rimandiamo a http://www.drikung.org/drikung-kagyu-lineage/main-monasteries/drikung/drikung-thil.

Fino al XVI secolo, la linea di successione al trono di Drikung era ereditaria tra i soli membri di questa famiglia (con pochissime eccezioni).

10 Per visionare la galleria fotografica dell’evento religioso tenutosi a metà agosto 2016, si consiglia la consultazione dei seguenti link:

http://www.bjreview.com/Lifestyle/201608/t20160815_800064838.html e http://www.chinadaily.com.cn/culture/2016-08/15/content_26478492_5.htm#Contentp.

Per una descrizione del Powa dei monaci Kagyu di Drigung, rimandiamo a Melvyn C. Goldstein e Matthew Kapstein, Buddhism in contemporary Tibet: religious revival and cultural identity, Motilal Banarsidass Publishe, 1999, pp. 100 101.

11Song Shuhong, Tibet from all angles, China Intercontinental Press, 2014, pp. 104 – 105.

12 La forma di jhator descritta nel testo è una pratica alquanto antica e spettacolare quanto costosa considerando considerando che la procedura costa l’equivalente di circa tre volte il reddito medio per un mese.

13 Da quando ha iniziato il periodo di quella che è stata definita come la sepoltura a cielo aperto ritualizzata. Da allora, i rituali sono divenuti sempre di più formalizzati. Attualmente, costituisce la pratica funeraria maggiormente prevalente in tutto il Tibet.

Per una descrizione dettagliata del rito, cfr. Li Tao e Jiang Hong Ying, Tibetan Customs, China International Press (www.cicc.org.cn), Beijing, settembre 2003 tradotto in italiano da Silvia Scolaro, Costumi Tibetani: costumi funerari in “I servizi funerari”, n. 1, 2005, pp. 71 – 75.

Per immagini che immortalano il rito funebre, si rimanda al seguente link:

http://www.calebwilde.com/2014/06/tibetan-sky-burial-36-photos/

Del rituale è stata data anche un’interpretazione antropologica, al di là dei significato che appartiene alla cultura locale. Il “Funerale Celeste” ha un senso anche ecologico perché nelle aree in cui viene praticato il terreno è roccioso e difficile da scavare mentre  le basse temperature e la scarsa umidità farebbero decomporre il cadavere in tempi molto lunghi.
Inoltre, trovandosi la maggioranza del Tibet al disopra della  linea degli alberi, la scarsità di legname rende poco praticabile la  cremazione.
Dal punto di vista pratico questo tipo di funerale risulta essere un sistema perfettamente ecologico per lo smaltimento dei cadaveri.

14 In alcuni casi, le restanti ossa sono frantumate con pietre, polverizzati e mescolati con argilla al fine di costruire un chorten in miniatura chiamato tsa-tsa. Talvolta, invece, ossa e cervello vengono mescolati con farina d’orzo.

15Giuseppe Tucci, A Lhasa e oltre. L’ultima spedizione italiana alla scoperta dei segreti del Tibet, Newton & Compton editori, Milano, 1996, pp. 44 e 52-53.

16ibidem

17Da qui si può intraprendere una salita (impegnativa) verso le grotte di Kiri Yangdzong, legate alle figure di Yeshe Tsogyal e Guru Rinpoche.

18https://it.wikipedia.org/wiki/Yeshe_Tsogyal

19http://www.iattm.net/ita/pop/yuthok.htm

20Guo Xin, The third pole, China Intercontinental Press, p. 183.

21Per informazioni sul bacino geotermico di Yangpachen, http://www.tibettravel.org/tibet-travel-guide/yangpachen-hot-spring.html