Mar. Dic 6th, 2022

Il mito della Shambala Rossa e la diffusione del Buddhismo Tibetano in Asia Centrale (II)

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shambhala

(Seconda Parte)

Non meno importante, ai fini del nostro lavoro, è fornire almeno qualche cenno rispetto alla diffusione del culto buddhista tibetano anche nella Russia e nelle aree ex-sovietiche. Storicamente il buddhismo è stato introdotto nelle terre di Russia nei primi anni del XVII secolo; è ancora oggi considerata una delle religione tradizionali della Russia, facendo quindi parte integrante del patrimonio storico russo a tutti gli effetti. Oltre alle tradizioni monastiche storiche di Buriazia, Calmucchia e a Tuva, il buddhismo si è oramai diffuso a macchia d’olio in tutto il paese con una varietà di gruppi etnici di convertiti. La principale forma di buddhismo presente in Russia è quello della scuola Gelukpa facente parte del buddhismo tibetano, oltre ad altre scuole tibetane minoritarie. Anche se il buddhismo tibetano è più spesso associato al Tibet, come abbiamo accennato esso si è ampiamente diffuso in Mongolia ed attraverso di essa anche in Russia. Si è diffuso inizialmente soprattutto in quelle regioni russe che geograficamente e/o culturalmente si trovavano vicine al mondo mongolo, o abitate da gruppi etnici mongoli: oltre alla Buriazia, nel Territorio della Transbajkalia, a Tuva ed in Kalmykia; quest’ultima è l’unica regione del Buddhismo in Europa situata a nord della catena del Caucaso. Già nel 1887 erano presenti ventinove case editrici e numerosi datsan, ovvero università-monasteri; ma a seguito della rivoluzione russa scoppiata nel 1917 tutte le datsan videro un periodo di limitata influenza spirituale. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, un revival buddhista si è verificato nella Kalmykia con l’elezione del presidente Kirsan Nikolaevič Iljumžinov. Ha ripreso velocemente ad espandersi anche in Buriazia e a Tuva ed iniziando a diffondersi anche in altre regioni più interne del territorio russo. Va tuttavia ricordato che anche in epoca sovietica, il Buddhismo mantenne una propria legittimazione politica, tanto che nell’Enciclopedia Universale sovietica del 1976 venne ammesso tra i culti ufficiali alla voce Unioni buddhiste: «I seguaci di questa religione vivono nelle repubbliche autonome dei Buriati, dei Calmucchi e di Tuva e in alcune zone delle regioni di Cità e di Irkutsk della RSFSR. La Direzione centrale ecclesiastica dei buddhisti dell’URSS è guidata dal suo presidente, il bandido khambo lama, Gomboev Giambal-Dorgi».1 Ancora oggi si trovano diversi monasteri universitari buddhisti tibetani, concentrati soprattutto in Siberia, riconosciuti come datsan. Così come va ricordata la figura di Fyodor Shcherbatskoy, famoso studioso russo di indologia e sinologia, che viaggiò durante il periodo dell’impero russo tra l’India la Cina e la Mongolia, viene a tutt’oggi ampiamente considerato come uno dei maggiori responsabili d’aver gettato le basi per lo studio del Buddhismo nel mondo occidentale. A partire dal 1928, venne nominato direttore dell’Istituto di Cultura buddhista di Leningrado, carica che coprì fino alla fine dei suoi giorni, nel 1942.

A proposito della penetrazione del lamaismo nell’area centro-asiatica, ed in particolare nelle regioni meridionali e orientali di quello che era lo spazio appartenuto all’Unione Sovietica, offre uno straordinario interesse storico-culturale un testo di recente pubblicazione, intitolato “Shambhala Rossa – Magia, profezia e geopolitica nel cuore dell’Asia”, pubblicato dallo studioso di origine russa Andrei Znamenski.2 Questo volume, sicuramente unico per il tema trattato, si propone di ripercorrere i momenti salienti della penetrazione lamaista nell’area sovietica, ma soprattutto si occupa delle affascinanti contaminazioni filosofiche, politiche e spirituali avvenute nei primi decenni del Novecento tra rivoluzionari bolscevichi, tradizionalisti russi e lama mongoli e tibetani nella definizione di una nuova utopia politico-spirituale, detta appunto Shambala rossa. Alcune pagine del testo lasciano il lettore sicuramente stupito, in una serie di aneddoti che paiono ancora una volta sconfessare quella vulgata semplificatoria che vedrebbe i nuovi dirigenti dello Stato sovietico avulsi da ogni interesse di carattere esoterico-spirituale. Doveva quindi destare una certa impressione nell’ottobre del 1924 vedersi accompagnati fino all’ultimo piano dell’ex Commissariato per gli Affari Esteri situato tra piazza Lubjanka e via Kuznetski a Mosca. Lì, dopo la rivoluzione, si trovava la sede della Sezione Speciale della GPU, la polizia segreta creata per contrastare il crimine ma soprattutto combattere i nemici del nuovo regime sovietico. Dietro la scrivania sedeva il capo dei servizi speciali Gleb Bokii. La riunione in quel freddo autunno con Konstantin Vladimirov, Feodor Leismaier-Schwarz e Alexandr Barchenko non intendeva essere una rimpatriata tra vecchi amici. La sezione speciale si occupava di crittografia e di esperimenti occultisti per assicurare il controllo delle onde cerebrali dei sospetti e governare la trasmissione del pensiero. E Barchenko si fece invitare lì persuaso che la sapienza dell’Asia centrale, lo sciamanesimo e la mitica terra della felicità, Shambhala, avrebbero aiutato il nuovo regime ad uscire dalle secche dell’anarchia in cui si era incagliato negli anni del nuovo regime comunista. Esploratori, avventurieri, lama tibetani al servizio dei bolscevichi, agenti segreti, appassionati di occultismo, nazionalisti mongoli brigarono a lungo per sposare il bolscevismo con la città leggendaria della tradizione tibetana. Ja-lama, Agvan Dorzhiev, Nicholas Roerich e sua moglie, Georgy Chicherin, Boris Shumtatsky, Elbek-Dorjik Rinchino, Sergei Borisov, Choibalsan furono i protagonisti di questo capitolo sconosciuto della storia sovietica durante i primi dieci anni del governo comunista. La traduzione della parola tibetana Shambhala più appropriata è quella di fonte di gioia. Essa sarebbe la terra mistica dove gli abitanti, diventati simili agli dei, godono di felicità, sicurezza e prosperità simile in questo all’himalayana Shangri-la, conosciuta dal grande pubblico occidentale grazie Orizzonte perduto, il film diretto nel 1937 da Frank Capra. Poteva un mito tanto seducente non attrarre zaristi pronti a piegare gli inglesi nelle loro infiltrazione in Asia o bolscevichi arrivati al potere in Russia nel 1917 per estendere la loro egemonia nelle terre desolate che si estendono fino all’oceano Pacifico? Le profezie millenariste di questa terra mitica vennero utilizzate fra gli anni Novanta dell’Ottocento e gli anni Trenta del secolo scorso per infiammare i nazionalisti tibetani, mongoli, buriati e altaiani e incoraggiarli ad abbracciare il bolscevismo in funzione anticinese. Ma non fu un’idea tutta russa. Gli insegnamenti tibetani giunsero nelle terre dello zar grazie a Agvan Dozhiev, un lama tibetano un tempo precettore del tredicesimo Dalai Lama e poi inviato come ambasciatore presso la corte russa. I tibetani speravano così di trasformare Nicola II Romanov nel loro protettore ed edificare sotto i suoi auspici uno Stato panbuddhista. Per diffondere il progetto Dozhiev fece addirittura costruire a San Pietroburgo un tempio tibetano le cui finestre furono disegnate dal pittore e teosofo Nicholas Roerich. Anche lui assiduo frequentatore del tempio. Ma la storia andò diversamente. L’arrivo dei Soviet al potere alimentò in Barchenko il desiderio di nobilitare il progetto comunista con la sapienza antica della profonda Asia. Trovò una sponda iniziale in Gleb Bokii, dirigente della GPU appassionato di esoterismo, aduso ad avvalersi di medium per carpire informazioni dai sospetti che finivano loro malgrado al suo cospetto. Le loro prospettive però furono frustrate da Georgy Chicherin, commissario agli affari esteri e abile diplomatico. Poco persuaso dei profondi e sconosciuti poteri della mente ma sicuro che Shambhala e aspirazioni nazionaliste potevano essere usate dal nuovo regime per consolidare il suo potere in Estremo Oriente dopo la sconfitta con il Giappone del 1905, Chicherin allestì numerose spedizioni in Asia mettendo al suo servizio le conoscenze e la abilità di Dizhiev. Ma il lama a partire dalla seconda metà degli anni Venti durante i lunghi viaggi tra Tibet e deserto del Gobi giocò una doppia partita. Si avvide che l’obiettivo del ministro sovietico non era quello di promuovere la libertà dei popoli sotto il giogo straniero ma solamente di corroborare il nazionalismo mongolo per spingerlo alla conquista del Tibet e configgere così una spina nel fianco alla perla dell’Impero britannico, l’India. Insomma soltanto un nuovo capitolo di quel grande gioco geopolitico che fin dall’Ottocento vede contrapposti in Asia inglesi e russi.

I protagonisti di questo intreccio raccontato magistralmente da Znamenski sono diversi, forse solamente accomunati dalla medesima eccentricità politico-esoterica. Va anzitutto ricordato Alexander Barchenko (1881-1938); studente di medicina fallito e popolare scrittore di libri gialli. Ispirato dalle opere dello scrittore di occultismo Saint-Yves d’Alveydre, desiderava conoscere a fondo la sacra sapienza della misteriosa terra di Shambhala-Agartha. Riteneva che introducendo l’élite della Russia rossa al Buddhismo tibetano e alla conoscenza di Shambhala-Agartha sarebbe riuscito a rendere più efficace da un punto di vista etico il progetto dei comunisti in Russia. La ricerca esoterica di Barchenko fu sostenuta da Gleb Bokii, il suo potente patrono della polizia segreta. Gleb Bokiì (1879-1937), era un rivoluzionario marxista e uno degli uomini di punta della rivoluzione bolscevica del 1917, fu il creatore dei cifrari sovietici ed interpretò i codici occidentali. Per il suo lavoro si servì anche dell’aiuto di grafologi, medium, ipnotizzatori ed esoteristi. Così come va ricordato Ja-Lama (1860-1920). Un nativo calmucco della Russia meridionale, uno spirito vagabondo ed un avventuriero che fu apprendista presso un monastero tibetano. Ai primi del 1900 nella Mongolia occidentale si presentò come la reincarnazione di Mahakala (una divinità vendicatrice buddhista) e come nipote del principe Amursana (un sovrano del diciottesimo secolo che combatté contro la dominazione cinese) per suscitare sentimenti nazionalistici fra i nomadi mongoli e riunirli in un unico progetto pan-mongolo. Nicholas Roerich (1874-1947). Pittore russo émigré e teosofo. Nel 1920 si trasferì negli Stati Uniti dove insieme con la moglie fondò una scuola d’arte e si atteggiò da saggio misterioso ed enigmatico. Negli anni Venti in seguito ad una chiamata da parte del suo maestro spirituale Mahatma Morya si avventurò nel Tibet, in Mongolia e sugli Altai per fondare una teocrazia buddhista-comunista presentandosi come una reincarnazione del quinto Dalai Lama venuto a purificare il buddhismo tibetano dai mali moderni. Helena Roerich (1879-1955), moglie di Nicholas Roerich e fondatrice dell’Agni Yoga che riuniva alcune idee teosofiche con le sue proprie intuizioni spirituali. Fu la costante compagna di Nicholas in tutte le sue avventure geopolitiche. Come medium spirituale presiedeva ai collegamenti con Mahatma Morya, un maestro dell’altro mondo che guidava con i suoi messaggi lei, il marito ed altri membri del loro stretto circolo in tutte le loro ricerche. George Roerich (1902-1960), figlio di Nicholas e di Helena Roerich ed esperto studioso di orientalismo, parlava correntemente tibetano, mongolo e parecchie altre lingue dell’Asia centrale ed interna. Esperto delle culture indigene è indispensabile ai suoi genitori nelle loro imprese geopolitiche. Il Barone Roman von Ungern-Sternberg (1885-1921), ufficiale russo di cavalleria di famiglia baltico-tedesca con origini che risalgono ad una dinastia di cavalieri teutonici. Viveva per mezzo delle guerre e per le guerre e si interessò al Buddhismo tibetano. Nutrendo un profondo odio per la civiltà moderna Ungern riteneva che la salvezza sarebbe venuta dall’oriente. Dopo il 1917 si imbarca in un progetto utopistico per restaurare la monarchia dall’oriente all’occidente. Boris Shumatsky (1886-1938), Vecchio bolscevico di origine russo-ebraica cresciuto in Siberia dove aveva imparato, in casa, a parlare fluentemente il buriato oltre all’yiddish e al russo. Fu un autodidatta, un operaio intellettuale che passò parecchi anni nella clandestinità marxista. Dopo il 1917 Shumatsky fu a capo della segreteria orientale del comunismo internazionale, e l’organizzatore della propaganda del vangelo comunista nell’Asia settentrionale ed interna. Sergei Borisov (1889-1937). Intellettuale originario dall’Altai che crebbe nella famiglia di un missionario cristiano. Dopo il 1917 divenne un compagno viaggiatore bolscevico a capo della Sezione tibetano-mongola dell’Internazionale comunista e quindi vicedirettore del Dipartimento Orientale del Commissariato sovietico per gli Affari Esteri. Insieme con Shumatsky e Rinchino, Borisov lavorò duramente per fare della Mongolia uno stato comunista e poi per portare la buona novella comunista in Tibet. Nel 1925 travestito da pellegrino buddhista si recò a Lhasa dove cercò di attirare il Dalai Lama dalla parte della Russia comunista. Elbeck-Dorji Rinchino (1888-1938), ambizioso intellettuale indigeno con una laurea in legge dell’Università di San Pietroburgo, un compagno bolscevico viaggiatore e primo dittatore rosso della Mongolia. Era ossessionato dall’idea di riunire i buriati, i mongoli e tutte le altre popolazioni di cultura mongolo-tibetana in una grande repubblica socialista panmongola per farne una luce che illuminasse tutti i popoli di fede buddhista. Infine Agvan Dorzhiev (1858-1938), un colto monaco buddhista proveniente dalla Siberia e primo tutore del tredicesimo Dalai Lama negli anni Novanta dell’Ottocento. Ai primi del Novecento era l’ambasciatore di Sua Santità alla corte dello zar. Ardente sostenitore dell’unità di tutte le popolazioni buddhiste tibetane, anch’egli sognava di creare un grande stato panbuddhista sotto la protezione russa. Dopo il 1917 si mise dalla parte della Russia comunista confidando che i bolscevichi lo avrebbero aiutato a realizzare il suo sogno geopolitico.

A titolo di esempio, possiamo rammentare che Barchenko conosceva la maggior parte dei principali testi della tradizione esoterica occidentale ma allo stesso tempo per una persona che aspirava a raggiungere il centro dell’antico sapere dell’Asia centrale, gli mancava una profonda conoscenza del Buddhismo tibetano. Barchenko si sentiva semplicemente inadeguato di fronte a giganti quali Oldenburg che, esperti in quest’area, conoscevano il tibetano ed il sanscrito ed avevano esperienza diretta delle culture locali. Il cercatore di Shambhala-Agartha era ben consapevole del fatto che sarebbe nato il problema di come lui, senza alcuna esperienza del buddhismo tibetano, potesse qualificarsi come il capo di una spedizione in quella zona. In un tentativo di eliminare questo svantaggio e di imparare i rudimenti del Buddhismo tibetano, Barchenko si trasferì per qual che mese nei locali del tempio del Buddhismo Kalacakra a Pietrogrado. In realtà lo fece subito dopo il suo fatidico scontro con Oldenburg, prima di fondare la sua piccola comune sulla Via dell’Alba Rossa. Questo unico complesso buddhista, che comprendeva un tempio ed un dormitorio fu costruito con la benedizione personale dello zar Nicola II, un anno prima della rivoluzione bolscevica. Il suo scopo formale era quello di venire incontro alla necessità di visitatori buddhisti. Il progetto fu iniziato da Agvan Dorzhiev un lama buriato siberiano che per molti anni fu il tutore capo del tredicesimo Dalai Lama e quindi, dopo il 1900, l’inviato tibetano in Russia. Dorzhiev nutriva un ambizioso progetto: portare tutti i buddhisti tibetani sotto l’ala dell’Imperatore della Russia che lui indicava ai suoi confratelli come la reincarnazione del leggendario re di Shambhala. Il tempio serviva anche come luogo per le riunioni dell’élite spiritualmente dotata ed i giovani bohemien russi che desideravano fortemente avvicinarsi alla spiritualità orientale. Uno di loro era il pittore Nicholas Roerich che contribuì notevolmente al progetto disegnando le vetrate del secondo piano del tempio. Così nell’estate del 1923 Barchenko si trasferì nel dormitorio buddhista e fu presentato ad una varietà di persone interessanti compresi dei compagni di viaggio bolscevichi da terre buddhiste tibetane, i quali erano venuti a Pietrogrado per stabilire dei contatti con il nuovo regime e controllare la sua profezia della liberazione. Barchenko si intratteneva in conversazioni con queste persone cercando di imparare da loro. In primo luogo entrò in contatto con Dorzhiev che i bolscevichi avevano ereditato dal vecchio regime. Dopo il 1917 questo lama attivista si fece amici i nuovi padroni dello Stato ed iniziò a propagandare la Russia bolscevica come la nuova incarnazione del mito di Shambhala. Ma di massima importanza per Barchenko furono i suoi colloqui con Khaian Khirva, un mongolo, e con Naga Naven, un tibetano. Il primo era il capo della Protezione Interna dello Stato (GVO), la polizia segreta della Mongolia Rivoluzionaria, una struttura spionistica parallela, finanziata e organizzata dalla Russia bolscevica. Khirva era una persona assai misteriosa e su di lui non si sa molto ad eccezione del fatto che prima di abbracciare il comunismo e di diventare uno dei leader principali della Mongolia, era un giovane lama che predicava la povertà come stile di vita. Khirva fu il primo a raggiungere Barchenko bussando alla porta del suo appartamento. Era assolutamente lo spirito analogo di Barchenko. Il lama divenuto capo della polizia segreta voleva promuovere il comunismo nell’Asia interna spiegando ai suoi fratelli nomadi che l’etica e gli insegnamenti del buddhismo tibetano ed il comunismo erano assolutamente convergenti. Inoltre covava il desiderio di istruire i leader comunisti russi sulla saggezza del Kalacakra tantra ed il buddhismo in genere, la stessa idea che aveva affascinato la mente di Barchenko. Naga Naven era il governatore del Tibet occidentale che abbandonò il Dalai Lama per tentare la sorte con il Panchen Lama, il leader spirituale del Tibet che nel 1923 fuggì in Mongolia sfidando da lì il governatore di Lhasa. Naven arrivò nella Russia sovietica per ottenere supporto per il Panchen Lama ma all’inizio degli anni Venti i bolscevichi puntavano sul Dalai Lama e si rifiutarono di prestare ascolto a Naven. Il tibetano introdusse Barchenko al Kalacakra tantra e gli raccontò ancora della profezia di Shambhala così come era presente nel suo centro buddhista, il Tibet. Dopo la sua breve permanenza con i buddhisti tibetani, Barchenko si riferiva ai suoi scopi spirituali con la parola Dunkhor, derivata da Dus’khor, una parola tibetana per il Kalacakra tantra. Ma non c’era sicuramente modo che un europeo come Barchenko che non parlava né leggeva il tibetano imparasse in pochi mesi la saggezza che i monaci tibetani in genere approfondivano per anni in monasteri e scuole speciali. Risulta ovvio che Barchenko apprese il Kalacakra attraverso la lente dell’esoterismo occidentale, principalmente dal sinarchismo ed dall’ermetismo. Come risultato dei suoi colloqui con Khirva e Naven, il desiderio di Barchenko di diventare il Mago Merlino Rosso per il regime bolscevico si fece più intenso. Si riprese dalla sua crisi spirituale e ritornò nel mondo con una determinazione sempre più forte per illuminare il governo sovietico recuperando la saggezza di Shambhala che avrebbe portato benefici e nobilitato la causa comunista. In definitiva, l’esempio di Barchenko è interessante e paradigmatico di questo clima spirituale in quanto lo studioso militante arrivò a considerare la rivoluzione comunista del 1917 come l’inizio dello scontro finale globale e culturale fra la civiltà occidentale ormai in dissoluzione, fondata su un irriducibile individualismo e l’Oriente, benevole culla del collettivismo e di un’alta ed incontaminata saggezza spirituale. In effetti dopo la rivoluzione del 1917, il comunismo in Russia acquisì caratteristiche di una profezia secolare che somigliava alla rivitalizzazione religiosa nelle società tribali che affrontavano una veloce modernizzazione. L’antropologo Anthony Wallace che studiò questi movimenti profetici, fu tra i primi a notare queste sorprendenti somiglianze: «Si asserisce comunemente che i movimenti comunisti posseggano la qualità dei movimenti religiosi, nonostante il loro fallimento di piacere a una comunità soprannaturale, ma delle realtà come lo sviluppo di un vangelo marxista con un’esegesi elaborata, come l’imbalsamazione di Lenin e la preoccupazione della conversione, come la confessione e la purezza morale (come vengono definite dal movimento), hanno le caratteristiche di una religione. La rivoluzione comunista del 1917 in Russia fu quasi tipica nella struttura dei movimenti di rivitalizzazione religiosa: c’era una società molto malata, i profeti si appellarono ad una riverita autorità (Marx), venivano predicate fantasie apocalittiche ed utopistiche e il fervore missionario ne animava i capi. Così i ritratti dei capi bolscevichi vuoi ancora in vita o deceduti quali Lenin, Trotsky e quindi Stalin, sostituivano le vecchie icone della chiesa ortodossa russa e i nuovi monumenti e palazzi della rivoluzione sorsero al posto delle chiese cristiane. La piramide del potere era capeggiata dal partito bolscevico (comunista) al quale Stalin (che si era diplomato presso un seminario teologico greco-ortodosso) si riferì una volta come a un ordine sacro».3

In conclusione, possiamo asserire che nemmeno la Russia bolscevica fu immune dall’infatuazione della spiritualità orientale di estrazione tibetana. Una breve storia d’amore fra la Russia rossa e il Buddhismo tibetano negli anni Venti fu parte di questi sforzi per portare le masse orientali dalla parte dei bolscevichi. Lo storico Emanuel Sarkisyanz esplorò in dettaglio come i bolscevichi legarono la loro profezia alle aspettative messianiche della plebaglia orientale e fu il primo a notare che per stabilirsi nelle zone del Buddhismo tibetano, la Russia rossa e i suoi alleati locali si misero in sintonia con quelle profezie popolari locali come Shambhala, Geser, Oirot ed Amursana. In realtà sin dai primi del 1920, Alessandra David-Néel, la prima occidentale a diventare buddhista tibetana notava con meraviglia che vari pezzetti del lontano vangelo bolscevico erano colati nella cultura orale tibetana. Inoltre parecchi lama a cui lei si rivolse identificavano Shambhala con la Russia rossa. Sostenevano pure che Geser Khan, un eroe-salvatore epico del folklore tibetano, mongolo e buriato, era già rinato in Russia e pronto all’azione. Allo stesso tempo in cui perseguitavano la cristianità russo ortodossa, il più grande nemico ideologico dei bolscevichi, Lenin e i suoi compagni all’inizio non assalirono il Buddhismo tibetano che fu trattato come una religione di popoli precedentemente oppressi. Nell’agosto del 1919, i bolscevichi finanziarono perfino una mostra di arte buddhista, un atto rivoluzionario che allo stesso tempo attaccava la cristianità e si rivolgeva al Buddhismo. Introducendo la mostra, Sergei Oldenburg, l’amministratore capo delle arti sovietiche di quel tempo, legò il buddhismo tibetano al comunismo sostenendo pubblicamente che l’insegnamento di Buddha aveva promosso la fratellanza delle nazioni e avrebbe aiutato sicuramente a portare avanti la causa comunista in Asia.

Marco Costa

 

1 Vedi URSS-76, Edizione Associazione Italia-URSS, Casa editrice dell’agenzia di stampa Novosti, Mosca, 1977.

2 Andrei Znamenski, Red Shambhala: Magic, Prophecy, and Geopolitics in the Heart of Asia, Theosophical Publishing House, USA, 2011. Traduzione italiana Shambhala Rossa – Magia, profezia e geopolitica nel cuore dell’Asia, Edizioni Settimo Sigillo, 2015, Roma.

3 Vedi Antony Wallace, Revitalization Movements, in American Anthropologists, 58-2, 1956, p. 227.

BIBLIOGRAFIA

  • URSS-76, Edizione Associazione Italia-URSS, Casa editrice dell’agenzia di stampa Novosti, Mosca, 1977.

  • Antony Wallace, Revitalization Movements, in American Anthropologists, 58-2, 1956.

  • Andrei Znamenski, Red Shambhala: Magic, Prophecy, and Geopolitics in the Heart of Asia, Theosophical Publishing House, USA, 2011. Traduzione italiana Shambhala Rossa – Magia, profezia e geopolitica nel cuore dell’Asia, Edizioni Settimo Sigillo, 2015, Roma.

  • Emmanuel Sarkisyans, Communism and Lamaist Utopianism in Central Asia, Review of Politics, 20, n°4, 1958.

  • Andreyev Alexandre, Soviet Russia and Tibet: A Debacle of Secret Diplomacy, The Tibet Journal, Vol. XXI, No. 3. Autumn 1996.

  • Snelling John, Buddhism in Russia: The Story of Agvan Dorzhiev: Lhasa’s Emissary to the Tsar. Element Books, 1993.

  • George Leggett, The Cheka: Lenin’s Political Police, Oxford, England: Oxford University Press/Clarendon Press, 1981.

  • Sergei Tokarev, History of Religion, Edizioni Progress, Mosca, 1989.

  • John Elversjog, Buddhism and Islam on the Silk Road, Pennsylvania University Press, Philadelphia, 2010.

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