Lun. Ott 3rd, 2022

Il mito della Shambala Rossa e la diffusione del Buddhismo Tibetano in Asia Centrale (I)

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shambhala

(Prima Parte)

 

In pochi sanno che il Buddhismo di scuola tibetana ha avuto diffusione e conserva tuttora seguaci anche all’esterno dei confini della regione cinese del Tibet/Xizang. Anzitutto è importante ricordare come questo credo si sia diffuso nella regione mongola, innestandosi già in antichità con le religioni ancestrali locali e con lo sciamanesimo. Già la religione ancestrale mongola considerava l’esistenza di un essere superiore, detto khokh mong Tengher, ovvero l’eterno cielo azzuro, l’essere supremo che dimora in cielo, (Tengher, in mongolo ha infatti il doppio significato di Dio e cielo) che è padre di altri Tengher, dei o, più precisamente spiriti o entità; novantanove in totale, quarantaquattro ad oriente e cinquantacinque ad occidente, benché in alcune preghiere venissero citati altri tre Tengher a settentrione, portando il totale a centodue. Tra i novantanove Tengher tradizionali vi è anche un gruppo speciale di trentatré, al cui vertice vi è quello chiamato Khormusta, che per alcuni studiosi altro non sarebbe che una deformazione di Ahura mazda, Dio supremo degli iranici spesso collegato con l’origine mitologica del fuoco. Gli dei sono spesso riuniti in sottogruppi particolari, come ad esempio i cinque dei venti o i sette del tuono. Tra i tanti dei, uno in particolare è interessante citare Tsagan Ebughen Tengher, ovvero Dio vecchio uomo bianco, che verrà arruolato tra le classiche entità buddiste, anche presente nelle danze rituali Tsam (Cham in tibetano). Questa figura di vecchio saggio patrono del bestiame, può essere letta, quale vero e proprio archetipo culturale della Mongolia. Più tardi, con il sopraggiungere del Buddhismo, alcune figure di quest’ultimo saranno aggiunte al pantheon indigeno, a cominciare da Burghan Tengher, ovvero Buddha, e Bisnu tengher, ovvero Visnù. Quello che è certo, in questo complesso universo politeista, e che l’Eterno Cielo Azzurro è autogenerato, assumendo una statura spirituale nettamente superiore agli altri Tengher che, pertanto, si preferisce definirli entità. È importante notare che, nonostante attualmente il credo ufficiale dei mongoli sia la religione Buddhista tibetana, le vecchie credenze ancestrali sopravvivono e s’intrecciano a quella che viene definita come fede gialla, vista la sua derivazione dalle aree meridionali. Anche gli spiriti degli antenati venivano venerati e tra questi in particolar modo lo spirito di Gengis Khan; inoltre il panteismo ancestrale mongolo dedica una particolare attenzione al culto della natura, rivolgendo la propria devozione alla terra, al fuoco, ai fiumi e specialmente alle montagne. In questo contesto, che assume alcune vicinanze con la tipologia animista di altre culture tradizionali, particolare attenzione occorre dedicare al culto degli Ovöö, cumuli di pietre posti generalmente in luoghi di grande passaggio, che vengono arricchiti da ogni passante con un nuovo sasso o un piccolo oggetto e perfino cibo e danaro o cocci di bottiglie. Il viandante dopo aver deposto il suo dono compie tre giri in senso orario attorno all’Ovöö, prima di proseguire il suo viaggio sugli impervi sentieri di queste terre montane. Il culto forse più importante, per conoscere la funzione degli sciamani, è quello del fuoco che in quanto deità è uno dei più antichi concetti religiosi dei mongoli, come pure di numerose altre popolazioni siberiane, centro-asiatiche ed iraniche. L’adorazione del fuoco oggi, come ai tempi più antichi è chiaramente simboleggiata da una cerimonia che avviene gli ultimi giorni dell’anno lunare, con l’offerta di un osso di pecora e la recitazione di speciali inni ed evocazioni. Ancora oggi il fuoco, il cui culto è stato integrato nel credo buddhista, è ancora vivo persino tra coloro che non seguono nessuna religione, sotto forma di regola sociale, di consuetudine e di superstizione. Lo sciamanesimo, pur non dipendendo dalla religione ancestrale mongola, in quanto può apparire in contesti etnici e religiosi del tutto differenti, si adattò perfettamente a questa, ma resiste, specialmente nelle zone più settentrionali del paese nonostante la completa conversione al Buddhismo lamaista.

Venendo più direttamente alla diffusione del culto tibetano, la tradizione ci tramanda che già Gengis Khan, il grande conquistatore mongolo, si fosse interessato al Buddhismo tibetano. Egli, infatti, nel mezzo del suo crescente potere, che lo avrebbe portato a conquistare il più vasto impero della storia umana, avrebbe inviato una lettera all’abate che a quel tempo si trovava a capo dell’ordine Sakya, sollecitandone la protezione spirituale. In qualsiasi modo, l’imperatore mongolo mostrò nei confronti del popolo tibetano e dei suoi capi religiosi una benevolenza inusuale, solito com’era a dominare il mondo con il pugno di ferro. Verso il 1230 il figlio terzogenito del grande conquistatore Ogoday, divenuto alla morte del padre Gran Khan dei mongoli, sembra avesse avuto l’intenzione di invitare alla sua corte di Kharakhorum, nel cuore del suo impero, Sakya Pandita. Certo è comunque che il figlio di Ogoday, Godan, nel 1244 invitò il religioso tibetano con l’intento di farsi guarire da lui da una pericolosa malattia. Sotto il dominio del Khan Guyuk sarebbero giunti a corte alcuni rappresentanti dell’ordine karmapa, ma nonostante questi episodi, sotto i primi successori di Gengis Khan il clero buddhista non acquisì una posizione realmente egemonica. La situazione non cambierà che sotto l’imperatore Khubilay che nel 1261 convocò in Cina, dove aveva trasferito la sede dell’impero, il nipote di Sakya Pandita, Phagpa, che elesse suo maestro e dal quale si fece conferire le consacrazioni rituali. Tra il Khan ed il religioso tibetano nacquero in seguito alcuni attriti, che vennero però sanati dalla mediazione dell’imperatrice, tanto che Khubilay nominò Phagpa capo supremo del clero, conferendogli il titolo di “Maestro dell’imperatore, Re delle grande e preziosa dottrina, Degnissimo Lama e re della dottrina dei tre paesi”. Il Gran Khan fece inoltre erigere, in quella che diverrà Pechino, una serie di monasteri. Anche i successori di Khubilay continueranno a distribuire favori ai religiosi buddhisti, ma la conversione riguarderà in quel primo tempo solo i khan e parte della loro corte, mentre il popolo continuerà in prevalenza a seguire l’ancestrale credo sciamanico. Nel 1368, l’ultimo imperatore mongolo Toghon Temur fu cacciato dalla sua capitale con tutto l’esercito mongolo, e i nuovi imperatori cinesi non poterono che vedere con diffidenza i culti introdotti dai mongoli.

In seguito, quando i discendenti di Gengis Khan ritornarono in Mongolia, non fu loro possibile mantenere il potere, poiché si trovarono a dover affrontare l’ostilità degli Oriati, o mongoli occidentali, un tempo alleati del conquistatore oceanico. La rissosità generava altra rissosità e anche i mongoli orientali iniziarono a combattersi tra loro, ed in quel clima di violenza e disgregazione anche i prìncipi buddhisti furono dimenticati, ed i mongoli ritornarono presto al loro credo sciamanico ancestrale. Peraltro anche in Tibet la fede religiosa era andata in parte deformandosi e degenerando, e fu allora che apparve Tsonkhapa, il riformatore. Nato nell’anno 1357, fin dalla più tenera età, colui che avrebbe fondato l’ordine riformato Ghelugpa, si distinse per le sue attitudini alla vita spirituale, e quando morì nel 1419 lasciò un ordine ben costituito, e proprio da questo, chiamato anche setta dei berretti gialli, uscirà l’istituzione dei Dalai lama il cui primo sarà appunto il nipote di Tsonkhapa, Ghedündrup, riconosciuto tale a posteriori. Altan Khan (1543-1582) uno dei pretendenti all’eredità politica di Gengis Khan, ma nato al di fuori della sua discendenza, dopo aver vittoriosamente combattuto ed assoggettato buona parte della Mongolia, si convertì improvvisamente al Buddhismo. Nel 1577 Altan Khan invitò il lama tibetano Sonan Gyatso ad incontrarsi con lui nel territorio ordos nella Mongolia meridionale. Il religioso era monaco Ghelugpa del lignaggio di Tsongkhapa. Il khan mongolo nominò il monaco Dalai Lama, da considerarsi il terzo con effetto retroattivo su i suoi due predecessori dello stesso ordine. Come noto, in mongolo Dalai significa oceano, ed in questo modo si compì la profezia di Phagpa, il quale aveva predetto a Khubilay che essi si sarebbero incontrati nuovamente in una vita futura dove il tibetano sarebbe stato l’acqua (Dalai), e il Khan l’oro (in mongolo Altan). Per questa ragione Altan Khan venne riconosciuto dal lama quale reincarnazione di Khubilay, legittimando così le sue pretese al trono in quanto in questo modo egli poteva dirsi appartenente alla famiglia Gengiskhanide. Alla morte del terzo Dalai Lama nel 1588, venne riconosciuto quale reincarnazione e quindi come quarto Dalai Lama il pronipote di Altan Khan, Ynten Gyatso. Un altro importante condottiero mongolo dell’etnia Khalka della Mongolia centrale, Abdai, fondò un proprio khanato il Tüshet e nel 1586 iniziò la costruzione di quello che sarà il primo dei monasteri mongoli, Erdene Zuu. Il nipote di Abdai Khan, Gombodorji (1594-1655), diretto discendente di Gengis Khan, nominò suo figlio ancora infante capo della fede in Mongolia. Il piccolo Zanabazar (1635-1723), passò i suoi primi anni in Mongolia, ma già nel 1649 partì per il Tibet dove ricevette insegnamenti ed iniziazioni ed a Lhasa, dal quinto Dalai Lama, e dove venne riconosciuto incarnazione del grande Taranatha, il lignaggio di incarnazione del quale discendeva fino ad un discepolo di Buddha. Rientrato in Mongolia assunse pienamente la sua posizione di capo della scuola buddhista della Mongolia e di terza autorità religiosa in assoluto, dopo il Dalai Lama ed il Panchen Lama. Oltre alla religione, Zanabazar si dedicò anche alla letteratura ed alla linguistica, inventando, fra l’altro, un alfabeto chiamato Soyombo, comunemente utilizzato nella trascrizione dei testi tibetani e sanscriti; ma eccelse soprattutto come scultore, il massimo della Mongolia antica. Tutte le successive incarnazioni del Jetsun Dampa Khatukhtu – titolo onorifico del capo della religione buddhista in Mongolia – nacquero in Tibet e quindi furono inviati in Mongolia. L’ottavo Jetsun Dampa Khatukhtu, l’ultimo prima dell’avvento della rivoluzione socialista in Mongolia, estese le sue prerogative anche in campo politico e temporale, divenendo ufficialmente il Bogdo Khan (ovvero Santo khan), e combatté per l’indipendenza della Mongolia dal dominio cinese, cercando di opporsi, inutilmente, ai movimenti filosovietici che s’imporranno nel paese e relegheranno il religioso ad essere una figura meramente rappresentativa, non osando detronizzarlo ufficialmente. Questi morì nel 1924.

Merita almeno un cenno anche l’aspetto – peraltro assai complesso – della diffusione del culto lamaista in un’altra area confinante con la Cina, ovvero il Nepal. In Nepal prevale il Buddhismo mahayana ed è seguito principalmente dalle popolazioni di origine tibetana come Sher-pa, Lo-pa, Nyeshang-pa, Mugu-pa. I Tamang hanno una propria forma di buddhismo, che è il lamaismo, che vede come capi spirituali i Lama che sono alti sacerdoti dei villaggi. Come citato sopra, i Newari mischiano perfettamente hinduismo e buddhismo, e praticano una forma tantrica vicina al Buddhismo mahayana, che si intreccia con credenze sciamaniche e che condivide molte divinità anche con l’Hinduismo. Quindi una divinità hindu è spesso venerato anche dai Newari, altrimenti di casta e tendenza buddista. La rappresentazione più eclatante è la Kumari Reale, una dea-bambina, scelta dai Newari buddhisti, ed incarnazione della dea Taleju Bhavani, dea hinduista proveniente dall’India del Sud, che è la protettrice del Nepal. Tutte le città della valle di Kathmandu hanno delle Kumari, a volte anche un singolo quartiere, e svolgono un ruolo importante nella società Newari, fungendo da oracolo sia per gli hindu che per i buddhisti. La religione Newari rimane ancora oggi oggetto di lunghi studi per la sua unicità e difficoltà di comprensione, ma che forse semplicemente rispecchia l’apertura mentale, almeno dal punto di vista religioso, dei nepalesi. Così come nel Nepal resiste, sia pur in forma minoritaria, un altro culto di derivazione tibetana: è l’antica religione del Bön (Bon) che crede negli spiriti della terra e dell’aria ed è facilmente confusa con il Buddhismo tibetano. Dopo che il Buddhismo ha soppresso e rimpiazzato il Bön in Tibet, dove solo pochi monasteri sono ancora Bön-po, le regioni del Nepal nord-occidentale, soprattutto il Dolpo, è l’ultima dimora dove la popolazione rimane prevalentemente Bön-po. Altre comunità Bön-po si trovano ancora nel Mustang, Humla, Mugu, Naarr e Phu. Perseguitato per centinaia di anni dal Buddhismo tibetano, il Bön soppravvive nella sua forma originale solo nei distretti remoti del Nepal, mentre in Tibet e altre zone è mischiato con il Buddhismo. Va ricordato che il Buddhismo in Nepal ha una rilevante importanza storica, in quanto proprio nell’odierna zona di Lumbini nacque Siddharta Gautama, il futuro Buddha della stirpe dei Shakya ed appartenenti al regno di Kapilbastu; anche se non è possibile assegnare con certezza l’anno in cui il principe nacque, solitamente la data viene collocata a circa il 623 A.C. secondo la gran parte degli studiosi. Attualmente circa l’11% dei nepalesi professa la fede buddhista, consistente principalmente nella pratica delle etnie che parlano le lingue tibeto-birmane. Nelle regioni maggiormente collinari e montane del paese l’Hinduismo ha assorbito i principi buddhisti a tal punto che in molti casi ne vengono condivise le divinità e finanche i templi; ad esempio il tempio di Muktinath è un luogo sacro e casa comune di culto sia per gli indù che per i seguaci del Buddha. In Nepal la stragrande maggioranza delle persone s’auto-identificano come hindù, tuttavia le influenze buddhiste sono assai diffuse in molti e variegati aspetti della cultura nepalese, in una misura in cui i siti templari delle due religioni sono luoghi di culto condiviso per le popolazioni di entrambe le fedi; in questa maniera, a differenza di ciò che avviene per altri paesi, la distinzione tra Hinduismo e Buddhismo non è sempre nitida. Durante il regno del re Aṃśuvarman (VII secolo) la principessa nepalese Bhrikuti ha svolto un ruolo significativo nella diffusione e nello sviluppo del Buddhismo in Tibet. L’architettura buddhista-tibetana è stata a lungo influenzata da artisti nepalesi e scultori come il grande Araniko. I testi sacri del buddhismo Mahayana sono scritti principalmente in alfabeto Ranjana, la metodologia di scrittura dell’etnia Newa, oppure in Lantsa che è un derivato diretto del Ranjana. Inoltre, nel Buddhismo tradizionale nepalese vi sono nove testi particolari che vengono chiamati Nove Gioielli del Dharma, (Navagrantha); essi sono considerati i nove libri del buddhismo per eccellenza: Prajñāpāramitā Sūtra, Gandavyùha Daśabhūmika Sūtra o Dieci tappe, Samādhirāja Sūtra, Laṅkāvatārasūtra, Sutra del Loto, Tathāgatagarbhasūtra, Lalitavistara Sutra, Suvarṇaprabhāsa o Sutra delle luce d’oro. Come detto, tra i popoli di lingue tibeto-birmane il Buddhismo tibetano è la forma più diffusa e praticata. Il Buddhismo Newar è una forma Vajrayana influenzata dalla scuola Theravada. Molti gruppi buddhisti sono poi a loro volta influenzati dall’Hinduismo. Il Buddhismo rimane però la religione dominante nelle aree più settentrionali e scarsamente popolate, che sono abitate da popolazioni correlate a quella dei tibetani, vale a dire gli Sherpa, i Lopa, i Manangi, i Thakali, i Lhomi, gli abitanti di Ḍolpā ed infine i Nyimba: messi tutti assieme essi costituiscono una piccola minoranza della popolazione totale del Nepal.

I gruppi etnici che vivono nella zona centrale del paese, come i Gurung, i Lepcha, i Tamang, i Magar, i Newa, gli Yakkha, i Thami, i Chhantyal ed infine i Chepang sono anch’essi buddhisti. Tutti questi gruppi etnici hanno grandi popolazioni rispetto ai loro vicini del nord e sono caduti sotto l’influenza dell’Hinduismo a causa dei loro stretti contatti con le caste hindù. A loro volta, molti di loro alla fine hanno adottato l’induismo e sono stati in gran parte integrati nello stesso sistema delle caste. Tra i Kirat, soprattutto i Limbu e la gente del popolo Rai, hanno adottato pratiche buddiste tibetane dai loro vicini buddisti. Le persone Jirel, che sono considerate anch’esse parte dei Kirat, hanno adottato il Buddhismo tibetano. Fornendo qualche cenno storico, possiamo ricordare come l’imperatore Ashoka dell’Impero Maurya fece erigere un pilastro a Lumbini, il luogo di nascita del Buddha, nel II secolo a.C. Dopo il Terzo concilio buddhista, Ashoka inviò alcuni suoi missionari in Nepal. Si ritiene inoltre che Ashoka sia andato sino a Patan e qui vi abbia fatto costruire quattro stupa; la figlia del sovrano, Charumati, si sarebbe inoltre stabilita nel villaggio di Chabahi, che si trova tra Kathmandu e Bodhnath. Le moderne pratiche dei buddhisti Newa in Nepal vengono in gran parte assorbiti nella corrente religiosa principale del paese, ovvero l’hinduismo, anche se poi talune pratiche rimangono distinte, come ad esempio certe forme d’arte e la questione delle caste. Nel nord, le persone di origine tibetana hanno continuato a praticare ed esprimere la propria fede nelle forme immutate del buddhismo tibetano, questo specialmente nel caso dei Nyimba nel nordovest del Nepal. D’altra parte i Thakali, che avevano tradizionalmente svolto un ruolo importante nella società nepalese, ma fino ad allora mantenuto il Buddhismo come loro fede ufficiale, negli ultimi ani cominciarono ad abbracciare l’induismo. È significativo notare che durante il regime autocratico della dinastia Rana diversi buddhisti della scuola Theravada furono banditi dal paese con l’accusa di aver cominciato a predicare per cercare di convertire il popolo. La cacciata dei monaci buddhisti tra il 1926 e il 1944 si è svolta come misura richiesta nel tentativo di sopprimere la rinascita del Buddhismo Theravada, che aveva avuto il suo inizio nei primissimi anni ’20 del secolo. Inoltre, la riscoperta di Lumbini, luogo di nascita del Buddha, si è verificata proprio in questo periodo, col contributo essenziale – tra gli atri – anche del generale nonché primo ministro Chandra Shamsher Jang Bahadur Rana. Dopo il rovesciamento della dinastia Rana nel 1951, il Buddhismo cominciò gradualmente a svilupparsi nel paese. La scuola del Buddhismo Theravada ha svolto un ruolo molto significativo per la campagna di rinascita buddhista nel moderno Nepal a partire dal 1920. Questo movimento ha cambiato il buddhismo da una religione di alcuni specifici e minoritari gruppi etnici e castali ad una fede che va oltre l’etnia e la casta di appartenenza. Attualmente sono presenti tre principali scuole buddhiste, quella tibetana, quella Newar e quella Theravada. Il turismo ha costituito un altro dei fattori importanti per la promozione del buddhismo nepalese nel mondo. Ogni anno la capitale Kathmandu può accogliere più di 10 mila viaggiatori provenienti da tutto il mondo, venuti solo per visitare i famosi stupa Boudhanath e Swayambhunath. Questi sono i siti architettonici più notevoli e significativi e che si trovano solamente in Nepal; oltre a questi due principali monumenti buddhisti vi sono centinaia di altri complessi templari praticamente in ogni angolo delle strade di Kathmandu e delle altre città principali del Nepal. Nel passato recente, il Nepal è diventato ufficialmente uno Stato laico nel 2006, pertanto tutte le religioni hanno ora pari opportunità di diffondere i loro insegnamenti in base alla propria fede.

Marco Costa

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