La vittoria militare della Russia in Siria cambierà gli equilibri geopolitici mondiali

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FOCUS RUSSIA
Grazie al suo intervento militare in Siria a fianco del Governo di Bashar Al Assad e grazie al suo centro di comando a Baghdad che coordina gli sforzi congiunti di Iraq, Iran, Libano ed Egitto, Mosca ottiene il primo successo in una partita geopolitica che si preannuncia lunga e complessa.

La Russia assurge nuovamente a potenza mondiale capace di determinare non solo la vittoria sul terreno delle truppe di Damasco ma anche il gioco diplomatico mediorientale coinvolgendo l’opposizione siriana e i curdi nel piano di stabilizzazione strategica della regione.

E’ stato anche raggiunto un accordo con i Paesi produttori dell’Opec quali Venezuela, Qatar ed Arabia Saudita per un rialzo del prezzo del petrolio, mentre proseguono le trattative con l’Iran; quest’ultimo è pronto a rimettere sul mercato del greggio buona parte di quei barili bloccati in precedenza dalle sanzioni statunitensi a patto che vengano venduti non più in dollari ma in euro.

La Giordania, Paese che fungeva da base per l’addestramento dei vari gruppi islamisti funzionali alla caduta di Bashar al Assad, è stata messa in un angolo dopo la liberazione della città di Shayq Misqin, sul confine meridionale siriano ma a solo un’ora di automobile da Damasco.

Turchia ed Arabia Saudita, che tanto hanno sbraitato per trattative diplomatiche che escludessero l’attuale Presidente siriano, si sono arrese alla preponderanza militare della coalizione guidata da Mosca evidenziando come la minaccia di un loro intervento terrestre diretto fosse solo un bluff; Ryad paga a caro prezzo il fallimento della sua guerra allo Yemen, Ankara è caduta nel tranello curdo e ora rischia addirittura l’implosione interna.

Svanito il sogno di creare un protettorato atlantico filoturco nel Nord Est della Siria in previsione della vittoria curda ad Azaz, polverizzata l’ipotesi di una cintura di sicurezza lungo il Golan occupato dagli israeliani dopo la riconquista da parte di Damasco di buona parte della provincia di Qunaytra, le potenze occidentali si trovano ormai alle corde: se, come pare, la coalizione coordinata da Mosca arriverà presto a Raqqa, anche l’ultima ipotesi ventilata dal Sottosegretario alla Difesa Ash Carter, di una tutela atlantista sulla zona che si estende da Mosul all’attuale “capitale” dello Stato islamico, appare quantomeno irrealizzabile.

La riunione a Monaco di Baviera del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria, ai sensi della Risoluzione ONU 2254, ha fornito perciò il via libera all’aviazione russa per bombardare i gruppi ribelli sostenuti da Turchia, Qatar ed Arabia Saudita; Ankara viene accusata dall’Occidente di “paranoia”, Erdogan risponde che le armi destinate da Washington ai curdi “sono finite per metà in mano all’ISIS”, la NATO fa capire chiaramente di non voler rischiare la Terza Guerra Mondiale (che perderebbe …) per Damasco.

A Monaco è stato anche concesso il via libera agli aiuti umanitari a patto che stavolta vengano indirizzati alle popolazioni sofferenti e non ai ribelli islamisti appoggiati dall’Occidente, mentre la cessazione delle ostilità avverrà solo quando l’intero territorio siriano sarà stato liberato dall’esercito fedele ad Assad.

Vladimir Putin completa così la terza parte del programma che aveva delineato una volta insediatosi al Cremlino: messa in sicurezza del Paese, creazione di una classe media interna e ritorno della Russia al ruolo di grande potenza internazionale.

Un successo raggiunto, almeno 240 – per una superficie di 2.000 chilometri quadrati – le località tra città e villaggi siriani liberati dalla coalizione guidata Mosca dal 30 settembre ad oggi, nonostante la riduzione delle spese militari russe (dovuta alle minori entrate derivanti dalla vendita del petrolio): – 4% nel 2015 e – 5% nel 2016: tuttavia per il Cremlino, consapevole del ruolo imperiale rivestito dalla Federazione Russa, l’obiettivo geopolitico è sempre più importante dei costi.

Russia e Cina si preparano a delineare le rispettive sfere di influenza, con Mosca principale protagonista del grande gioco mediorientale e Pechino nuovo attore egemone in Africa grazie alla politica del win to win.
La prima con esibizioni di forza muscolare che hanno terrorizzato nemici e rivali; la seconda esibendo la carta del soft power e mantenendo un atteggiamento diplomatico internazionale responsabile e prudente.

Quello che era stato denunciato dai mass media occidentali come l’isolamento russo, si sta pian piano rivelando un’arma con effetti boomerang per i paesi della NATO, i quali non solo non avevano minimamente combattuto il Daesh ma avevano anche sottovalutato le capacità bellico-strategiche russe.

Mosca ha stretto importanti legami non solo con la Cina ma anche con il resto dei BRICS, ha raddoppiato i propri avamposti sul Mediterraneo, è ritornata protagonista in America Latina dove l’incontro tra il Papa romano e il Patriarca di tutte le Russie Kirill a Cuba ha ribadito il suo ruolo di protettrice dei cristiani del Medio e Vicino Oriente.
All’ultimo vertice dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva l’Armenia, Presidente di turno, ha ribadito il pieno appoggio militare alla Russia nella lotta all’ISIS da parte del CTSO, di cui fanno parte anche Bielorussia, Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan.

I Paesi aderenti a questa organizzazione hanno anche denunciato il potenziamento degli armamenti della NATO nell’Europa orientale allo scopo di accerchiare Mosca e si sono detti disponibili ad accettare nuove basi aeree russe in Kirghizistan, Armenia e Bielorussia, impegnandosi ad intervenire militarmente così come previsto dal Trattato nel caso un proprio membro venga aggredito.

Al contrario, dopo gli accordi sulla sicurezza raggiunti a Monaco di Baviera, gli Stati Uniti hanno perso la fiducia dei loro partner storici (Turchia e Arabia Saudita in particolare), i cui alleati sul territorio siriano sono stati annientati dall’esercito di Damasco supportato dall’aviazione russa e dai rinforzi iraniani e libanesi.

 

Passo dopo passo, la Russia è rientrata nel Grande Gioco eurasiatico: via al progetto multipolare?

Fino all’intervento militare russo del 30 settembre 2015, quando Mosca comunicò alla Comunità Internazionale la sua decisione di rispondere alla richiesta di aiuto del legittimo Governo di Damasco, la coalizione occidentale non aveva fatto assolutamente nulla per fermare l’avanzata dell’ISIS e delle altre propaggini salafite in Siria, Iraq e Libia.
La tempestività dell’operazione siriana è stata perfetta, potendo contare Putin su vari fattori a lui favorevoli:

1) La debolezza di Obama, la cui seconda rielezione alla Casa Bianca era stata subordinata alla sua accettazione del programma neocons del grande caos in Medio Oriente (e della divisione della Regione secondo linee di frattura etno-religiose). Il Presidente degli Stati Uniti comincia ora a vendicarsi parzialmente dei ricatti subiti dall’establishment, tuttavia rimane difficile pensare alla vittoria di un candidato “alternativo” alle prossime Presidenziali USA (vedi Trump). Fallita ormai l’opzione di instaurare almeno un protettorato turco-saudita nel Nord-Est della Siria, abbandonata l’idea di eliminare Assad prima della fine della guerra, emerge tuta l’inadeguatezza della strategia statunitense e dei suoi consiglieri che per mesi si erano illusi sulla fattibilità del fantomatico progetto dello Stato alawita … La riconquista completa del Paese da parte del Presidente siriano e dei suoi alleati sciiti mette alle corde i sogni di egemonia sunnita (meglio wahabita-salafita) incarnati da Fratelli Musulmani ed emirati vari. Questo provocherà certamente una reazione dell’ala dura del messianismo finanziario a stelle e strisce, Soros in testa, a favore dei “falchi” alla Hilary Clinton.

2) Il favore dell’opinione pubblica internazionale; erano mesi che i mass media occidentali alimentavano il pericolo costituito dall’avanzata dello Stato Islamico: la discesa in campo di Putin e della sua aviazione ha riallineato verso il capo del Cremlino il consenso delle masse occidentali terrorizzate dal delirio del Daesh e ha ricompattato lo stesso popolo russo dopo le vicende ucraine e gli attentati terroristici. L’Europa appare sempre più a rischio tenuta, a causa della crisi economica (aggravata proprio dalle sanzioni alla Russia) e del flusso incessante di migranti alimentato in passato dall’approvazione e dal sostegno alle “rivolte arabe”, oggi dagli interessi economici delle ONG legate a Soros e alla destabilizzazione della Siria, ancora prima dall’aggressione militare di USA e NATO alla Libia e all’Iraq.

L’Unione Europea non funziona più da nessun punto di vista, a maggior ragione perché non esiste un Ministro degli Esteri europeo ed ogni nazione si muove più o meno per conto proprio, pur nei limiti dell’occupazione militare atlantica. Fanno ormai tenerezza le dichiarazioni dei leader europei, Francia ed Italia in testa, che dopo aver contribuito per oltre vent’anni a devastare Balcani e Medio Oriente, ora accusano la Russia di “offensiva brutale” in Siria.

Nonostante i tentativi di coordinarsi sulla questione siriana, la crisi economica mondiale è destinata ad aggravare la competizione geopolitica tra Mosca e Washington.
La situazione del bilancio statale russo (il deficit potrebbe superare il 4% del PIL) non ha potuto rimandare oltre il processo di privatizzazioni annunciato dal Cremlino lo scorso 2 febbraio, con l’avvertenza che i gioielli pubblici non saranno svenduti e verrà mantenuto il controllo delle aziende strategiche; l’obiettivo, non semplice, è quello di introitare nelle casse pubbliche 10-15 miliardi di dollari.

Tuttavia, nonostante da mesi a Mosca si vociferi insistentemente su una possibile deposizione di Putin da parte degli oligarchi nell’ottobre 2016, la posizione del capo del Cremlino appare più salda che mai; non solo perché il Presidente russo gode del supporto dei Ministeri chiave come Difesa, Sicurezza ed Interni, ma soprattutto perché il suo consenso popolare all’interno del Paese si aggira sul 90% dell’elettorato.

 

Conclusioni

Trattandosi di un gioco a somma zero, è riduttivo parlare ancora di “nuova guerra fredda”, quando la posta in gioco è addirittura molto più importante del futuro del Medio Oriente.
Il filosofo geopolitico eurasiatista Aleksandr Dugin ha giustamente separato e distinto il concetto di multilateralismo – una comoda situazione di facciata che serve solo a distinguere la disuguaglianza tra l’egemone (USA) e i propri vassalli (le nazioni dell’Alleanza Atlantica) – da quello di multipolarismo, un concetto caro a quanti non accettano l’egemonia unipolare statunitense sul Pianeta.

Tra i sostenitori dei due campi non possono esistere compromessi, tanto più che l’enunciazione dei principi guida da parte di Putin e la sistematizzazione di strumenti militari ed economici alternativi (OTSC, Banca dei Brics, OCS) ha ulteriormente aumentato il fossato tra i rispettivi schieramenti.

Tornando a Dugin, egli sostiene che “un mondo multipolare non è un mondo bipolare perché nel mondo odierno non vi è alcun potere che può resistere con le proprie forze al potere strategico degli Stati Uniti e ai Paesi NATO, ed inoltre non vi è alcuna ideologia generale e coerente capace di unire una gran parte dell’umanità in una netta opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei diritti umani, sui quali gli Stati Uniti ora fondano una nuova, unica ideologia. Né la moderna Russia, Cina, India o qualche altro Stato può pretendere di essere un secondo polo sotto tali condizioni. Il ristabilimento della bipolarità è impossibile a causa di ragioni ideologiche e tecnologico-militari …” (1).

Il pessimismo insito in queste considerazioni non è l’unico appunto che si può muovere all’analisi di Dugin (2); il filosofo russo non rileva come proprio il rispetto da parte dei BRICS e dei loro alleati dei principi condivisi di non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, uniti all’affermazione delle specificità culturali, dei peculiari modelli economici (produttivo versus finanziario) e delle differenti visioni del mondo (si pensi solo al concetto di “famiglia”), abbia già diviso la scacchiera geopolitica tra due poli in perenne competizione tra di loro in tutte le aree del Pianeta.
Perfino il “liberale” Medvedev (3) ha dovuto promuovere nel dicembre 2015 l’avvio di negoziati per creare una partnership economica basata sui principi di “uguaglianza e di mutuo interesse” tra i Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica (EEU), l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) e l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN).

La Cina, il cui ruolo nelle ultime due organizzazioni è in continua crescita, si è spinta per bocca del Capo del Governo Li Keqiang a proporre la creazione di un’area di libero scambio per le nazioni della SCO attraverso la creazione di un sistema unificato di trasporti per i suoi aderenti.

L’accelerazione della competizione tra i due campi negli ultimi anni ha infatti costretto in un modo o nell’altro tutti gli Stati nazione a schierarsi da una parte o dall’altra.
In conclusione, se è vero che attualmente non viviamo ancora in un sistemo geopolitico multipolare, è altrettanto vero che conditio sine qua non del suo completamento è il passaggio ad una nuova fase bipolare che se anche non è più basata sulla contrapposizione ideologica storica capitalismo-marxismo conserva tuttavia differenze di visioni del mondo epocali.

Non si tratta quindi soltanto di riproporre un riassetto delle relazioni internazionali o di interpretare l’attuale fase storica come il passaggio dalla concorrenza geopolitica a quella geoeconomica, ma di approfondire ulteriormente la sinergia già esistente tra le forze tendenzialmente favorevoli al multipolarismo per far capire che l’attuale precario equilibrio bipolare potrà rompersi solo con il ridimensionamento strategico degli Stati Uniti d’America.

Solo quando Washington accetterà o verrà costretta a rinunciare al proprio tentativo egemonico mondiale, accettando l’evidenza della sua incapacità a guidare il Pianeta, potrà realizzarsi il tanto agognato sistema multipolare; nel frattempo, la fase intermedia non potrà che essere sempre più bipolare, così come i recenti avvenimenti mediorientali stanno evidenziando.

Stefano Vernole

Note all’articolo
1) Aleksandr Gel’evic Dugin, Significati della multipolarità, in “Eurasia” Rivista di studi geopolitici, n. 4/2015, p. 19.
2) Sugli avvenimenti bellici siriani e le potenzialità militari russe si consiglia di consultare il sito internet “Aurora”: https://aurorasito.wordpress.com/
3) Sull’atteggiamento e la mentalità russi segnaliamo il saggio del Prof. Igor Pellicciari: http://www.limesonline.com/cartaceo/aiuti-ai-nemici-sanzioni-agli-amici?prv=true&refresh_ce