Siria e terrorismo, un’opportunità per un’Europa indipendente

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La ribollente situazione in Medio Oriente offrirebbe sbocchi interessanti a un Europa che volesse mostrarsi forte e unita non soltanto contro il terrorismo, ma soprattutto come entità politica di peso nello scacchiere intercontinentale. Per la prima volta dopo la guerra in Iraq, potrebbe esserci lo smarcamento di uno o più dei maggiori paesi membri della UE da Washington e dagli alleati della NATO, in primis la Turchia. Si tratterebbe di una presa di posizione inedita, poiché guarderebbe favorevolmente a un’alleanza con la Russia e al superamento del pregiudizio anti-Assad. Nel 2003 furono Germania e Francia a opporsi fermamente alla spedizione contro l’Iraq ordita dall’asse anglosassone Bush-Blair, facendo pressione per una soluzione diplomatica o supportata da un pieno mandato ONU, e lasciando intravedere la possibilità poi svanita d’implementare una vera politica estera europea, indipendente ed influente.

Per politica estera indipendente s’intende l’attuazione di scelte che contribuiscano davvero a preservare la sicurezza dei propri cittadini, tenendo conto in primo luogo delle tensioni geopolitiche a cui il continente, per motivi geografici, è particolarmente esposto. Scelte concrete, utili, non necessariamente ideali. Per questo non dovrebbe essere scartata a priori, dagli europei, la possibilità di allearsi con potenze che per storia e cultura non appartengono al mondo occidentale, come l’Iran, o vi appartengono solo parzialmente, come la Russia, ma che hanno interesse ad affrontare la minaccia derivata dai gruppi estremisti con impegno e convinzione e, soprattutto, coerenza.

Si è andati invece, negli ultimi anni, nella direzione opposta. L’Unione Europea ha teoricamente una propria politica di sicurezza e di difesa comune, ma con obiettivi e precetti troppo generali e inadeguati a una vera emergenza, e un coordinamento fra singoli paesi dimostratosi debole e insufficiente. L’unico organismo sovranazionale realmente riconosciuto per la difesa europea rimane la NATO, e all’interno di essa il peso militare e decisionale degli Stati Uniti è incontrastabile. Delegare la propria sicurezza a questi ultimi, tuttavia, non è più una sicurezza.

Gli interessi americani nella regione mediorientale infatti non sono gli stessi di quelli dei paesi europei, e l’impegno di Washington nella lotta contro le organizzazioni terroristiche dell’area è troppo labile e ambiguo. Mirando ad abbattere Assad in Siria, nell’illusione mai abbandonata di contribuire alla formazione di un governo democratico, Obama coltiva relazioni pericolose. La sfacciata doppia alleanza coi paesi sunniti del Golfo Persico, che si mostrano addirittura accondiscendenti coi terroristi, e con la Turchia, paese a maggioranza musulmana che gli statunitensi vorrebbero inglobare nella UE nonostante le evidenti controindicazioni e storture, dimostra che la strategia Usa cozza col buonsenso e con il prestigio del nostro continente.

Gli Usa poi sembrano puntare a un’Europa multiculturale, a una società simile alla propria, dove si mescolano liberamente etnie, modi di vita e credenze religiose ma dove l’immigrato, quasi immediatamente, si riconosce nella nuova Nazione, assimilandone in breve tempo lo spirito, le istituzioni, la lingua, le usanze. Una società dove alla lunga è difficile essere etichettati come “stranieri”. In Europa questo modello, per vari motivi, è esausto, non sta più funzionando. È un modello che comporta grosse tensioni e distorsioni. E la destabilizzazione del Medio Oriente, con conseguenti massicci flussi migratori, ovviamente diretti verso Ovest, contribuisce al consolidamento di questo modello.

Come illustri studiosi del mondo arabo e dell’islamismo del calibro di Gilles Kepel hanno spiegato in tempi non sospetti, la debolezza europea, che deriva da un atteggiamento sempre più tollerante e aperto sulla carta nobile, ma privo di senso della realtà, ha poi consentito il radicamento presso minoranze stanziate nel continente di idee perverse, che con i valori base di convivenza e di civiltà a noi propri c’entrano poco o nulla. I promotori della rivoluzione mondiale “islamista”, i dottrinari della guerra santa, gli oscurantisti, hanno deciso di puntare sull’Europa e non sulla Cina, dopo aver colpito gli Stati Uniti, perché ne hanno percepito la grande vulnerabilità. È ora di rendersene conto.

È un radicalismo che utilizza il Corano come pretesto, distorcendolo in modo grossolano, trasformandolo in strumento ideologico: un cancro che è cresciuto, subdolo e spietato, nel corpo di un’Europa malata e senz’anima. Basta analizzare la situazione in Belgio e in Francia, alla luce dei recenti avvenimenti e di quelli di gennaio, per capire che il nemico non viene da fuori, ma è già dentro casa.

L’intervento diretto in Medio Oriente quindi non risolverà il problema e potrebbe avere persino effetti controproducenti nel breve termine, fomentando la reazione di altre cellule terroristiche. Ma è preferibile a un immobilismo ipocrita, passivo e adagiato su posizioni atlantiste come quello di molti Stati europei. Bisognerebbe approfittare della situazione e insieme a un ripensamento dei sistemi di sicurezza interni, tornare a fare vera diplomazia indipendente orientata a preservare i nostri interessi, guardando con favore anche ad alleanze al di fuori del “giogo” della NATO. E se queste intese dovessero dar il via a nuove fruttifere relazioni economiche e commerciali, soprattutto in materia di energia, ben venga. Ma avere la pretesa che i due giganti militari USA e Russia si accordino prima di agire, attendere un’intesa improbabile poiché destinata a coinvolgere potenze con interessi divergenti e già impegnate in una sorta di nuova “guerra fredda”, è un altro, dannoso, segno di debolezza.

Nicola Serafini