Crisi del modello liberista e nuove prospettive politiche

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Articolo tratto da ANUARI DEL CONFLICTE SOCIAL 2014

Resumen

Negli ultimi trent’anni una delle principali caratteristiche nell’economia mondiale è stata l’aumento esplosivo delle transazioni finanziarie e al tempo stesso un abbassamento per quanto concerne gli standard di protezione sociale dei lavoratori e la qualità dei servizi pubblici in generale. Gli operatori economici sono i protagonisti dell’attuale modello politico democratico, ma non sono in grado di controllarne l’evoluzione. La crisi economica iniziata nel 2008 è stata accompagnata da una crisi della democrazia rappresentativa in cui il neoliberismo ha imposto un modello economico che dipende sempre meno dalle politiche governative e sempre di più dalle logiche del mercato. Questo sistema non riconosce confini e tenta di imporsi a livello globale. attualmente i cosiddetti nuovi movimenti sociali sembrano essere gli unici suoi avversari. La posta in gioco è il futuro dello Stato sociale
Abstract:
Some of the aspects of globalization have been the explosive growth of financial flows and a decrease in the levels of employment protection and tin he quality of public services. Traders are the protagonists of globalization but does not control its evolution. The economic crisis started in 2008 is accompanied by a crisis of representative democracy. Neoliberalism imposes a model that relies less and less on government policies. The system does not recognize borders and tries to impose and consolidate around the world. New social movements seem to be the only ones to oppose this system. Is at stake is the future of our society.

 

INTRODUZIONE

Tra i termini più utilizzati, abusati e fraintesi nel discorso politica-economico rientrano certamente le parole democrazia e liberalismo. È opinione comune che la democrazia sia sempre e inevitabilmente, anche se con gradi diversi, di tipo liberale. Probabilmente, come ha spiegato il filosofo italiano Norberto Bobbio, per capire la democrazia, a differenza di tutte le forme di governo autocratico, l’unico modo sarebbe quello di considerarla come una forma di governo caratterizzata da un insieme di regole di base che determinano chi ha l’autorità di prendere decisioni collettive e con quali procedure (Bobbio, 2006: 54-58). D’altro canto, è evidente che certe libertà, ad esempio i cosiddetti “diritti inviolabili” dell’individuo sono necessarie per il corretto esercizio del potere democratico. Bobbio ritiene che le disposizioni costituzionali che attribuiscono tali diritti non siano regole vere e proprie; piuttosto esse costituiscono i principi propedeutici allo sviluppo della stessa democrazia. Quindi lo Stato liberale non rappresenta semplicemente il corso storico, ma anche il fondamento giuridico dello Stato democratico. Lo Stato liberale e lo Stato democratico sono interdipendenti, nel senso che alcune libertà per il corretto esercizio del la democrazia risultano necessarie e indispensabili al potere democratico per garantire l’esistenza e la persistenza delle libertà fondamentali (Bobbio 2006: 60). Infatti, a ben vedere, prima del XVIII secolo, gli Stati non erano né liberali né democratici; nel XIX secolo l’Europa ha avuto alcuni Stati democratici ed altri liberali e allo stato attuale, nella stessa zona, convivono paesi liberali ed altri democratici. (Bobbio e Pierandrei 1981: 12). Per di più, uno Stato democratico non è necessariamente liberale; Anzi, storicamente uno Stato liberale si evolve nella società in cui la partecipazione al governo è molto ristretta e limitata alle classi più benestanti (Bobbio e Pierandrei, 1981: 19).
Interessante, oltre a ciò, è notare che, se gli antichi greci esercitavano la sovranità popolare direttamente e non attraverso il Parlamento, per la maggior parte degli autori del XVIII secolo (una delle poche eccezioni è Jean-Jacques Rousseau) la democrazia nella sua forma più pura, cioè la democrazia diretta, viene considerata non solo come impossibile, a causa della grande dimensione assunta dagli Stati moderni ma anche pericolosa. Pertanto, essi preferiscono quello che si suole definire governo rappresentativo o Repubblica (Bobbio 2001: 50-52).
Così la tradizione del XIX secolo non vedeva ancora nella moderna democrazia uno sviluppo coerente e, di conseguenza, la prosecuzione del liberalismo, ma al contrario, l’antitesi del liberalismo che, attraverso la “rivolta delle masse”, sarebbe arrivata al suffragio universale e alla scomparsa delle libertà civili. Il liberalismo e la democrazia si sono contrastati e considerati incompatibili a lungo, poiché ispirati, da ideali diversi e contraddittori: la libertà il primo e l’uguaglianza la seconda. Anche nella seconda metà del XIX secolo l’intellettuale e critico letterario della scuola italiano Francesco De Sanctis oppose la scuola liberale a quella democratica, i cui rappresentanti principale erano i due grandi antagonisti del Risorgimento: Cavour e Mazzini. Inoltre, per De Sanctis l’ideale di una società democratica era l’uguaglianza de jure, che nei paesi più avanzati corrispondeva all’uguaglianza de facto (De Sanctis 1951: 13).

Il contrasto tra il liberalismo e la democrazia comincia a scomparire nella storia del liberalismo europeo con il filosofo italiano Guido De Ruggiero. L’autore ammette che il riconoscimento della libertà politica rappresenta la naturale prosecuzione del riconoscimento delle libertà civili, arrivando ad affermare che una divisione tra il liberalismo e la democrazia non è più possibile: il suo territorio è comune, nonostante in un primo momento vi fossero alcune differenze, con il tempo sono andate via via appianandosi (De Ruggiero, 1984: 393). Tuttavia De Ruggiero non ha mai celato la vecchia diffidenza nei confronti della democrazia, inizialmente identificata con il giacobinismo. Egli pensava che la democrazia fosse divenuta accettabile grazie al contributo del pensiero liberale. In breve, la democrazia venne finalmente accettata, con tutti i rischi che presentava, non perché fosse la naturale prosecuzione del Stato liberale progressista, ma perché era venuta a patti con il suo vecchio avversario (De Ruggiero, 1984: 393).

Fu così che la dottrina liberale si fuse, dopo un secolo di opposizione democratica nello Stato. Lo Stato basato sulla regolamentazione dei poteri attribuiti alla maggioranza e la protezione delle minoranze rappresenta secondo Bobbio la continuità storica dello Stato liberale (Bobbio, N., Viroli 2001: 7-38)2. Egli sottolinea che il rapporto tra liberalismo politico e la definizione di libertà dei moderni, (individualismo) — soprattutto se si considera la contaminazione avvenuta tra il liberalismo e la democrazia di cui parla Benjamin Constant — ha avuto il sopravvento sulla concezione antica di democrazia (Costantini, 2012: 66-76).

In realtà, già nel famoso Epitaffio di Pericle troviamo tutte le principali caratteristiche della forma di governo che oggi si suole chiamare democrazia liberale: il riconoscimento della libertà individuale, l’elogio della partecipazione, l’affermazione dello stato di diritto e la condanna di quello che oggi chiameremmo “apatia politica” (Costant, 2005: 31-32). Si potrebbe addirittura affermare — con una certa dose di approssimazione — che la storia del pensiero politico sia dominata dalla dicotomia: organicismo (olismo) e individualismo (atomismo). Il primo è antico, il secondo moderno. Un contrasto che, pur essendo molto radicale, sembra più appropriato della divisione che propone Benjain Constant tra democrazia (antica) e individualismo (Moderno) (Bobbio, 2006: 62). Bobbio afferma che liberalismo e democrazia, non condividono gli stessi interessi: il liberalismo rivendica la sua libertà, tanto nel campo sociale quanto in quello economico, anche in opposizione allo Stato; la democrazia si riconcilia con la società producendo se stessa attraverso un accordo tra individui (Bobbio, 2006: 63-66). Non è irrilevante, in merito al processo di legittimità, se il legame sia profondamente integrativo o meramente associativo. È ben diverso se la gente provi un sentimento di appartenenza ad una comunità (Gemeinschaft) o se veda il suo legame con gli altri piuttosto come un vincolo contrattuale, qualcosa di più esteriore e meno coinvolgente (Gesellschaft). Nelle società alla base delle moderne democrazie la gente tende a diventare sempre più una Gesellschaft e sempre meno una Gemeinschaft (Costantini, 2012: 66-76). Nelle democrazia rappresentative l’individuo è tenuto in considerazione in quanto votante ma egli non partecipa in nessun modo alle decisioni che vengono prese e che riguardano la vita dei cittadini; chi governa alla fin fine sono sempre le élite (Sartori, 1977). Con tutto ciò, bisogna considerare le difficoltà nell’applicare una forma di democrazia diretta e anche se possibile, non è detto che sia sempre auspicabile in quanto la procedura di consultazione non ha consentito, almeno finora, un dibattito serio ed approfondito, e il risultato finora è stato alquanto deludente.

 

Liberalismo e crisi dello Stato sociale

Come tutti sappiamo ciò che è in gioco oggi è lo stato sociale, la caratteristica principale di tutti gli Stati democratici avanzati. La crescita economica, la sicurezza sociale e il benessere sono divenuti tratti essenziali della nuova Europa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, quelli che lo storico Eric Hobsbawm (2007) ha chiamato i “Trent’anni gloriosi”. Dando per assodato che inizialmente gli interessi erano comuni e condivisi da tutti i membri e futuri membri dell’Unione europea, l’idea di una moneta unica veniva vista come la soluzione per regolare l’economia di ogni paese e i risparmi verso gli investimenti e l’attività economica. Si è finito per lasciare in primis alla Germania e alla Francia le decisioni di politica economica che riguardano tutti i cittadini e le organizzazioni europee. Da allora la politica e l’economia dell’Europa hanno viaggiato sui binari dell’orgoglio nazionalista da un lato e della libera economia di mercato dall’altro.

Dalla metà del XX secolo fino agli anni Ottanta una serie di servizi fondamentali sono rimasti estranei alle logiche del capitalismo, perché considerati necessari ed universali. Tuttavia, l’era del keynesismo, della presenza forte dello stato nell’economia, dopo trent’anni di successi ha iniziato il suo declino già all’inizio degli anni Settanta, quando le politiche keynesiane si sono dimostrate inadeguate nell’ affrontare il problema della “stagflazione”. Ma la svolta radicale è avvenuta all’inizio degli anni Ottanta con il trionfo della nuova destra di Thatcher e di Reagan. Da quel momento gli Stati hanno cominciato a rinunciare al governo dell’economia e a ridurre progressivamente le politiche sociali (Hirst, Thompson, 1997: 24-66) Cedendo alle pressioni delle aziende globali i governi post-democratici hanno invertito la rotta privatizzando servizi essenziali, spogliandosi di ogni responsabilità diretta nelle prestazioni che avevano caratterizzato le democrazie del welfare. È proprio dal disimpegno delle funzioni statali che deriva il calo di autorità attuale (Hobswan, 2007: 61-70).

Lo spostamento verso il liberalismo economico più radicale ha inizio con il primo ministro britannico Margaret Thatcher e il presidente Usa Ronald Reagan. Da allora Il ruolo della politica e del governo viene progressivamente sostituito, come si può vedere oggi, dai manager economici delle grandi multinazionali i quali, il più delle volte, sono indipendenti rispetto alle posizioni politiche dei partiti e dei governi. Anche le istituzioni internazionali come il WTO e il FMI, risultano subordinate ai poteri delle grandi imprese. In breve, il mercato esercita le funzioni normalmente di competenza della cittadinanza: può “votare” a favore o contro le politiche economiche dei governi (Bauman, 2000: 75), accentuando il declino di autorità governative a favore delle lobbies e dei gruppi di potere. Allo tempo stesso, con l’abbandono delle funzioni statali inizia il declino del potere politico dei vari governi che si succedono di volta in volta. Il loro ruolo è stato in parte sostituito dalle grandi multinazionali, le quali, spesso con sistemi di dubbia legalità, tengono sotto scacco il governo, indipendentemente dalla posizione dei partiti politici al potere (Klein, 2001: 258-263).

Non dovremmo forse trarre insegnamenti dagli errori del passato? Non ci sarebbe bisogno di un sistema politico che scoraggi la finanza speculativa ed incoraggi piuttosto l’imprenditorialità e e le nuove aziende locali ed emergenti fornendo informazioni e ed una piattaforma di condivisione della conoscenza in contrasto con il monopolio di alcune lobby e gruppi di potere.

Dopo esser rimasto privo di alternative politiche ideologicamente forti, il neoliberismo, bollato dalla critica come pensiero unico, comincia ad affermare il mercato e la competitività al di sopra di ogni altro valore, un libero commercio senza confini, la deregolamentazione sistematica di ogni attività sociale, e un ruolo dello Stato ridotto al minimo. Tuttavia, vent’anni di politiche economiche improntate al libero mercato e applicate ai Paesi in via di sviluppo hanno prodotto risultati deludenti. L’America Latina, la regione che più si è data da fare per mettere in atto le ricette del cosiddetto Washington Consensus ha registrato una crescita modesta e discontinua. Tra le ex economie socialiste dell’Europa dell’Est e dell’Urss, ben poche hanno recuperato i livelli di produzione reali precedenti al 1990. Nell’Africa sub-sahariana, i programmi di aggiustamento richiesti da Fondo monetario e Banca mondiale non hanno avuto quasi nessun effetto positivo (Sen, 2003: 14-42).

La crescente flessibilità del lavoro sta portando, anche nei Paesi europei, ad un indebolimento dell’intero apparato delle tutele sociali garantite sinora ai lavoratori e alle loro famiglie quali: pensione, liquidazione, malattia, gravidanza e così via. La classe media vede minacciato il proprio benessere e la maggior parte della popolazione, anche a seguito della riduzione delle entrate fiscali, causata dal perdurare della crisi globale di questi ultimi anni, si è vista ridurre le risorse finanziarie destinate ai servizi sociali e alle pensioni, generando in tal modo instabilità economica e conflitto sociale . (Zolo, 2006: 38-41).

Nella UE, i governi hanno incoraggiato decise misure di politica monetarie, anche dopo la crisi che ha avuto inizio nel 2007, con alti tassi di interesse e dei prezzi al di sopra del valore reale, con una conseguente diminuzione del potere d’acquisto. A partire del 2008 c’è stato l’inevitabile effetto domino: si è ridotta la capacità del risparmio e degli investimenti a causa dell’incertezza circa il valore del denaro, e questo, a sua volta, ha prodotto una recessione economica. Il calo dell’attività economica è risultato evidente, soprattutto tra le piccole e le medie imprese che in molti casi hanno chiuso i battenti provocando l’aumento della disoccupazione e il conseguente declino del PIL. Se a questo si aggiunge, causa una crescente delocalizzazione delle imprese, la chiusura degli impianti produttivi in paesi a tradizione industriale (che ha aggravato la disoccupazione esistente) il blocco o addirittura i tagli salariali delle classi medie, con la conseguente perdita del potere d’acquisto, abbiamo il quadro della situazione.

Evidentemente, dopo una crisi economica del genere, si è indebolita la credibilità delle istituzioni e degli attori politici ed economici, i quali, in alcuni casi, durante questo periodo hanno approfittato delle circostanze facendosi i propri affari e i propri interessi.

 

Crisi economica e conflitti sociali

Il crescente divario tra il potere economico globale e i limiti degli strumenti di azione politica rappresentano il nodo centrale da affrontare per risolvere i problemi in una fase incerta in cui, oltretutto, aumenta la disoccupazione e l’immigrazione di massa mentre permane l’ assenza di una politica sociale efficace, a causa di tagli e politiche conservatrici e protezionistiche. Si continua a concedere benefici ed aiuti alle grandi aziende e alle banche senza che vi sia un aumento dell’impiego e una promozione del benessere sociale (Lafay, 1999: 94-95). Le stesse persone che hanno causato la crisi attraverso la speculazione finanziaria, l’elite, quasi sempre impunita, che ci ha portato a questa situazione con un colpo di stato silenzioso, come rileva Simon Johnson del FMI, riversa le responsabilità della crisi agli eccessi commessi dalla cittadinanza che avrebbe vissuto al di sopra delle proprie possibilità. In sostanza si tratterebbe di una logica conseguenza di queste azioni in modo tale da svincolare lo Stato dai suoi obblighi sociali nei confronti dei cittadini vittime della crisi.

La retorica politica torna al discorso politico conservatore: appello all’austerità e necessitàdi tecnocrati in alternativa alla democrazia tradizionale. La conseguenza di questo stato di cose si traduce nell’ascesa di forze autoritarie, in Francia con il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, (diventata la seconda forza politica del paese; in Austria, con la crescente popolarità del Partito della Libertà austriaco, o il populismo dell’estrema destra Alba Dorata in Grecia. . All’estremo opposto del conservatorismo liberale, come alternativa alla democrazia corrente constatiamo l’aumento della popolarità in Spagna di Podemos, il consolidamento del Movimento Cinque Stelle in Italia e il successo di Syriza nelle recenti elezioni greche. Ciononostante, Bermudo (2014: 39) afferma che “la politica non è né la causa, né la destinataria dei conflitti sociali esistenti” e che, nonostante la crescente diffidenza nei confronti della democrazia, in fondo in fondo vige l’illusione che “la politica sia la nostra speranza di salvezza”.

D’altro canto il crescente impoverimento della popolazione ci porta a situazioni simili a quelle di un secolo fa (Tugores, 2013) 1 e il discorso politico della inevitabilità della situazione provoca indignazione tra le classi medie e quelle più disagiate che assistono al potente di turno che possiede il capitale le influenze de i contatti , riaffermare la loro posizione di potere. Sono necessari alternative, un nuovo modello globale di istituzioni veramente democratiche, trasparenti ed efficienti, per garantire la giustizia sociale. Sapendo che le élite sono stati la causa della situazione attuale e anche che le migliori opportunità sono ancora riservate per gli stessi gruppi di potere, dovrebbe diventare il perno del cambiamento per le nuove generazioni.
Non si tratta di mettere in discussione l’efficienza dell’attuale democrazia liberale: quando i parlamenti votano “democraticamente” i tagli della spesa sociale, possono essere considerate da un punto di vista economico efficienti, soprattutto per far uscire il sistema capitalista dalla crisi; il modo migliore per riprodurre il sistema neoliberista corrente invece che risolvere i problemi e gestire i conflitti (Bermudo, 2014: 40). Si abbandona l’idea di giustizia sociale, o meglio, di benessere sociale, sotto il nome di una presunta legittimità popolare. Stiamo parlando della democrazia intesa come sistema politico basato sul consenso espresso da un voto, ma il voto in sé può essere merce di scambio: c’è chi è disposto a venderlo e chi è disposto a comprarlo. Un sistema che non conosce altra legge al di fuori del mercato, completamente amorale, in quanto si basa sulla legge della domanda e dell’offerta.
Già nel 1966 Marcuse demistificava l’attuale forma di libertà e la riduzione della democrazia al “dio mercato”. Le persone manipolate dalla pubblicità e “stordite” dal consumismo si sentono libere: l’ignoranza, l’impotenza e l’eteronomia introiettata è il prezzo della loro libertà (Marcuse 1981: 38-39). La democrazia e la libertà sono pubblicizzate ovunque dai mass media i quali, secondo Marcuse, oltre a mortificare e svuotare di significato di questi valori, mirano a ridurre il pensiero critico e a rimbecillire le masse (Marcuse 1981: 38-39) .
Il problema politico per antonomasia oggi sta nel trovare la forma di comunicazione tra le persone in grado di fornire un forum per la discussione pubblica tra pari. Si tratta di uno spazio in grado di stimolare l’esercizio pubblico delle libertà fondamentali quali il diritto di riunione e di manifestazione. In altre parole, i nuovi strumenti di comunicazione possono svolgere un ruolo importante contro l’arbitrio e l’abuso di potere governativo attraverso la creazione di aree virtuali e incoraggiando la rioccupazione degli spazi reali in cui i cittadini possono partecipare più direttamente a decisioni sulla cosa pubblica. Nuove soggettività e identità politiche i cosiddetti “nuovi movimenti sociali” – che in Spagna vengono solitamente rappresentati come “indignati” – cercando di superare le contraddizioni della democrazia rappresentativa e avvicinarsi alle esigenze dei cittadini. Il punto di partenza delle lotte sociali a cui stiamo assistendo oggi, soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, è la denuncia di un deficit che lede la nozione stessa di democrazia, della qualità del modello democratico da cui apparentemente deriva la legittimità delle politiche e degli strumenti giuridici messi in atto per la gestione delle crisi economiche che soffriamo dal 2008 (Bermudo, 2014: 110).

Più che un tentativo presa del potere, ciò che è avvenuto finora è stato un rifiuto della società dei consumi e dello stile di vita dominante. Dagli anni ’70 e ’80 si sono sviluppati, soprattutto in Occidente, molti movimenti rivoluzionari che mettono in evidenza aspetti specifici della vita sociale–prima disprezzati o sottovalutati–: diritti etnici, il femminismo, l’ecologismo, il movimento hippie etc.

Il punto di partenza delle lotte sociali che stiamo assistendo oggi, soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, riporta un deficit che lede la nozione di democrazia, la qualità del modello democratico che pare derivi la legittimità delle politiche e degli strumenti giuridici in impostando la questione della gestione delle crisi economiche che soffrono fondo dal 2008 (Bermudo, 2014: 110).

Più che un tentativo presa del potere, ciò che è avvenuto finora è stato un rifiuto della società dei consumi e dello stile di vita dominante. Dagli anni ’70 e ’80 si sono sviluppati, soprattutto in Occidente, molti movimenti rivoluzionari che mettono in evidenza aspetti specifici della vita sociale–prima disprezzati o sottovalutati–: diritti etnici, il femminismo, l’ecologismo, gli hippie etc5.

Movimenti come 15-M in Spagna, i Pirati in Germania, i 5 stelle in Italia, il movimento ambientalista, e di cooperazione in molti paesi, generano di nuove forme di partecipazione, dialogo e di consenso, anche attraverso la rete. Internet è diventato l’arma più potente per diffondere, denunciare, informarsi e finanche scegliere e votare. Tuttavia, il rischio di fallimento che corrono tali gruppi è dovuto all’eterogeneità organizzativa, di vedute ed obiettivi. Ancora da chiarire il loro rapporto con i partiti tradizionali ed i sindacati. Ad ogni modo, le azioni avviate su Internet stanno producendo effetti anche al di fuori dell’ambiente virtuale, provocando sorpresa e preoccupazione alle istituzioni politiche tradizionali.

La speranza adesso è riposta nei nuovi movimenti sociali. Essi si stanno dimostrando i più strenui difensori dell’ambiente e dei beni comuni. Gli unici attualmente che, pur tra mille difficoltà, cercano di opporsi all’ideologia mercatista del pensiero unico e di proporre un’alternativa di stampo comunitario. C’è la necessità, quindi, di promuovere e partecipare ad iniziative che contribuiscano allo sviluppo della cittadinanza, costruire uno spazio sempre più sociale ai fini di una corretta redistribuzione della ricchezza e dei diritti civili. Bisogna facilitare l’emancipazione del soggetto sostenendo il decentramento amministrativo e le politiche sociali e garantire l’efficienza amministrativa necessaria per il benessere degli individui. Meccanismi attraverso i quali, in modo aristotelico, consentano a ogni cittadino l’emancipazione e lo sviluppo personale in base alle proprie possibilità. Un sistema basato sui diritti civili, che proteggano contro il potere pubblico, sui diritti politici che rappresentino la voce della volontà popolare e sulla sicurezza sociale per evitare l’esclusione sociale e garantire diritti e pari opportunità (Tugores, 2013).

Il nocciolo della questione sta nella capacità di risvegliare nei giovani una capacità critica che implichi una rottura con il “dogma del mercato”. Si tratta di una missione difficile, ma la ripartizione delle giovani generazioni è l’unica speranza, per il fatto che le generazioni precedenti — intrise di ideologia — non sono state in grado di fornire un modello credibile di ispirazione per le giovani generazioni.

 

Conclusioni

La nuova politica dovrebbe essere concepita e praticata come sintesi di realismo ed idealismo etico, come hanno fatto alcuni grandi spiriti nobili e disinteressati del passato. Si tratta di rifondare e praticare la politica come prassi democratica di condivisione, inclusione e crescita dello spirito comunitario. L’obiettivo generale non è il successo di parte quanto lo sviluppo di tutti. Per operare questo rovesciamento radicale, è necessaria una vera trasmutazione della prassi e dei suoi ideali. Non basta più la denuncia fenomenologica dei vizi e delle passioni del potere né è sufficiente la solita predica sulla necessità di una moralizzazione della politica. Bisogna ricostituire l’idealità di una politica, “post materiale”, che affascini, si misuri e si qualifichi sulla capacità di risolvere i bisogni comunitari emergenti. Solo così la politica diventerà uno sforzo collettivo di ricostruzione del bene comune universale per tutti gli uomini del mondo.
La politica, “rifondata” sul primato dell’antropologia, ha bisogno di nuove virtù e di nuove relazioni sia nella società civile che nelle istituzioni. Non deve essere assillata dalla strategia mediatica e clientelare del consenso e da quella del successo individuale, cinico, cieco e spietato, ma una vocazione leale e democratica per il buon governo e per il superiore bene comune universale.
La nuova politica diventa così “il realismo dell’utopia della fraternità universale”, concepita come obiettivo, compito e scopo personale e comunitario. Non è una fuga dalla realtà nella fumisteria di un orizzonte utopistico e spiritualistico perché sarebbe un’ulteriore via di alienazione e di negazione della realtà, un chiudere gli occhi sul malessere sociale e sul malcostume, sull’illegalità e la criminalità. Cionondimeno, non bisogna conformarsi all’idea dell’inevitabilità e dell’irreversibilità del pensiero unico di stampo neoliberista; non bisogna rassegnarsi alla teoria di Fukuyama della “fine della storia”.

Curiosamente, sono i cosiddetti utopisti, le cui realizzazioni ideali si proiettano “nella terra di nessuno”, coloro i quali difendono i pochi territori e le comunità ideali, ma esistenti, ancora presenti sul nostro pianeta. Sono loro che cercano incessantemente nuove forme di espressione, nuovi modelli idonei alla pratica dell’utopia comunitaria intesi come un insieme di possibilità reali realizzabili a determinate condizioni. Queste persone provano a mettere in atto progetti di vita collettiva basati sulla creazione di piccole organizzazioni autarchiche; comunità in grado di vivere al di fuori del sistema istituito in grado di superare il pensiero debole tipico della post-modernità senza, però, ricadere nel dogmatismo delle vecchie utopie. Non si tratta, in definitiva — mutuando l’espressione di Erri Malatesta a proposito dell’anarchia — di fare l’utopia oggi, domani o fra dieci secoli, ma di avanzare verso l’utopia oggi, domani e sempre” (Malatesta, 1899).

Cristiano Procentese
Mª Pilar Sabio Esquíroz

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