La Francia può tornare sovrana?

francia-sovranaIn Francia c’è un uomo coraggioso che non ha paura di mostrare la realtà. La realtà dice che la grande Nazione transalpina, patrimonio di cultura politica (e non solo) di fatto ineguagliabile in Europa, oggi appare, agli occhi degli osservatori più acuti e critici, irriconoscibile. Un Paese in declino, come il nostro. Un governo debole, scarsamente rappresentativo e incline agli sbandamenti (la questione fiscale lo dimostra), un preoccupante tasso di disoccupazione (in media di poco inferiore al 10%, ma superiore al 14% in alcuni dipartimenti), un deficit pubblico fra i peggiori del continente (-4,4%) e un peso internazionale in calo.

Nonostante l’ottimistico discorso di fine anno del presidente socialista Hollande, che invita i francesi, con pomposa retorica, alla fiducia e all’autostima, promettendo buone novità per il Paese nel 2015, molti record negativi sono stati raggiunti nell’anno appena concluso.

Di queste criticità, e di molte altre riguardo alla situazione francese, è ben consapevole François Asselineau, presidente dell’UPR (Union Populaire Républicaine), minuscolo partito d’opposizione allo status quo fondato il 25 marzo 2007, giorno del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma.

Di Asselineau si può leggere, nella pagina Wikipedia a lui dedicata, scritta in inglese (non esiste nella sua lingua madre) una breve biografia. Parigino, cinquantasettenne, ex membro del partito gollista di centrodestra RPF (Rassemblement pour la France), studente all’HEC di Parigi e all’Ecole national d’administration, ispettore generale delle finanze, poi consigliere in questioni commerciali ed internazionali di vari ministeri. Un onesto servitore dello Stato, con una forte coscienza civile. E oggi, con una serie di proposte fulminanti, un politico di lotta, snobbato da radio e televisioni, ma molto presente sulla Rete.

L’UPR, nel suo programma, propone principalmente l’uscita della Francia dall’Unione Europea (e, di conseguenza, dall’Eurozona), facendo riferimento all’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea che consente a ogni Stato membro l’uscita dall’Unione, e dalla NATO. Unico corpo politico attualmente attivo in Francia schiettamente sovranista e patriottico, polemico nei confronti dell’europeismo dissidente ed ipocrita del Front National (vincitore delle elezioni europee dello scorso anno), l’UPR e il suo sobrio fondatore vogliono rinverdire la tradizione gollista e il repubblicanesimo nazionale, senza estremismi ma andando incontro a un sentimento popolare di scoramento e disillusione, consapevole del fallimentare progetto di costruzione europea nato nei suoi tratti fondamentali proprio nel 1957 col Trattato di Roma e perfezionatosi fra 1991 e 1992 a Maastricht.

Tacciato di “cospirazionismo”, il movimento, forte di 6762 aderenti, è incentrato su un’interpretazione negativa dell’influenza statunitense sull’Europa, attuata proprio dalle gerarchie filo-atlantiste che dominano l’UE: organo di potere, questo, fortemente desiderato e controllato, secondo le congetture di Asselineau, soprattutto dagli USA, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tramite l’Unione e l’Alleanza Atlantica, le élites nordamericane hanno messo e mettono costantemente il naso negli affari europei, direttamente e indirettamente; fanno pressione affinchè alcune riforme (sui contratti di lavoro, il ruolo dello Stato nell’economia, ecc…) vengano introdotte nei Paesi membri per favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e affinchè l’Unione si allarghi verso est, inglobando paesi ex-comunisti (cosa puntualmente avvenuta), fino al recente tentativo, parzialmente riuscito, di occidentalizzazione dell’Ucraina.

Anche se queste teorie sono state definite, grossolanamente, prodotto di “antiamericanismo primario”, non si può negare l’evidenza: la significativa espansione ad est dell’UE non può avere altro obiettivo se non quello di creare una fascia di paesi “cuscinetto” in chiave antirussa (paesi che difficilmente potrebbero essere inclusi nella sfera culturale ed economica europea, senza una volontà esterna) e l’indole antipopolare, regressiva delle politiche economiche attuate nel continente in risposta alla recente crisi.

In una serie di video esplicativi, reperibili sulla Rete, Asselineau lega a doppio filo la storia della costruzione delle istituzioni europee con i progetti egemonici degli USA sull’Europa, citando svariate fonti (articoli, relazioni, comunicati stampa), criticando le burocrazie di Strasburgo e Bruxelles, prive di supporto democratico, e l’Euro, la moneta degli economisti, impersonale, senza Stato né popolo, pronosticandone l’inevitabile fallimento.

Rifacendosi all’ultimo grande patriota francese, Charles De Gaulle, il presidente dell’UPR vuole il ritorno di una vera politica nazionale indipendente, il rilancio dell’economia al di fuori dei parametri “maledetti” di Maastricht e un ritrovato spirito francofilo nelle scelte della politica. De Gaulle, ben lontano da posizioni nazionaliste e autarchiche, era un convinto europeista, ma credeva nell’Europa delle nazioni, non nell’Europa sovranazionale e spersonalizzata di oggi, e non avrebbe mai sostenuto l’introduzione di un’unica moneta corrente in tutti gli Stati del continente. Non esitò mai, al contrario di quello che avviene oggi nel mondo occidentale, a criticare pubblicamente gli USA per le loro scelte di politica estera (ad esempio, si discostò dall’intervento in Vietnam) e nel 1964, pur fervente anticomunista, riconobbe la Repubblica Popolare Cinese con l’idea di fare della Francia un polo di mediazione fra Occidente liberale ed Oriente comunista, mantenendo la propria legittima indipendenza nelle scelte diplomatiche.

Se nell’Europa di oggi le idee di De Gaulle e di Asselineau appaiono del tutto eterodosse e meritano soltanto di essere considerate parti di una presunta “teoria del complotto”, mentre andrebbero prese in considerazione come risposta plausibile a piani veri e concreti di dominio sia economico, sia, soprattutto, intellettuale, è perchè l’appiattimento del discorso politico è a livelli esponenziali, e i dogmi propinati quotidianamente dai maîtres penseurs dell’economia, della politica e delle relazioni internazionali, a favore dell’integrazione europea sotto il governo degli organismi oggi presenti, sono ormai inattaccabili.

Nicola Serafini