Tradizione e modernizzazione si sposano in Cina. Filippo Bovo intervista Andrea Fais

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Intervista a cura di Filippo Bovo

Recentemente Lei è stato in Cina come membro della delegazione della stampa italiana in visita nel Paese. Ha visitato dei siti e dei monumenti d’importanza mondiale, come la Grande Muraglia, l’Esercito di Terracotta ed il Museo degli usi e dei costumi tradizionali e popolari del Guanzhong. Ciò Le avrà sicuramente permesso di valutare la differenza nel modo di valorizzare e tutelare il patrimonio storico e culturale tra la Cina ed il nostro Paese. Che impressione ne ha tratto? Quali lezioni può trarne l’Italia?

Il popolo cinese ha un grande orgoglio del proprio passato. Non solo il governo e le istituzioni, ma anche i cittadini sono molto legati alle tradizioni profonde della Cina. I suoi cinquemila anni di civiltà non sono stati affatto scalfiti dalla modernizzazione. Lo stesso Partito Comunista Cinese giunse al potere nel 1949 dopo un secolo di umiliazioni e conflitti terribili per la popolazione cinese, contro nemici interni ed esterni, che forgiarono la sua capacità di resistenza fisica, spirituale e culturale. Il governo conferisce una straordinaria importanza allo studio storico di quel secolo affinché i giovani, che oggi possono godere dei vantaggi dello sviluppo economico, non dimentichino – cito testualmente – “il sacrificio compiuto dai padri per il bene della nazione”. I siti storici sono ovviamente tenuti in grande considerazione e tutelati direttamente dalle autorità pubbliche. Di certo, l’Italia ha una lunga tradizione in termini di conservazione dei beni culturali ma abbiamo dei problemi a valorizzarli e a farli nostri. Spesso li consideriamo oggetti asettici, vetrine per turisti a cui noi possiamo permetterci di non dare tanta importanza. Al di là dei centri più noti, come Roma, Milano, Venezia, Torino o Firenze, molti turisti sono costretti a seguire itinerari “spontanei”, scoprendo le migliaia di altre bellezze “minori” quasi per caso, di passaggio. In Cina questo non avviene. Ogni possibilità di entrare in contatto con la tradizione è veicolato attraverso strumenti pubblicitari o pacchetti turistici: edifici di culto, residenze imperiali, ma anche sale da tè tradizionali, luoghi ricreativi o ristoranti di un certo tipo, immergono il forestiero nella storia e nella cultura del Paese, permettendogli di iniziare a conoscerlo.

 

Un’altra possibilità di confronto è data dal giornalismo. Lei ha incontrato i funzionari dell’Associazione dei Giornalisti Cinese, ha visitato la sede di Radio Cina Internazionale e di altre importanti testate locali dello Shaanxi. Quali differenze ci sono nel modo di fare giornalismo in Italia ed in Cina? Qual è il ruolo del giornalista nella società cinese?

Sul piano strettamente professionale, organizzativo e tecnico, i colleghi cinesi hanno ormai raggiunto un livello praticamente identico a quello occidentale, come dimostrano anche i possenti mezzi materiali ed economici a disposizione dell’editoria ed i numeri impressionanti in termini di personale impiegato, tra redattori, collaboratori ed operatori in genere, presenti nelle redazioni cartacee o radiotelevisive. Sul piano operativo, invece, è molto forte il senso della responsabilità e della corrispondenza ai fatti, che va a controbilanciare la libertà d’espressione. In Occidente, molti ritengono che la libertà di parola e di stampa sia maggiormente tutelata in questa parte del mondo piuttosto che altrove. Sulla base di questa percezione puramente soggettiva, istituti come Freedom House stilano una serie di classifiche e tabelle che elencano i diversi gradi di “libertà” nel mondo, dove – guarda caso – sono sempre gli Stati Uniti a primeggiare. Oltre all’arbitrarietà dei parametri utilizzati da queste fondazioni per le loro pseudo-statistiche, non si tiene conto che in diversi Paesi occidentali – e in Italia ne sappiamo qualcosa – si è spesso confuso la libertà d’espressione con la possibilità di parlare di qualsiasi argomento, anche senza averne le adeguate competenze specifiche. Il giornalismo, nei fatti, è diventato sempre più simile ad un mero opinionismo. Questa distorsione del concetto di libertà d’espressione, che in sé resta un principio nobile e fondamentale, ha portato ad uno scadimento del livello qualitativo di un mondo dell’informazione che, non a caso, oggi viene messo in difficoltà da Internet e dai cosiddetti media 2.0. Il problema della “concorrenza multimediale” esiste anche in Cina, come ho potuto rilevare, ma ha un impatto di gran lunga minore, probabilmente perché il forte senso di responsabilità – considerato in Occidente come un “impedimento di regime” anziché come un dovere morale e deontologico – garantisce analisi più precise ed accurate, apprezzate dal pubblico proprio per la loro profondità e per la capacità di lettura dei fatti e degli eventi.

 

Come giudica l’importanza del passato e della cultura tradizionale cinese nella Cina odierna? Anche in questo caso, che confronto farebbe tra la Cina ed il nostro paese? Cosa abbiamo in comune e cosa invece ci differenzia?

Come ho già anticipato, la Cina odierna mostra un forte orgoglio per la sua storia. Il presidente Xi Jinping affermò appena due anni fa che il Partito Comunista Cinese è il guardiano di cinquemila anni di civiltà e lo stesso modello del socialismo con caratteristiche cinesi racchiude un’idea nazionale molto forte. Con le riforme di Deng Xiaoping non si è soltanto avviata la modernizzazione economica ed infrastrutturale del Paese, ma sono stati anche riportati al centro del dibattito politico e culturale gli insegnamenti di Confucio, pesantemente avversato dalla “sinistra” del Partito durante la Rivoluzione culturale. Lo stesso Mao Zedong, già negli anni Trenta, parlava della necessità di applicare il marxismo non dogmaticamente e freddamente, bensì secondo lo spirito e le caratteristiche nazionali. I cinesi sono gelosissimi custodi di una cultura e di una civiltà che considerano, a ragion veduta, la più antica tra tutte quelle ancora vive e presenti nel mondo nonché la più decisiva sul piano storico, assieme a quella romana. In Cina c’è una profonda ammirazione per l’Antica Roma, non solo in termini giurisprudenziali ma anche perché il progetto di ricostruzione in chiave moderna dell’antica Via della Seta richiama alla mente della dirigenza cinese l’importanza di rianimare gli antichi contatti tra l’Impero Romano e l’Impero Cinese. Purtroppo, in Italia mancano del tutto sia una consapevolezza storico-culturale di questo tipo, che la capacità strategica di sfruttarne al meglio le ricadute geopolitiche. Nel nostro Paese, la fobia del fascismo nel dopoguerra ha impedito per decenni qualunque dibattito serio e sereno sulla valorizzazione della propria identità nazionale e culturale. Poi è arrivata una piccola sterzata nei primi anni Duemila con l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e più recentemente con Napolitano, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Ma, a mio avviso, si è trattato di qualcosa di vuoto, di puramente formale, perché sul piano politico, sociale e culturale l’Italia resta un Paese a sovranità limitata e continua a risentire in modo abnorme dell’influenza degli Stati Uniti.

 

In Italia ed in Europa non si sa molto della Cina. Brevemente, come spiegherebbe il “socialismo con caratteristiche cinesi” ai nostri lettori?

Il socialismo con caratteristiche cinesi è una teoria politica con molte valenze e molti significati. Viene solitamente associata alla “svolta” di Deng Xiaoping nel 1979, senza considerare che l’idea di “liberalizzare” alcuni settori socio-economici (o parte di questi) era già stata adottata da Mao negli anni Cinquanta con la politica dei “cento fiori” ed era stata portata avanti per anni da uno dei più importanti esponenti della “vecchia guardia” del Partito, cioè Liu Shaoqi. L’introduzione delle Zone Economiche Speciali, poi divenute un modello per moltissimi altri Paesi in via di sviluppo, e l’apertura all’investimento estero hanno permesso alla Cina di raggiungere livelli di crescita e di sviluppo straordinari, che l’hanno portata, nonostante alcune immancabili contraddizioni, ad essere la prima potenza economica al mondo. Sul piano politico, è evidente che si tratta della rivincita globale del modello misto e della regolazione pubblica nei processi macro-economici rispetto alla retorica ultra-liberista trionfante negli anni Novanta. Tuttavia, come ho già detto prima, l’economia socialista di mercato, sistematizzata all’inizio degli anni Novanta, non è l’unica caratteristica fondamentale del socialismo cinese. C’è anche l’aspetto culturale, nella misura in cui molti concetti legati alla classicità confuciana sono stati recuperati e applicati nel quadro della gestione e della progettazione politica: xiaokang, cioè il raggiungimento di un moderato benessere generale attraverso la formazione di una classe media nazionale coesa; hexie shehui, ovvero la “società armoniosa” che l’ex presidente Hu Jintao fissò come obiettivo delle riforme; heping jueqi, ossia l’ascesa pacifica della Cina nel mondo e così via. Non è nemmeno possibile considerare queste istanze in modo rigidamente distinto l’una dall’altra: modernizzazione e tradizione sembrano coesistere, se non addirittura compenetrarsi, come lo yin e lo yang del Tao.

 

Ultimamente si è parlato molto della Cina soprattutto a proposito degli attentati nello Xinjiang e per la “Umbrella Revolution” a Hong Kong. Anche in questo caso, non sempre in Occidente se ne è parlato con molta cognizione di causa. Lei che spiegazione darebbe di questi fenomeni? E soprattutto come li correlerebbe ad un’altra tematica da noi pressoché sconosciuta come quella della “Nuova Via della Seta”?

Sugli attentati, ormai a scadenza annuale, nella regione autonoma a maggioranza uigura dello Xinjiang c’è poco da dire. Si tratta di terrorismo di matrice islamista e separatista, che fonde istanze wahhabite ed istanze panturche, per altro molto diverse fra loro. Ormai sono dimostrati i collegamenti con la rete del terrorismo internazionale, anche perché la vicinanza geografica tra lo Xinjiang e le aree calde dell’Asia Centrale e del Pakistan consente facili rifornimenti clandestini di materiale esplosivo e di armi, che transitano lungo le impervie catene montuose del Pamir e del Tien Shan. Gli Stati Uniti, il Canada e diverse ONG occidentali continuano a dare voce e asilo politico ad esponenti del separatismo uiguro sulla base di un’ideologia anti-storica, che vorrebbe la regione di esclusiva pertinenza della comunità musulmana. La regione fu cinese ben prima che arrivassero gli uiguri, e molto prima che questi, ed altri popoli turco-mongoli dell’Asia Centrale, si convertissero all’Islam tra l’VIII e il X secolo. Inoltre, gli uiguri rappresentano soltanto la maggioranza relativa (45% circa), contro il 40% di cinesi di etnia han e altre minoranze come i kazaki, i mongoli, gli hui, i tungusi, gli xibe e via dicendo. L’estremismo, infine, miete vittime anche tra gli stessi musulmani pacifici, spesso accusati dai gruppi terroristici di essere “asserviti a Pechino”. Insomma, esattamente quello che per anni abbiamo vissuto in Europa con al-Qaeda. Eppure nessuno qui da noi sembra voler dare al terrorismo uiguro lo stesso peso di quello salafita che colpisce nel Mediterraneo, come se la Cina non meritasse la nostra solidarietà e il nostro sostegno. Questa mentalità, tutta occidentale, è deplorevole.
Per quanto riguarda Hong Kong, come ho avuto modo di dire anche durante un confronto con un dirigente dell’Associazione dei Giornalisti Cinesi, gran parte dei media occidentali hanno riportato in maniera del tutto impropria la situazione. Lungi da me qualsiasi auto-celebrazione, ma penso di essere stato l’unico in Italia ad aver pubblicato un articolo che ha messo in luce il carattere pretestuoso ed irragionevole delle rivendicazioni di quegli studenti contro il locale governo della regione amministrativa speciale. Dopo il ritorno sotto la sovranità cinese nel 1997, Hong Kong ha registrato uno sviluppo democratico che non aveva mai conosciuto negli oltre 150 anni di dominazione coloniale britannica. Più di metà del Consiglio Legislativo viene già eletto a suffragio universale, il resto è comunque espressione del mondo delle professioni, senza contare la condizione privilegiata che vive la regione grazie agli ampi margini di autonomia garantiti da Pechino per quanto riguarda l’economia, la finanza e l’amministrazione della giustizia. Se qualcuno se lo fosse dimenticato, infine, i cittadini di Hong Kong sono cinesi al 100%, proprio come i taiwanesi. Cosa pretendono i manifestanti? Di tornare a pagare le tasse alla Regina Elisabetta?

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