Osservatorio regionale MENA: analisi del processo di transizione democratica

articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-regionale-mena-analisi-del-processo-di-transizione-democratica/

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Nel 2011 il mondo assisteva ad un fenomeno senza eguali che stava investendo il Medio Oriente ed il Nord Africa: la Primavera Araba. Con l’obiettivo di instaurare il processo democratico all’interno del proprio stato, e quindi soverchiare il governo dittatoriale affermatosi con la forza militare, i paesi nord africani e mediorientali registrarono  una serie di sollevazioni popolari documentante dal mondo dei social media.  Il risultato di quello che era stato salutato e visto dall’Occidente come l’inizio di un processo democratico in grado di cambiare il mondo mediorientale e nord africano può essere considerato deludente ed ha registrato invece lo scoppio di una guerra civile in Siria, attualmente ancora in corso che vede contrapposte le truppe governative fedeli a Bashar al-Assad alle forze ribelli e ai gruppi militanti jihadisti, un governo guidato ancora dai militari in Egitto, grazie al colpo di stato che ha fatto decadere l’ex presidente regolarmente eletto Morsi della Fratellanza Musulmana, una Libia devastata dalle continue lotte interne ed in generale da una situazione di instabilità ed insicurezza che notevolmente ha influito sulla regione.  La Dott.ssa Pilar Buzzetti nella presente analisi si è occupata di studiare il processo di transizione democratica della regione MENA evidenziando brevemente quali fattori hanno influito e continuano ad influire sulla sua realizzazione.

Il processo di transizione democratica avviato negli stati della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) finora non ha dato i frutti sperati.

I principali fattori che avevano dato vita al processo rivoluzionario erano due:

  1. L’allontanamento dei giovani  dallo Stato e da qualunque altra forma di autorità a causa di un forte malcontento che aveva radici prevalentemente sociali ed economiche fautore di un elevato livello di insoddisfazione.
  2. La significativa influenza dei gruppi militanti islamici nella regione i quali hanno creato un ribaltamento di ruoli senza precedenti.

Entrambi questi fattori sono ancora presenti nella regione ma occorre indagare sulle cause del fallimento, seppur temporaneo, del processo di democratizzazione:

  • Qualsiasi processo di democratizzazione deve avere  alla propria base un popolo, che si identifichi come tale, e che si veda significativamente distinto dai suoi vicini. Questo presupposto non è soddisfatto in tutti gli stati della regione.
  • I processi rivoluzionari e le transizioni demografiche non seguono le medesime logiche. Basti considerare che la rivoluzione tende ad escludere i vecchi membri del regime, mentre la democrazia li include. La democrazia si basa  sulla rappresentanza, mentre la rivoluzione è fatta di persone, scaturisce dalle strade.
  • Nella maggior parte dei paesi le classi che potrebbero prendere parte a una rivoluzione rappresentano una percentuale importante della popolazione.
  • L’influenza dell’Islam politico, che al suo stato attuale si è dimostrato essere una sfida terribile per la democrazia, la democratizzazione e la stabilità regionale stessa.

L’intera area si trova quindi ad affrontare gravi sfide alla sicurezza, anche se di tipo diverso. Il risultato di queste ondate rivoluzionarie e spesso scoraggianti è la riconsiderazione, da parte dell’opinione pubblica araba, del ruolo dello Stato. Nella maggior parte dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, è ora la sicurezza e non la democrazia ad essere al centro delle preoccupazioni.

Sicuramente si può affermare che le condizioni per la nascita di una vera e propria democrazia non sono ancora mature ma, dall’altro canto, sembrano apparentemente essersi estinte quelle che tenevano in vita l’autoritarismo.

La minaccia principale alle società arabe è rappresentata ora dalle guerre civili. Alcuni stati hanno saputo mantenere un ruolo chiave nell’interpretare, proteggere e mantenere la coesione sociale interna; mentre altri non hanno fatto altro che distruggere la società, ponendosi come una minaccia nei confronti della stessa.

Nella maggior parte dei casi, l’evoluzione della situazione della sicurezza ha portato molte persone a invocare uno stato forte. Siamo di fronte a un’ inversione di tendenza che non ha precedenti. Gli ultimi decenni erano infatti stati caratterizzati da un quasi totale disimpegno, con risultati sconcertanti che hanno permesso ai movimenti islamisti di sostituirsi allo Stato in molte aree povere come fonte primaria dei servizi di welfare.

A questo punto molti si domandano se lo Stato avrà le risorse e il know-how necessari che gli consentiranno di recuperare il suo ruolo come fornitore del welfare. Fino ad ora, i diversi paesi della regione non si sono mostrati in grado di adattarsi all’evoluzione delle loro società, che sono cresciute e si sono modernizzate, diventando sempre più complesse.

Da un punto di vista generale, l’integrazione regionale affronta oggi un serio ostacolo: i paesi ricchi sono molto meno popolosi di quelli poveri. Ovviamente esistono molti tipi di regimi diversi: repubbliche autoritarie, monarchie più o meno autoritarie, alcune semi liberali. Ma nessuna di esse può essere considerata una democrazia rappresentativa funzionante. Le dimensioni degli stati, le risorse, il ruolo strategico, le ideologie e le relazioni con i membri della società variano notevolmente da caso a caso.

Tale differenza in modo così rilevante è un elemento cruciale. Tuttavia, gli stati arabi presentano alcune caratteristiche comuni. Hanno tutti sofferto una terribile corruzione endemica e hanno dovuto scontrarsi con gravi problemi di legittimità. Alcuni, come la Somalia e la Libia, sono crollati. Altri potrebbero seguire questo destino, come ad esempio l’Iraq. Quasi tutti devono affrontare la sfida rappresentata dall’Islam politico. E molti di loro non presentano un radicato controllo del territorio, come Sudan, Libia, Egitto, Yemen e Siria.

In questo contesto vanno considerate le attuali sfide alla sicurezza. In primo luogo, l’intera regione si trova ad affrontare una grave scarsità d’acqua, che rappresenterà in futuro un serio motivo di conflitto. Per molti paesi tale problematica non è vista come una priorità urgente, ma sommata alla necessità di ingenti opere pubbliche e al razionamento degli eserciti, può scaturire nella richiesta di uno Stato forte.

In secondo luogo, la regione è caratterizzata da alcuni stati falliti e da alcuni altri che non sono totalmente in grado di controllare il proprio territorio. Ciò crea enormi falle nel sistema di sicurezza regionale e rende possibile ad organizzazioni come al Qaeda identificare le zone che non sono sottoposte alla sorveglianza. Molti eserciti, tra cui quello egiziano, stanno considerando la creazione di forze di intervento rapido che siano in grado di affrontare questi gruppi. Tuttavia, il compito di proteggere queste zone può rivelarsi a volte impossibile, in aree in cui la topografia non è di alcun aiuto e dove alcune tribù possono addirittura preferire i gruppi islamisti al governo centrale.

In terzo luogo, il crollo della polizia in Egitto e delle forze di sicurezza in Libia hanno portato a una proliferazione di armi illegali. L’aumento del numero e delle capacità di eserciti che non obbediscono alle autorità ha conseguenze inquietanti. Questi eserciti sono spesso finanziati da agenti esterni che hanno come obiettivo quello di seminare l’instabilità, il panico, senza perdere il controllo del territorio.  L’arma più potente che essi posseggono è proprio la capacità di trascinare in guerra grandi attori a livello nazionale e transnazionale.

Il quarto fattore da considerare è che molti di questi paesi hanno conosciuto guerre civili, come ad esempio l’Algeria, la Siria e il Libano. Queste guerre presentavano anche un carattere religioso o confessionale, e quindi hanno trascinato con sé potenze o gruppi stranieri, come dimostra il caso della Siria, dove libanesi, iraniani, sciiti iracheni, jihadisti e sunniti, con gli islamisti di tutto il mondo si sono uniti in lotta. Inoltre, le guerre civili comportano problemi umanitari significativi come ad esempio la moltitudine di persone sfollate in cerca di un luogo dove riparare. Milioni di siriani hanno lasciato il proprio paese e si sono rivolti al Libano, Turchia e Giordania con un impatto sulla sicurezza interna di questi paesi assolutamente negativo.

Nel complesso, la situazione in tutta la regione è preoccupante anche se si presenta un’opportunità storica a chi sogna un integrazione araba.

Gli stati del Golfo e l’Egitto non erano così uniti dal 1973 , condividendo un comune senso di pericolo e cercando di farvi fronte. Il sostegno che le monarchie del Golfo stanno fornendo ai loro vicini non era mai stato così forte. Ma bisogna interpretare questo aiuto e questo avvicinamento in chiave giusta, deve essere visto come uno sforzo creativo, che serva a sprigionare del potenziale.

Le prospettive per uno sviluppo futuro in termini di politica e sicurezza sono incerte dato il peggioramento generale della sicurezza a livello regionale. Al centro dell’attenzione internazionale ci sonno gli sviluppi politici immediati. Tuttavia, la storia dimostra che il successo delle transizioni democratiche richiede decenni e sono dettate tanto dalla loro capacità di fornire stabilità economica e migliorare il tenore di vita, quanto dal rafforzamento delle istituzioni e della governante politica.

Le lezioni del recente passato insegnano che i paesi interessati da un processo di costruzione di istituzioni democratiche sono particolarmente minacciati dall’instabilità interna. Tale instabilità può dare modo a forze non democratiche di prendere il controllo .

La regione del MENA è strategicamente una delle più importanti per l’Europa ed altri paesi sviluppati, in termini di politica, sicurezza e condizioni economiche. Per questo, sulla scia delle primavere arabe, i paesi del G8 e di altre nazioni, banche di sviluppo nazionali e multinazionali e altre istituzioni finanziarie internazionali hanno impegnato importanti somme di denaro nello sforzo di stabilizzare la regione. Ma il supporto economico non risulta ben mirato e non affronta in modo efficace le sfide economiche e in termini di risorse.

I pacchetti di assistenza sono focalizzati sul fornire incentivi per continuare le riforme democratiche, la costruzione di istituzioni essenziali per una società civile e a fornire posti di lavoro immediati per i giovani. Questi sono tutti settori importanti. Ma non si pensa ad affrontare altre aree vitali per la stabilità, come il rischio di shock energetici e non esiste ancora un approccio chiaro per mantenere una stabilità a lungo termine.

I paesi della regione devono essere in grado di costruire la capacità di rispondere alle sfide future. Un modo per farlo potrebbero essere gli investimenti strategici nel settore dell’energia, dell’acqua e delle risorse. Ad esempio investimenti riguardanti la siccità o l’innalzamento del livello dei mari potrebbero attenuare gli impatti sociali e di sicurezza economica dei cambiamenti climatici.

L’energia e l’acqua sono componenti chiave per lo sviluppo economico e la crescita. Essi sono anche fondamentali per la produzione agricola e la sicurezza alimentare.

Le transizioni in corso nella regione offrono la possibilità di affrontare molte delle sfide presenti nell’area. Tuttavia, i nuovi governi nonché gli investitori internazionali e i donatori devono affrontare una strada in salita.

Pilar Buzzetti

Analisi a cura di Pilar Buzzetti. Laureata in Relazioni Internazionali, ha successivamente conseguito un Master in Studi Diplomatici coltivando contemporaneamente una grande passione per le lingue e le culture straniere, in particolare quelle relative all’area mediorientale. Junior Analyst – Desk Mondo Arabo presso la OSINT Unit di ASRIE, Pilar Buzzetti svolge progetti di analisi e ricerca per Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici nel settore sicurezza e difesa e attività di volontariato con Amnesty International.